Vittorio Amedeo II di Savoia. Il Re “Isolato”

Trecento anni fa col Trattato di Londra del 2 agosto 1718 Vittorio Amedeo II, duca di Savoia (1666-1732), fu riconosciuto Re di Sardegna, in cambio della rinuncia alla corona di Sicilia, conferitagli con la pace di Utrecht del 1713.

di Aldo A. Mola | 30 Lug 2018

Trecento anni fa col Trattato di Londra del 2 agosto 1718 Vittorio Amedeo II, duca di Savoia (1666-1732), fu riconosciuto Re di Sardegna, in cambio della rinuncia alla corona di Sicilia, conferitagli con la pace di Utrecht del 1713 e poi riconfermata con quella di Rastadt del 1714, a conclusione della guerra di successione sul trono di Spagna. Venne così ribadita la vocazione mediterranea della Casa di Savoia, iniziata con l’annessione di Nizza. Il ripiegamento dalla Trinacria alla Sardegna costituì una svolta per il re, per il Vecchio Piemonte e per l’intera storia d’Italia, tanto più che, all’epoca, la Corsica era ancora sotto dominio del genovese Banco di San Giorgio di Genova, una tra le mete più agognate dai sovrani sabaudi. Lo stesso Vittorio Amedeo II, prima di rassegnarsi al baratto (tutto in perdita) tra l’Isola del Sole e la “petrosa” terra dei nuraghi aveva tentato di ottenere il ducato di Parma e la Toscana col titolo di Re di Liguria. Per cogliere l’importanza della svolta del 1718-1720, quando il sovrano prese possesso effettivo della Sardegna, giova un panorama sintetico della sua personalità e dei tempi procellosi nei quali visse.

Da Martin Meitens Vittorio Amedeo II fu ritratto in abiti sfarzosi, perché così è il Re: ritto, onusto dei simboli del Potere, l’indice della destra teso ad additare il Destino, la sinistra a difesa sul fianco guarnito di spada, lo sguardo fermo di chi è fondamento e garante dell’Ordine. Nella vita quotidiana il duca di Savoia era però qual fu descritto negli “Aneddoti sulla Corte di Sardegna” dal suo confidente Blondel: “Sobrio e semplice nei suoi vestiti, d’estate e d’inverno l’ho visto con lo stesso abito color caffè, senza ori ed argenti, con grosse scarpe a doppia suola, con camicie di tela grossolana, senza pizzi e ornamenti. La sua spada aveva la guaina rivestita per un tratto da una striscia di cuoio per non sciupare l’abito. Per bastone usava un giunco con pomo di cocco. Di magnifico aveva le parrucche, per nascondere la calvizie che l’aveva colpito durante l’assedio di Verrua; i capelli non sempre erano rinfrescati. Poiché amava molto camminare a piedi, nei giorni di maltempo indossava un surtout azzurro. In casa portava una vestaglia di taffetà verde foderata di pelle d’orso bianco; d’inverno l’orso era al di dentro, d’estate era al di fuori”.

Così apparentemente dimesso, Vittorio Amedeo II aveva volontà di ferro, visione politica vastissima e un senso supremo della sua missione. “Costretto dalla politica a non avere confidenza sicura in nessuno – ha scritto Francesco Cognasso nell’insuperata Opera “I Savoia” – poca gioia trovò nella famiglia”.

Orfano a nove anni del padre, Carlo Emanuele II, in conflitto con la madre, Giovanna Battista di Nemours, francesizzante, a diciannove anni Vittorio Amedeo sposò la quattordicenne Anna Maria d’Orléans. Dopo averne avute tre figlie, si legò a Giovanna de Luynes, moglie del conte di Verrua, e ne ebbe Vittoria e Vittorio Francesco, riconosciuti ed elevati a marchesa e marchese di Susa. Nel 1700, quando iniziò la guerra di successione spagnola, la prima delle tre che sconvolsero l’Europa sino alla pace di Aquisgrana del 1748, la contessa fuggì a Parigi con i segreti carpiti al duca.

