Vittorio Emanuele III nel 70° della morte

di Aldo A. Mola | 2 gennaio 2018

Vittorio Emanuele III fu re d’Italia dal 29 luglio 1900 al 9 maggio 1946. Il 5 giugno 1944 aveva trasferito tutti i poteri della Corona al figlio Umberto, Principe di Piemonte. All’abdicazione,   il 9 maggio 1946, partì per Alessandria d’Egitto con la Regina Elena. Vi morì il 28 dicembre 1947, cittadino italiano di pieno diritto perché la Costituzione entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Fu sepolto nell’Altare della Chiesa di Santa Caterina. Il 17 dicembre 2017 il suo feretro è stato traslato nella Cappella di San Bernardo del Santuario-Basilica di Vicoforte (Cuneo), preceduto da quello della Regina Elena, giunto da Montpellier il 15.

La traslazione è il punto di arrivo di un lungo cammino. Il 19 marzo 2011 la Consulta dei Senatori del Regno individuò il Santuario di Vicoforte, Mausoleo dei Savoia eretto per volontà del duca di Savoia Carlo Emanuele I (1580-1630), che vi è sepolto,  quale sito ideale per le Salme Reali. La Principessa Maria Gabriella di Savoia e il presidente della Consulta, Aldo A. Mola, il 22 aprile 2013 ottennero l’assenso ad accoglierle da parte del Vescovo di Mondovì, mons. Luciano Pacomio, d’intesa con il Rettore del Santuario, mons. Meo Bessone.

Nel 2017 la meta è stata raggiunta, per comporre la memoria nazionale in vista del 70° della morte del Re e del Centenario della conclusione vittoriosa della Grande Guerra, come ha scritto la Principessa ringraziando il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per aver propiziato la traslazione.  

La vicenda è stata accompagnata da forti polemiche: le stesse che accompagnano i giudizi storici e politici sulla figura dell’ultimo Re d’Italia.  L’articolo che segue, i giudizi e le tesi ivi esposti, sono del nostro collaboratore Aldo A. Mola.

 

VITTORIO EMANUELE III : UN GRANDE RE IN UN’ETA’ TEMPESTOSA

Vittorio Emanuele III fu re d’Italia per quarantasei anni, dal 29 luglio 1900 al 9 maggio 1946. Non aveva né premura né gran voglia di salire al trono. Accettò la corona perché suo padre, Umberto I, fu assassinato da un complotto internazionale che usò un anarchico per innescare in Italia il corto circuito reazione-rivoluzione.  Trentunenne, cresciuto nel culto della storia e formato alla  disciplina militare nella “Nunziatella”, il trentunenne principe di Napoli si sobbarcò per dovere verso l’Italia, divenuta regno unitario appena quarant’anni prima. Sposato nel 1896 con Elena di Montenegro, senza figli, Vittorio Emanuele III dette esempio del freddo coraggio che fu tratto distintivo della sua persona.

Colto, erudito, dotato di memoria formidabile, sempre padrone di sé sino ad apparire arido e glaciale, cercò subito il consiglio di uomini saggi e indipendenti. Il senatore Pasquale Villari, uno dei grandi “padri della patria”, sollecitato a parlare con la franchezza che si deve al sovrano, gli consigliò di  cacciare a pedate i cortigiani e di fare di testa sua. Il giovane re prese debita nota: l’Italia sentiva bisogno di un sovrano che tenesse strette le redini del Paese e ne garantisse la posizione internazionale e l’ordine pubblico. Però…

Però la monarchia si fondava sullo Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia-Carignano, re di Sardegna, e passato tale e quale a base del regno d’Italia: patto irrevocabile tra il sovrano e la nazione. Dunque il re non era superiore alle leggi. Il re controfirmava le leggi decretate  dai poteri legittimi: governo e parlamento. Il Paese rimaneva bambino. La sua dirigenza politica amava le scorribande, ma per cavarsi dai guai cercava la mano ferma che non sapeva darsi per via elettorale. Allora come ora. Il regno era e rimase un sistema misto: una monarchia rappresentativa vincolata dall’articolo 5 dello Statuto che riservava al re il comando delle forze armate (senza chiarire chi dovesse davvero guidarle in caso di necessità) e il controllo supremo della politica estera (stipula dei trattati non comportanti oneri: una finzione linguistica).

Il primo governo in sintonia con il giovane re, presieduto dal democratico Giuseppe Zanardelli e con Giovanni Giolitti all’Interno, definì i nuovi poteri del consiglio dei ministri: una riforma burocratica, anziché politica e sostanziale. Da quel momento spettò al governo indicare i nomi di chi avrebbe occupato cariche importanti; ma l’esercizio del potere rimase qual incardinato sulla persona del sovrano. Vittorio Emanuele III ebbe chiaro il quadro: era il primo funzionario della Corona. Perciò prese casa lontano dal Quirinale ove andava come un impiegato all’ufficio. Vi svolgeva le “pratiche” e se ne tornava ai suoi studi e agli affetti domestici.

