Vaticano e Cina: prove di normalizzazione

Vaticano

di Stefano Pelaggi | 9 aprile 2017

Le notizie sullo stato delle trattative tra Santa Sede e Cina si sono intensificate nelle ultime settimane. Sinologi e vaticanisti, tuttavia, non sono concordi sulle possibilità e sulla tempistica del raggiungimento di un accordo diplomatico tra le due parti.

La modalità di nomina dei vescovi costituisce il punto cruciale della trattativa: il Vaticano vorrebbe adottare una forma per preservare il coinvolgimento diretto nella scelta dei prelati sulla falsariga di quanto già avviene in Vietnam, modalità che è stata usata più volte e in varie occasioni nei secoli passati.

Geopolitica episcopale
Il compromesso con Hanoi prevede una selezione “condivisa” all’interno di una cerchia di candidati, ma con la “formalità” della nomina che resta, ovviamente, in capo al Papa. La trattativa sino-vaticana sembra essersi arenata proprio su questo punto. Pechino ha suggerito una soluzione inversa rispetto a quella vietnamita, lasciando cioè alla Santa Sede la “possibilità” di scegliere il vescovo all’interno di una rosa di candidati selezionati dal Partito comunista cinese che, tramite i suoi organi, effettuerebbe poi la nomina con una sorta di successiva “ratifica” da parte vaticana.

Una modalità del tutto incompatibile con il vincolo tra Papa e vescovi che intaccherebbe, inoltre, in maniera palese la libertà di culto e l’indipendenza del clero in Cina, negando sia la missione universale della Chiesa cattolica sia la sua integrità dottrinale. Il cardinale Joseph Zen, Arcivescovo emerito di Hong Kong, si è più volte espresso in maniera decisa contro un eventuale accordo tra Santa Sede e Cina nei termini proposti da Pechino, sottolineando l’assoluta incompatibilità delle richieste cinesi di autogestione e di indipendenza con la dottrina “che professa la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”.

A livello geopolitico, le possibili ripercussioni sono molteplici e la principale questione è relativa al riconoscimento di Taiwan. Già negli scorsi anni, il governo cinese aveva definito l’accettazione della One China Policy e la rottura delle relazioni diplomatiche con Taipei come prerequisito fondamentale per un possibile accordo con la Santa Sede.

Chiesa ufficiale e Chiesa sotterranea 
Ma, al di là di queste scontate pretese, la maggiore preoccupazione di Pechino riguarda le possibili interferenze vaticane sulle “questioni interne cinesi”: un riferimento alla libertà d’espressione della Chiesa. Per questo motivo, nel 1957 fu creata l’Associazione patriottica, organismo non riconosciuto dalla Santa Sede, che è alle dipendenze della State Agency for Religious Activities (Sara). Si tratta di una struttura ben ramificata, gestita da una Conferenza episcopale (anche questa non autorizzata da Roma), che può contare su più di settanta vescovi, circa tremila tra preti e suore e seimila chiese e luoghi di ritrovo ufficiali.

Secondo un recente report della Freedom House, i cattolici cinesi sono all’incirca 12 milioni, di cui 6 seguono l’Associazione patriottica mentre altri 6 milioni appartengono alla cosiddetta comunità della Chiesa sotterranea, fedele al Papa. Questi ultimi si ritrovano in luoghi improvvisati come fabbriche, scuole e abitazioni private, ma a volte vengono ospitati nei luoghi di culto dell’Associazione patriottica, a riprova di occasionali sovrapposizioni tra le due Chiese. Un processo iniziato da alcuni anni, talvolta appoggiato e promosso dalla Santa Sede, che è anche l’inevitabile conseguenza delle migrazioni interne cinesi.

La Chiesa sotterranea è molto presente nei centri rurali, mentre nelle città il controllo del Partito comunista sui luoghi di culto tende ad essere più forte. I tanti lavoratori cattolici che si trasferiscono nei centri urbani spesso si affidano alle strutture dell’Associazione patriottica per poter continuare a praticare la loro fede.

In questa maniera, la commistione tra le due Chiese è cresciuta, così come i contatti tra Roma e alcuni vescovi dell’Associazione patriottica. Un processo che ha ulteriormente complicato la trattativa,con l’Associazione patriottica divenuta gruppo di potere e di pressione politica, ed efficiente esecutore di direttive “superiori”.

Libertà religiosa a dura prova
Le notizie che arrivano dalla Cina sono di segno diametralmente opposto rispetto a certi entusiasmi che trapelano da Roma e da alcuni sinologi. Le restrizioni per la libertà religiosa dei cristiani e dei cattolici continuano ad essere intensificate: dalla rimozione dei crocifissi all’esterno delle Chiese alla decisione di installare telecamere nelle chiese cattoliche di Wenzhou, sino alle nuove norme che prevedono l’espulsione degli studenti e il licenziamento di insegnanti e personale se scoperti a effettuare pratiche religiose all’interno delle università.

La repressione contro i principali gruppi religiosi del Paese si estende anche ai musulmani, con severe leggi che limitano la libertà religiosa nello Xinjiang, dove già è vietato agli studenti di digiunare per il Ramadan e ai minorenni di frequentare moschee, a riprova della volontà di Pechino di mantenere uno stretto controllo sulle fedi in Cina.

Gli 80 milioni di cristiani rappresentano un pericolo, in particolare visto il grande interesse che il cristianesimo sta suscitando nella classe media, in una dinamica assolutamente in controtendenza rispetto al resto del mondo. La ricerca spirituale dei cinesi è in crescente aumento e il controllo diretto esercitato dallo Stato-Partito nei confronti delle autorità spirituali aumenta in proporzione.

Il buddismo e il taoismo sono considerati meno pericolosi perché parti integranti della cultura cinese, ma soprattutto perché negli scorsi decenni è stato avviato un processo di integrazione e cooptazione delle strutture confessionali tradizionali. L’esponenziale crescita del ceto medio, oltre alla creazione di una massa di nuovi consumatori, ha determinato una inedita richiesta di spiritualità che gli apparati religiosi ufficiali non riescono a soddisfare.

Determinazione di Francesco e attendismo cinese
Sin dalla sua elezione, Papa Francesco si è mostrato fortemente determinato a proseguire la missione iniziata da un altro gesuita, Matteo Ricci, nel 1601. Gli scambi e le interazioni tra la Santa Sede e Pechino sono aumentati e alcuni analisti prevedono la conclusione di un’intesa in tempi brevi, ma le criticità irrisolte e uno scarso interesse da parte cinese potrebbero costituire degli ostacoli insormontabili, nonostante la ferma volontà vaticana.

Mentre la Santa Sede sembra aver momentaneamente abbandonato la tradizionale prospettiva storica di lunga durata, Pechino pare invece voler mantenere una situazione di stallo cercando di preservare, per i prossimi anni, il controllo totale sulle autorità e sulle pratiche religiose nel Paese.

 

Stefano Pelaggi    (affarinternazionali.it)

Stefano Pelaggi è Docente a Sapienza Università di Roma e Research Fellow presso il Centre for Chinese Studies a Taipei.

Stefano Pelaggi è Docente a Sapienza Università di Roma e Research Fellow presso il Centre for Chinese Studies a Taipei.

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