Riappacificato con la duchessa Anna, Vittorio Amedeo ne ebbe tre maschi, il secondo dei quali, Carlo Emanuele, destinato al trono. Vittorio Amedeo Filippo, il prediletto, morì sedicenne. La Casa fu ripetutamente colpita dal vaiolo. Ne fu contagiato egli stesso nel 1692, quando sentì vicina la Grande Visitatrice.

Come Emanuele Filiberto, vincitore sui francesi a San Quintino (1557) e restauratore dello Stato sabaudo, e Carlo Emanuele I (cinquanta anni al potere e altrettanti di guerre: 1580-1630), anche Vittorio Amedeo fronteggiò un conflitto dopo l’altro. Nel 1690 il ducato fu aggredito da Luigi XIV di Francia, il Re Sole. Agli ordini del maresciallo Catinat, dove passarono i francesi fecero il deserto: sterminarono la popolazione, distrussero e arsero edifici, anche religiosi, abbatterono gli alberi al ceppo. Lo Stato, però, resse. Bastava che il duca battesse il piede e dalla terra scaturivano guerrieri fedeli al sovrano perché consci dell’unità della loro sorte. Ne ha scritto da par suo il generale Oreste Bovio in “Dal Piemonte all’Italia. Tre secoli di storia militare” (ed. Bastogi). Come riconoscevano ambasciatori e osservatori stranieri, in Italia il duca di Savoia era l’unico ad avere un progetto politico proprio. Fiero del titolo di Vicario del Sacro Romano Imperatore, nella guerra di successione sul trono di Madrid (che possedeva l’America dal Messico alla Terra del Fuoco, Brasile a parte, le Filippine e due terzi dell’Italia, da Napoli a Milano), Vittorio Amedeo si schierò contro i Borbone di Francia, che però infine sostituirono gli Asburgo in Spagna e nei suoi possedimenti, tranne quelli italiani, passati da Madrid a Vienna. Nel corso di quel lungo e duro conflitto l’armata del Re Sole agli ordini dello spietato La Feuillade fu sul punto di espugnare Torino (1706). Il duca spezzò l’assedio con l’aiuto del geniale cugino, Eugenio di Savoia, vincitore sui turchi, benemerito della civiltà occidentale e cultore di molti riti, come tutti i grandi Capitani di quei secoli, da Wallenstein a Montecuccoli.

La Fortuna asseconda gli Audaci. Al termine della guerra, il 22 settembre 1713 il duca di Savoia ottenne il rango di Re di Sicilia. Ne ha scritto, e bene, lo storico siciliano Tommaso Romano, componente della Consulta dei senatori del regno. Con lui il titolo regale riapparve in Italia ove era stato cancellato da quando il sovrano francese Carlo VIII di Valois aveva spazzato il regno di Napoli, ove, narrano i cronisti, tutti gli si gettavano ai piedi e chi non arrivava a baciarne la mano o un lembo delle vesti leccava ove era passato.

Su nave inglese Re Vittorio salpò da Nizza alla volta dell’Isola del Sole, accompagnato dalla consorte e da 6.000 fanti. Gli inglesi gli offrirono anche 4.000 uomini. Li rifiutò per non apparire né, meno ancora, essere sotto tutela di chi già possedeva Gibilterra e Minorca e in cambio dell’aiuto voleva basi in Sicilia. Il 24 dicembre fu incoronato Re nella cattedrale di Palermo, che conserva le spoglie di Federico II, lo Stupor Mundi. Uso a pensare in grande, nei dieci mesi di permanenza nell’isola il Re studiò luoghi, costumi e caratteri della popolazione, saggiò la diffidenza di potentati autoreferenziali e ne colse la distanza dal suo concetto di Stato: la Monarchia assoluta, fondata su dirigenza fedele esclusivamente al sovrano. Dalla Sicilia trasse con sé alcune personalità destinate ad accelerare la modernizzazione del Vecchio Piemonte: i giuristi D’Aguirre, poi artefice della riforma dell’Università degli studi, e Pensabene e il celebre architetto Filippo Juvarra.