Bersaglio di attentati (molti progettati, alcuni giunti quasi a segno, nel 1912 e, peggio, nel 1928 quando scampò di misura alla strage di Milano, costata oltre venti morti e sessanta feriti gravi), il re  affrontò in prima persona i momenti più critici della vita pubblica: non per ambizione di potere personale ma per carenza di governo e parlamento.

La storiografia continua a non affrontare con sufficiente oggettività alcuni suoi passaggi fondamentali. Trova comodo addebitare a Vittorio Emanuele III “colpe” che non sono affatto sue.

Tra le molte, ne ricordiamo quattro:

  • la crisi dell’ottobre 1922 (o “avvento del fascismo”, detto anche “male assoluto”);
  • l’ “assassinio Matteotti” (o “avvento della dittatura”);
  • le “leggi razzziali” (1938);
  • la stipula dell’armistizio annunciato l’8 settembre 1943 (o “fuga di Pescara”).

 

I – Nell’ottobre 1922 arrivarono al pettine antichi e nuovi nodi ingarbugliati della storia d’Italia: la debolezza dello Stato dinnanzi alla tracotanza dei partiti, l’impossibilità di formare un governo stabile per la frantumazione della Camera dei deputati in grupponi e gruppetti, la richiesta perentoria di ordine pubblico e di un drastico taglio degli sperperi di denaro pubblico anche per rispetto dell’enorme costo umano sopportato nella Grande Guerra (680.000 morti, oltre un milione di mutilati, rovine materiali e morali spaventose…).

Tra il 1918 e il 1922 si susseguirono sei governi inconcludenti. Anche Giolitti gettò la spugna. A metà ottobre del 1922 il re chiese per iscritto al presidente del Consiglio, Facta, di convocare le Camere. Facta non lo fece. Trattava sottobanco con tutti a cominciare da Mussolini e d’Annunzio Altrettanto facevano gli altri maggiorenti. Risultato? Sotto la minaccia di una militarmente inconsistente “marcia su Roma” venne proposta al re una coalizione nazionale, varata il 30 ottobre. Il governo Mussolini (30 ottobre 1922) venne formato da tre ministri fascisti, due gatti di  nazionalisti, liberali, demosociali  e partito popolare italiano. Alcide De Gasperi approvò il nuovo governo, che ebbe 306 voti a favore, 117 contrari alla Camera, 184 si e 19 no al Senato (ove i fascisti erano solo due). Dunque non fu il re a volere il fascismo al potere.

 

II – Dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (giugno 1924) per protesta contro Mussolini, accusato (senza prove) di essere il mandante politico del delitto, socialisti, repubblicani, popolari e ‘democratici’ disertarono l’Aula. Una delegazione delle opposizioni si fece ricevere dal re. Vittorio Emanuele III gelidamente fece capire che non toccava a lui ma alle Camere risolvere la crisi. Era un sovrano costituzionale, non un superdittatore. In quel momento i deputati iscritti al Partito nazionale fascista erano 227 su 535: in minoranza. L’ottantatreenne Giolitti puntò a formare una nuova maggioranza in Aula, ma rimase quasi solo e dichiarò il suo disprezzo nei confronti dei socialisti (irresponsabili, a differenza dei comunisti che rimasero alla Camera), dei popolari (inetti) e di certi “liberali”. I repubblicani non contavano nulla.

Mussolini rimase al governo non per superiorità propria ma per l’insipienza delle opposizioni. Queste se la legarono al dito e stabilirono che il re andava additato quale nemico della democrazia. Appena possibile la monarchia andava annientata.

 

III – Nel 1938 il governo Mussolini aveva tredici anni di successi e consensi alle spalle: il risanamento della lira, il Concordato con la Santa Sede, il ripristino della sicurezza, una notevole efficienza dei servizi, persino l’impresa di Etiopia, che i contemporanei  vissero in modo diverso da come sarebbe stata giudicata dopo la seconda guerra mondiale e la catastrofe di tutti gli imperi coloniali. Mussolini e il Partito nazionale fascista orchestrato da Achille Starace erano al culmine del consenso. Per contro il re era più che mai “isolato”. La Camera dei deputati era formata da candidati designati dal Gran consiglio del fascismo (sin dal 1928 elevato per legge a organo dello Stato: una sorta di “terza Camera” o “quarto potere”) e  votati in blocco dagli elettori. La Camera era dunque prona al capo del governo. Altrettanto però valeva per il Senato. Lo si vide proprio nell’approvazione delle leggi “per la difesa della stirpe”, una “razza italiana” del tutto inconsistente. Il primo a dirlo era il re, imparentato con tutte le Case d’Europa, inclusa quella del Montenegro.  I senatori erano circa 400; solo 160 andarono a votare; i voti contrari (segreti) furono dieci. La legge passò dunque col favore di un terzo dei senatori in carica, tra i quali si contavano tredici ebrei che rimasero al loro posto anche dopo la promulgazione della legge. Le Comunità ebraiche erano perfettamente integrate nel Regno. Su 47.000 ebrei italiani circa 10.000 erano iscritti al Partito fascista, io 20% , mentre su 42 milioni di cittadini i “fascisti” erano meno di tre milioni.

