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La Grecia, pur soffrendo per una crisi che ha coinvolto pesantemente larga parte della popolazione, non ha mai pensato di lasciare l’Unione Europea, dimostrando fermezza, intelligenza e lungimiranza, doti che sono mancate alla maggioranza degli inglesi.

Grecia

di Sàntolo Cannavale | 27 giugno 2016

Tutti i commentatori e gli organi di stampa mondiali sono oggi concentrati sulla vittoria degli inglesi che con il 51,9% dei loro consensi hanno imboccato la strada dell’abbandono dell’Unione europea (Brexit).

Certamente i legami del regno d’oltremanica con il continente non cessano da un giorno all’altro, ma viene meno il legame formale e strutturato che fino ad oggi ha consentito alla Gran Bretagna di essere parte attiva e propositiva (magari fastidiosa) nelle decisioni dell’Unione Europea e di essere riferimento finanziario della stessa UE nei rapporti con il resto del mondo.

Come è stato ben osservato, dal punto di vista storico abbiamo forse assistito in diretta all’esperimento del suicidio politico di un intero Stato.

Il Regno Unito aveva un enorme interesse politico ed economico a rimanere nell’UE. Tutte le organizzazioni internazionali, i centri studi segnalavano costi significativi e conseguenze nefaste in caso di Brexit.

Tanto premesso, ritengo che la Grecia rappresenti la vincitrice morale di questa disputa referendaria, avviata in maniera insensata ed opportunistica dal capo del governo inglese David Cameron.

Si dirà: cosa c’entra la Grecia in questa faccenda? Che rapporto vi può essere tra le penose vicende economiche e finanziarie della Repubblica ellenica e l’attuale scelta autonomista ed isolazionista di Londra?

La Grecia negli ultimi cinque anni ha sopportato gli attacchi delle “Nazioni forti” dell’Unione europea, è stata bistrattata ed incompresa, senza che Germania, Francia ed altre mettessero in campo a tempo debito le necessarie misure di solidarietà.

Misure di solidarietà che, adottate tempestivamente, sarebbero costate molto meno delle ingenti risorse messe svogliatamente in campo in epoca successiva rispetto all’entrata in crisi delle finanze greche.

Non parlo qui degli immensi danni fatti ai risparmiatori europei che hanno sofferto il quasi azzeramento dei loro investimenti in titoli dello Stato greco, nel disinteresse colpevole di Bruxelles e Francoforte. Proprio questo atteggiamento menefreghista e tardivo ha contribuito a far scemare la fiducia degli europei verso le entità centrali dell’UE.

Ciò nonostante la Grecia, pur soffrendo per una crisi che ha coinvolto pesantemente larga parte della popolazione, non ha mai pensato di lasciare l’Unione Europea, dimostrando fermezza, intelligenza e lungimiranza, doti che sono mancate ieri alla maggioranza degli inglesi, convinti che da soli, con le nuove libertà di manovra, potranno meglio dialogare con il mondo e pesare – politicamente e finanziariamente – nella misura sperimentata nei secoli passati.

La storia, però, percorre in maniera ineffabile ed intransigente il suo percorso e difficilmente ricicla le esperienze registrate nelle epoche trascorse.

A seguito dello scompiglio politico che caratterizzerà il futuro della Gran Bretagna, immagino che nei prossimi anni potrebbe porsi in quel Paese anche la questione istituzionale Monarchia-Repubblica, per cercare in qualche modo (magari insensato ed inefficace) di sanare le tante differenze ed insopportabili disuguaglianze – di casta, finanziarie, sociali – diffuse a piene mani in quel che resta dell’impero britannico che fu.

Laureato in Economia e Commercio, vanta una grossa esperienza nell'ambito bancario. Ha scritto numerosi articoli a sfondo economico-finanziario. Nel 1992 ha pubblicato “Bot, Cct, Btp: Chi salderà il conto? Debito pubblico e riforme elettorali. Crisi dell’Est europeo e riflessi sull’economia italiana”.

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