Da tempo aveva avviato la redazione del catasto e riforme fiscali, caposaldo dello Stato, come un secolo addietro documentarono storici dell’economia quali Giuseppe Prato e Luigi Einaudi.

Nei quattro anni seguenti lo scenario europeo mutò rapidamente: l’Impero asburgico, la Gran Bretagna di Giorgio di Hannover, l’Olanda (sempre al seguito di Londra) e la Francia formarono la Quadruplice alleanza, tra i cui obiettivi vi fu il ritorno della Sicilia a Vienna, che già aveva il ducato di Milano e il regno di Napoli. Su impulso del cardinale Alberoni, fiduciario di Elisabetta Farnese, moglie di secondo letto di Filippo V Borbone di Spagna, dal 1717 Madrid aveva iniziato l’occupazione della Sardegna. Il 1° luglio 1718 33.000 militari spagnoli sbarcarono a Palermo, da molti accolti come liberatori. Le milizie sabaude erano sparute, disseminate in troppe fortificazioni e destinate a soccombere in caso di confronto armato.

Isolato e impossibilitato a difendere l’inarrivabile Sicilia, Vittorio Amedeo tentò le carte della diplomazia per ingrandirsi verso Milano, l’Emilia, la Toscana e ottenervi una corona. Sennonché il Sacro Romano Imperatore non riconosceva alcun titolo regale sulla Terraferma. L’ascesa di Federico III Hohenzollern a re di Prussia (18 gennaio 1701) fu il capitolo di una storia a parte, quella dell’area evangelico-riformata.

Con sano realismo, rifiutati vari allettamenti, l’8 novembre 1718 il sovrano sabaudo accettò le decisioni della Quadruplice e fece… san Martino dalla Trinacria alla Sardegna. Il cambio era in netta perdita, ma il Re rivendicò e ottenne il riconoscimento della successione sul trono di Madrid se e quando si fosse prospettata. Un secolo e mezzo dopo, su impulso del forse “fratello” generale Prim, le Cortes di Spagna elessero re Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta: una decisione che affondava radici nella lunga storia d’Europa e in quel momento vedeva nella Casa sabauda il propugnacolo del buon governo e delle libertà.

I “missi” di Vittorio Amedeo descrissero la Sardegna peggio di qual era. Di fatto, con appena trecentomila abitanti contro un milione e duecentomila siciliani, l’isola era pressoché priva di porti agibili da flotte commerciali, strade carrozzabili, manifatture. La popolazione, sintetizza Francesca Rocci nel succoso profilo di Vittorio Amedeo II (Edizioni del Capricorno), era estremamente povera, sparsa, agglomerata in borghi di rado reciprocamente comunicanti e soprattutto refrattaria alle “novità”. Il Re decretò il rispetto di usi e tradizioni locali e coltivò l’intesa con il notabilato che si rivelò nel tempo il nerbo del Regno, pari solo alla dirigenza sabauda di aristocratici e borghesi, quali Giambattista Bogino e il monregalese Carlo Francesco Ferrero, marchese di Ormea. Non per caso l’Inno Sardo accompagnò le fortune della Casa e il “senso dello Stato” anche dopo l’eclissi della monarchia, tanto che il mai abbastanza rimpianto Francesco Cossiga volle fosse eseguito quando, motu proprio, lasciò anzitempo il Quirinale.