Le “leggi razziali” non furono affatto volute dal re. Vittorio Emanuele III le firmò perché erano state deliberate dalle Camere che, piaccia o meno, bene o male, rappresentavano gli italiani. Non era stato lui a mettere l’Italia sulla china arrivata sino a quel punto. Non si levò alcuna voce chiara e netta di opposizione né di ferma e chiara condanna. né da parte di ‘liberali’ né da parte della Chiesa cattolica. Giorgio Bocca ha scritto in ognuno covava un po’ di antisemitisno. Può darsi l’abbia detto per autoassolversi dall’aver elogiato i Protocolli dei Savi Anziani di Sion.

Quel che sappiamo per certo è che nel 1904 Vittorio Emanuele III presenziò alla consacrazione della Sinagoga di Roma e che nel 1939-42 uno stuolo di ebrei andava a estivare negli alberghi delle valli frequentate dal sovrano e dai principi perché li si sentiva più al sicuro. Del resto un Savoia era l’ultimo a poter credere che esistesse una “razza italiana” dal momento che la Casa aveva alle spalle secoli di matrimoni tra francesi, spagnoli,austriaci, sassoni…

IV – Il 25 luglio 1943, dopo il voto del Gran Consiglio del fascismo (non era stato lui a farne la tutrice del Parlamento e il depositario di poteri straordinari), al termine di un colloquio a Villa Savoia Vittorio Emanuele III impose a Mussolini le dimissioni da capo del governo. Con cautele somme e ritardi imperdonabili il suo successore, Pietro Badoglio, ottenne che gli anglo-americani concedessero all’Italia di arrendersi senza condizioni.

A quel punto occorreva salvare la continuità dello Stato, come è stato riconosciuto non solo da storici obiettivi ma anche dal presidente della  repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Per farlo vi era un unico modo: evitare la cattura della Famiglia Reale (incluso il principe ereditario) e del governo da parte dei germanici senza mettersi palesemente in braccio ai vincitori. Perciò il governo decise il trasferimento da Roma alla Puglia meridionale (esattamente Brindisi) ove non vi erano né tedeschi né anglo-americani. Anche Sergio Romano, sempre avaro di riconoscimenti ai Savoia, riconosce che quel trasferimento fu possibile, anche senza le sempre sospettate trattative sottobanco con Kesselring.

Badoglio, il re, il comando supremo, la diplomazia, ecc. ecc. avrebbero potuto fare di più e di meglio nei quarantacinque giorni tra il 25 luglio e l’annuncio dell’armistizio (8 settembre 1943). Ma che cosa? Come? Sono solo ipotesi. I fatti sono quelli che sono.

Nelle fasi critiche Vittorio Emanuele III fece molto di più di quanto gli fosse richiesto dallo  Statuto. Non agì però mai per sé ma per quello che via via venne prospettato quale interesse generale dell’Italia: il male minore se non il vantaggio maggiore.

Il 5 giugno 1944 conferì tutti i poteri della Corona, “nessuno escluso”, al figlio, Umberto, principe di Piemonte; ma rimase re sino al 9 maggio 1946, quando abdicò e partì per Alessandria d’Egitto ove morì il 28 dicembre 1947. Lì rimase sepolto: “esule” nella memoria, dopo anni di isolamento ed emblema della riluttanza degl’italiani a fare i conti con la propria storia, corrivi ad attribuirsi collettivamente il  merito dei successi e ad addebitare le sconfitte a “una persona, una persona sola”, al capro espiatorio di turno.

Ora che è in Patria, il confronto storiografico si può riaprire in termini civili, senza pregiudizi.

 

Aldo A. Mola       

 

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

2 commenti

  1. Alberto Lopez

    Di Vittorio Emanuele III, in un confronto storiografico che volesse portare ad una composizione della memoria nazionale gioverebbe, forse, ricordare anche la condotta durante la Grande Guerra, l’ultima dell’Indipendenza italiana.

  2. Enrico Martelloni

    Badoglio, non concesse nulla agli alleati. La resa senza condizioni, non si chiama armistizio, ma resa senza condizioni, imposte dal vincitore; e quello non era l’Italia, piaccia o non piaccia, monarchica.

    Per quanto riguarda la fuga, quella fu. La resa e la cattura di un re al nemico, non sarebbe stata una novità nella Storia. Avrebbe forse, salvato la corona, che non aveva colpe per le leggi razziali. L’Esercito invece, sì, fu abbandonato a se stesso.

    Il re, ne aveva di colpe per avere protetto Badoglio in più di una circostanza; questo, inviso anche all’interno della famiglia reale. Senza approfondire i crimini contro l’umanità, compiuti da Badoglio assieme a Graziani, mai scontati per opportunità politica.

    Per quanto riguarda la morte di Umberto I , nessuna congiura internazionale: il mondo era ancora molto poco repubblicano e troppo ancora monarchico; specie in Europa. Gaetano Bresci da Prato, era sicuramente anarchico e maturò l’idea di eliminarlo. Bisogna aggiungere però, che il regicidio era una pratica, molto diffusa da sempre in Europa.

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