Vittorio Meoni e il suo divisionismo ‘spirituale’

La pittura fu il suo impegno e la sua consolazione – che mai abbandonò – anche nei momenti più bui. Ennesima conferma che arte e vita si fanno, in taluni individui, indissolubili.

di Paolo Marini | 24 luglio 2017

Il 25 luglio 1937 si dipartiva in quel di Colle di Val d’Elsa, dove era nato, l’anima di Vittorio Meoni. Giornalista, politico e primo sindaco socialista in Toscana (della cittadina natìa, dapprima e per un breve periodo nel 1898 e poi nel 1911-14), imprenditore ma soprattutto – per quanto qui ci muove – pittore divisionista. Aveva trascorso una vita piena, sì, ma tutt’altro che facile: per via di quella sua militanza politica (che gli aveva procurato problemi già nel 1898 quando, a seguito del grave clima instauratosi nel Paese, aveva dovuto riparare in Francia, a Marsiglia, dove peraltro aveva stretto contatti con esponenti delle nuove correnti pittoriche) nonché a causa dei problemi familiari e delle difficoltà economico-finanziarie, anche legate alla catastrofe del ’29, che avevano angustiato la sua esistenza, in particolare, nell’ultimo decennio.

Oggi, a 80 anni dalla sua scomparsa, mi piace pensare che vorrebbe essere ricordato, anzitutto, come artista. Perché la pittura fu il suo impegno e la sua consolazione – che mai abbandonò – anche nei momenti più bui. Ennesima conferma che arte e vita si fanno, in taluni individui, indissolubili. E mi piace rievocare la sua formazione non accademica, di autodidatta, un imprinting che avrebbe forgiato in lui un desiderio di sperimentazione al di fuori di ogni convenzione accademica, nonché l’avvio di una significativa corrispondenza con artisti e amici (tra i quali Antonio Salvetti, Vittore Grubicy e Plinio Nomellini), modalità con cui a quel tempo ci si confrontava e si cresceva, anche artisticamente.

E’ indiscussa la “radice naturalista della sua pittura, con scenari paesistici e soggetti legati all’intima realtà del quotidiano” (Federica Casprini, “Sulla corrispondenza artistica di Vittorio Meoni”, estratto da Miscellanea Storica della Valdelsa, gen.-dic. 2005). Si tratta di temi che “rimarranno una costante nella sua opera e in seguito saranno affrontati attraverso una coerente e continua applicazione dei principi scientifici sulla percezione della luce e dei colori”, le teorie ottiche e cromatiche di Rood e Chevreul, di cui si dà ampio conto in un testo del tempo, “I principi scientifici del divisionismo” (1906) di Gaetano Previati, che ho il piacere di annoverare tra i miei libri.

Meoni, che aveva raccolto le proprie opzioni estetiche nell’opuscolo “La decadenza dell’arte borghese” (1897), chiedeva agli artisti “di abbandonare il loro status di spiriti eletti a servizio della classe dirigente” e di “adottare un linguaggio comprensibile anche al popolo”. Come si può intuire, egli era intensamente fuso con questa stagione artistica di grande fermento. Così scrisse di lui il pittore livornese Lewellyn Lloyd (“La pittuta dell’Ottocento in Italia”, Nemi, 1929, p. 61): “E’ un delicatissimo pittore, poeta (…) e si può considerare l’unico superstite rimasto fedele al principio e alla teoria della scomposizione dei colori per ottenere maggiore vibrazione della luce”. E concludeva: “Sta fra il Morbelli e il Grubicy. Dipinge paesaggi della sua Colle e gli angoli ascosi con molta forza e aristocrazia.”

Nel 1993 il Comune di Colle organizzò una mostra a lui interamente dedicata – radunando per l’occasione una ragguardevole quantità di tele, provenienti per lo più da collezioni private -, evento di cui è rimasta traccia con il relativo volume-catalogo, accompagnato da un brano critico di Stefano Francolini (“Vittorio Meoni, pittore della luce: dall’impressione del vero al colore diviso”).

Per chi desiderasse un accesso immediato alla sua opera, potrà recarsi alla Galleria d’Arte Moderna del Palazzo Pitti in Firenze. Qui sono custodite “Oasi nelle crete senesi” e “’Ai frati’ a Colle Val d’Elsa”. La prima, in particolare, evoca l’ariosità e la solennità discrete di una terra così peculiare della provincia senese. Ben si attaglia a questo dipinto quanto ebbe ad annotare Carlo Ciappei: “Ché tutta l’arte del Meoni tende a sprigionare dalla trita realtà, minutamente osservata, l’ansito misterioso di una vita umile e profonda teneramente amata dall’artista (…). L’elemento che agli occhi di lui trasfigura, spiritualizzandola, la realtà, è la luce nelle molteplici decomposizioni delle vibrazioni eteree (…)”. Vibrazioni capaci di sollecitare, di impressionare con dolcezza (virtù che pare mutuata dalla soavità del paesaggio e del vernacolo di Colle) lo sguardo (e il cuore) dell’osservatore di ogni tempo.

 

Paolo Marini

Paolo Marini è nato a Siena nel 1965 e vive a Firenze da oltre trent’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli, nell’arco di oltre 15 anni, per varie testate. Avvocato civilista e consulente di imprese, ha inoltre al suo attivo pubblicazioni e contributi in materia di responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche, di diritto e procedura civile e di normativa ‘privacy’.

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