Nel 1686, su pressione di Luigi XIV, che aveva revocato l’Editto di Nantes, anche Vittorio Amedeo II scatenò una feroce persecuzione contro i valdesi ai quali Emanuele Filiberto nel 1561 aveva invece concesso libertà di culto nelle loro “valli”: un modello di tolleranza per l’Europa sconvolta dalle guerre tra le diverse confessioni cristiane. I valdesi resistettero in armi. Ne nacque un conflitto che coinvolse gli evangelici svizzeri e la Gran Bretagna. Alle strette, il duca revocò i provvedimento ostili nei confronti dei regnicoli valdesi, protagonisti del “Glorioso ritorno”. Da Duca e da Re, Vittorio Amedeo ebbe chiaro che il suo vero nemico era altrove. Nel 1720 papa Innocenzo VIII rifiutò di riconoscergli il titolo di Re di Sardegna e non ne approvò i designati a sedi vescovili. Le trattative fra Torino e la Santa Sede furono condotte dal marchese di Ormea e si trascinarono sino al concordato del 29 maggio 1727.

Lo stesso 1727 il sessantunenne Vittorio Amedeo chiamò al fianco il ventiseienne Carlo Emanuele per addentrarlo nei segreti del Potere. Il 26 agosto 1728 morì la regina, Anna Maria d’Orléans. Maria Teresa Reineri, studiosa di Fisica Nucleare, Cibernetica e Teoria dell’Informazione, ne ha scritto la biografia in un volume poderoso (ed. Centro Studi Piemontesi), che ne analizza la generosità verso il consorte e il profondo affetto verso il “Piemonte”. Fu anche antesignana dello stile due secoli dopo riproposto da Maria José del Belgio, sposa di Umberto di Piemonte, come documenta la Mostra “Reine de l’Elegance”, in programma al Castello di Sarre dal 5 agosto al 23 settembre.

Gli ultimi anni del Re furono convulsi, persino strazianti. Avviate la costruzione della Basilica di Superga e della Palazzina di Caccia di Stupinigi, capolavori di Filippo Juvarra, il 12 agosto 1730 il Re si unì in nozze morganatiche (cioè tra “dispari” e valide sotto il profilo religioso, ma non agli effetti dinastici) con Carlotta Canalis di Cumiana, antica fiamma elevata a marchesa di Spigno. Il 31 seguente informò il figlio che avrebbe abdicato. Lo fece il 3 settembre, partendo alla volta di Chambéry.

Allarmato da alcuni aspetti del nuovo corso politico intrapreso da Carlo Emanuele III, lo tempestò di consigli e moniti. Colpito da ictus cerebrale (5 febbraio 1731), in luglio vagheggiò di riprendere lo scettro. Mosse alla volta di Torino ma si fermò a Moncalieri, ove ricevette il Re. La notte del 28-29 settembre d’ordine del sovrano tredici ufficiali arrestarono Vittorio Amedeo II e la consorte e li destinarono l’uno al castello di Rivoli, l’altra a Ceva. Ormai quasi fuori di senno, Vittorio Amedeo II morì il 31 ottobre 1732 nel castello di Moncalieri, ove dall’aprile era ricongiunto con la consorte.

Carlo Emanuele III ne continuò la politica espansionistica verso Milano, secondato anche dal notabilato sardo, che allo Stato dette militari, diplomatici, ecclesiastici e storici quali Giuseppe e Antonio Manno, fedelissimi alla Dinastia.

Quell’agosto di tre secoli fa Vittorio Amedeo II fece i conti con la Necessità che domina la Storia: un passetto all’indietro per poi farne uno in avanti. Cento anni dopo, finalmente in possesso della agognata Liguria, i Re di Sardegna imboccarono  la via che in cinquant’anni portò al Regno d’Italia. Le vicende di quel grande sovrano impartirono un’altra severa lezione: il Re abdicatario deve uscire dai confini dello Stato, come fecero Carlo Alberto nel 1849 e Vittorio Emanuele III nel 1946, per non intralciare l’opera della Corona: in Casa Savoia si regna uno per volta.

Aldo A. Mola

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

Un commento

  1. Gian Franco Orsini

    Da appassionato di storia complimenti ad Aldo Alessandro Mola per questo suo saggio su alcuni Savoia.

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