E’ vero, da sempre Napoli è un’idea, l’idea della materialità, della carnalità che lotta e contrasta con lo spirito.
Premetto subito che non conosco, assolutamente, l’opera di Silvio Perrella, che sulle colonne del numero odierno de laLettura, periodico del Corriere della Sera, scrive un articolo tuttavia (per me, che ripeto, non ne conosco affatto l’opera) molto intrigante, dal titolo Troisi, Vico, Ortese è Napoli l’Antidoto al Mondo Virtuale.
Intrigante, per tre motivi soprattutto. Primo, perché eleva la realtà di Napoli a paradigma positivo della post-modernità, in grado di “insegnare all’umanità il tangibile e molto carnale senso della realtà”. Secondo, perché, sempre a giudizio dell’autore, a siffatto modo, la realtà di Napoli rappresenterebbe un “baluardo fatto di pietra” e di “immaginazioni culturali”, e quindi un vero e proprio “antidoto”, e qui sta il terzo motivo d’intrigo, “al dilagare dell’immateriale”, che rappresenterebbe per contrasto la negatività del tempo presente.
E’ vero, da sempre Napoli è un’idea, l’idea della materialità, della carnalità che lotta e contrasta con lo spirito. E tuttavia, già da tempo, in parte almeno dal secolo scorso e di certo a partire dal tardo secondo dopoguerra, Napoli non rappresenta più l’immagine evocata dal famoso detto vedi Napoli e poi muori! Il detto, che un’antica tradizione fa risalire alle incantevoli esperienze vissute e narrate da Goethe durante il suo viaggio in Italia del 1787. Perché, accade invece che, dal finire degli anni settanta del secolo scorso, ovunque echeggia per le strade e i vicoli di Napoli l’accorato e disperato monito del grande attore di teatro, che fu Eduardo de Filippo, degno e nobile rappresentante di una capitale mondiale, ormai decaduta: fuitevenne ‘a Napoli!
Perché, soprattutto questo di Napoli, è in fondo il de-stino attuale di una metropoli che non riesce più ad essere governata né da un’idea religiosa, cosa che del resto accade già da tempo nell’ambito della società occidentale secolarizzata, e come pare che, viceversa, ancora oggi accada in metropoli dell’Islam come Il Cairo. Né da un’idea politica, in grado di governare una società occidentale già post-secolarizzata. E questo perché, nell’era della postmodernità dell’Occidente, entrambe le idee hanno fallito.
Sia l’idealismo religioso, che quello politico, hanno entrambi rappresentato per millenni quella fuga dalla realtà, quell’illusione, quelle illusioni evocate dallo stesso Giacomo Leopardi, sommo poeta che, sempre a Napoli, antichissima terra del mito, come anche qui è dimostrato, ha reso immortale l’effige della ginestra:
Qui su l’arida schiena/Del formidabil monte/Sterminator Vesevo,/La qual null’altro allegra arbor né fiore,/Tuoi cespi solitari intorno spargi,/Odorata ginestra,/Contenta dei deserti/ (…) Ma più saggia, ma tanto/Meno inferma dell’uom, quanto le frali/Tue stirpi non credesti/O dal fato o da te fatte immortali.
E, per tornare più specificamente al tema in argomento, cosa dunque rappresenterebbe per noi, oggi, l’approssimarsi di questo mondo, che si diceva immateriale, direi meglio, virtuale?, se non appunto il bisogno propriamente umano di superare la realtà, sconfiggere il male endemico, originario, indissolubilmente umano, della separatezza. Quella stessa separatezza evocata dall’autore nell’articolo! Il bisogno di una ricerca, rivelatasi vana, di una nostra precisa e sostanziale identità, personale e collettiva.
Io non credo affatto che Napoli rappresenti o possa anche rappresentare oggi un segno positivo dei tempi che cambiano, quel che è certo tuttavia è che i tempi sono di gran lunga già cambiati, se sarà vero che, come il de-stino può sembrare anche che appaia, l’intero progresso tecnologico della società umana è diretto verso la trasformazione delle razze umane come ora le conosciamo (R. Pepperell, The posthuman manifesto).


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