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Gli inquirenti abbottonati e premi Nobèl non accentati

di Fabrizio Binacchi | 7 Gennaio 2013

Molti errori da luogocomunismi c’erano anche una volta, ma senza rete e senza social, sembravano più ridotti nelle soavi pagine dei quotidiano al profumo di stampa fresca.

170px-AlfredNobel_adjustedMa lo so. Tutti s’aspettano ragionamenti sul futuro politico e sull’orizzonte economico ed invece dedichiamo questo primo corner 2013 ai luogo-comunismi. Niente a che fare col Muro di Berlino. Parliamo dell’abuso,a volte patetico a volte inconsapevole, ma sempre fastidioso dei luoghi comuni. Ovvero quei modi di dire, e a volte veri e propri errori o aberrazioni linguistiche, specialmente nel giornalismo, che abbattono la comunicazione.  “Il magistrato si è portato sul posto”, meno male perché se fosse andato da un’altra parte non sarebbe stato molto utile all’indagine. ”Gli inquirenti rimangono abbottonati”, soprattutto d’inverno se è poi freddo è meglio. Ultimamente abbiamo un po’  smesso di scrivere l’orribile espressione: “Gli inquirenti brancolano nel buio”. Una immagine da luna park. Quel che è sconfortante ultimamente è vedere, e soprattutto sentire, che uno come Alfred Nobèl è citato e stra-citato come se non fosse lui, cambiandone accentazione e quindi cognome. I colleghi ogni tanto mi sentono in redazione o corridoio urlare un “Nobèèèl” quando sento in tv e radio la pronuncia Nòbel e cioè accento sulla o. Ma se si chiama Nobèl perché ci ostiniamo a chiamarlo Nòbel. Ultimamente tra il premio per la Pace all’Unione Europea e la scomparsa della grande scienziata Rita Levi Montalcini abbiamo avuto modo di sentire l’aberrazione accentistica. Non si fa. Cosi metterei una multa all’espressione “assolutamente sì”. O “assolutamente” o “sì”, semplicemente. Perché tutta questa ridondanza affermativa, assertiva!?. Diciamolo chiaramente: molti errori da luogocomunismi c’erano anche una volta, ma senza rete e senza social, sembravano più ridotti nelle soavi pagine dei quotidiano al profumo di stampa fresca.

Altri brutti esempi: “acceso dibattito” e “brutta cicatrice”. Dimmi te quando abbiamo mai sentito che un dibattito era “spento” e quando mai una cicatrice era “bella”. Meravigliosa cicatrice sul volto della giovane aggredita.. Questa sì sarebbe una notizia. Il consiglio regionale si riunisce “presso” l’aula consiliare. Presso? Apud? Si, in anticamera!. Magari “in” aula. Sembra marginale ma è il sintomo di una distrazione della lingua. Il problema di noialtri, che ci ostiniamo a raccontare dei fatti, è proprio questo: scansare il luogo comune, evitare la trappola del motto, della frase, dello slogan standard. La frase fatta è il nostro nemico. Formiamo straordinari operatori dell’informazione (come va di moda chiamare ora giornalisti) su diritto, sociologia, storia, tecniche di ripresa, tecniche di montaggio, stili di analisi, antropologia criminale, economia, pubblicità e via dicendo e spesso ci dimentichiamo che andrebbero insegnate anche le frasi che fanno e non fanno giornalismo. Produciamo e coccoliamo  autori che si vantano di mettere in fila  soggetto, predicato, complemento oggetto, qualche complemento di specificazione che magari rispettano pure la grammatica ma a ben leggere o a ben ascoltare non suonano alcuna emozione, nessuna trepidazione. Parole morte.  Anche quando ci mettiamo lì a descrivere un mondo che ha i suoi colori autonomi e ben vivaci rischiamo di cadere nella trappola della marmellata o della macedonia: tiriamo fuori  vocaboli che magari scritti un libro stanno anche bene ma in un pezzo televisivo non si capiscono proprio. La semplicità e la schiettezza sono davvero un trampolino fondamentale per la libertà della notizia.  Spesso le cose che accadono, che chiamiamo cronache, sono molto più semplici di come le raccontiamo, complicandole. Mettiamo orpelli e chiose a un fatto o a una vicenda  che sovente nemmeno i protagonisti avevano pensato di vivere o rappresentare così come poi se la vedono scritta sul giornale o montata in tv. . Strana gente noi giornalisti. A volte anche più complicati dei politici, che è tutto dire.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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