Uno vale uno, a Roma e Torino: Uno vale Zero

Il rancore che aveva indignato gli elettori di Raggi e Appendino, oggi anima il ceto medio avveduto e consapevole delle loro città, inducendolo a manifestazioni di massa davanti al Campidoglio e al Palazzo di Città.

di Mimmo Merlo | 12 Nov 2018

Che ci fosse bisogno di qualche cosa di nuovo nella politica del Paese, era di assoluta evidenza, la lunga crisi che ha colpito il pianeta, ha provocato impatti assai diversi da Paese e Paese, per le differenti correlazioni tra: prassi democratica, efficienza istituzionale, cultura civica e solidarietà sociale, vulnerabilità dei territori, e credibilità delle classi dirigenti.

Le percezioni di un cambiamento, comunque in negativo, delle prospettive di ciascuno, ha favorito il diffondersi della preoccupazione per un futuro tutt’affatto diverso sia da quello immaginabile prima e sia da quello che era stato promesso. Le conseguenze: la susseguenza di indizi e di fatti, soprattutto di quelli ritenuti ininteleggibili, che caratterizzano in negativo, sia la fiducia nella funzione democratica delle regole e sia il pregiudizio verso chi le dovrebbe far rispettare, e l’invocazione di figure guida, placebo liberatorio delle paure, piuttosto che taumaturgico risolutore delle cause che le generano.  Tra le cause che hanno provocato questo disequilibrio di credibilità e di relazioni, non deve essere omesso l’invasività esercitata dai professionisti della diffusione della cultura del ‘moralismo & giustizialismo’, spesso usata a mo’ di semplificazione per la liquidazione di una parte del pregresso, e soprattutto, come alibi omissivo di quella profonda revisione ideologica, a valle delle delegittimazioni di fine 900.  Ambe due sono state delle semplificazioni, che anziché favorire la costruzione di riflessive verità, hanno favorito, prima, la ‘posticcia’,  legittimazione delle due ‘autoreferenziali protesi’, ‘prima repubblica’ , di centro destra e centro sinistra e successivamente la dilagante generazione di post verità che hanno pericolosamente invaso il Paese.

La politica, non lascia vuoti a lungo, e le post verità alla fine sono costretta a fare i conti con le realtà, che a tempo debito, smascherano anche il più tartufesco dei paludamenti. Roma e Torino, le due più emblematiche capitali d’Italia, che, in nome di un’austerità moralistica, si sono ingenuamente esposte al vento liberatorio dei profeti dell’uno vale uno e tutti voi quindi valete, e sarete i protagonisti del conseguente naturale cambiamento, stanno assistendo alla rivolta un po’ ‘borghese’, che il ‘popolo’ del PIL, mette in atto contro chi pretende d’imporre un futuro di trascuratezza, in nome di una decrescita felice declinata in assoluta improvvisazione.

Per scherzo del destino, le due prime sindachesse delle città dei Papi, e dei Savoia-Agnelli, elette col supporto  dal vento giustizialista, paiono oggi, entrambe essere sull’uscio di un rinvio a giudizio per dei fatti penalmente rilevati che le riguardano il loro esercizio del potere, ma ciò che è più rilevante, è la veemente delegittimazione che il ‘popolo’, non tanto quello pretestuoso dei Nimby, ma quello rappresentativo dell’intera città, sta manifestando nei loro confronti, per impedire il degrado della città.

Raggi e Appendino , se sono più espressione di inadeguatezza e imperizia al ruolo, che non in malafede, a smuovere una  rabbia popolare senza precedenti, è la loro visione di governo amministrativo.  Il rancore che a suo tempo aveva indignato i loro elettori, oggi anima il ceto medio  avveduto e consapevole delle loro città,  inducendolo a manifestazioni di massa davanti al Campidoglio e al Palazzo di Città.

Il direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, certamente più coraggioso dei suoi colleghi dei quotidiani romani, non le manda di certo a dire al Sindaco e al Movimento che rappresenta, ‘Nella città del Nord, che doveva essere la vetrina di Grillo e Di Maio, le difficoltà per i cittadini non sono diminuite’ non c’è stata alcuna svolta su sicurezza e qualità della vita, ‘mentre ad aumentare è la sensazione di essere guidati da una forza politica che davanti alle opportunità preferisce indietreggiare e perdere, anziché gareggiare e costruire’.

Entrambe le città sono esposte al rischio luddista e di assuefazione negativa all’ideologia dell’anti modernità, e di consegnarsi, all’ideologia delle furbizie, auto escludendosi dal futuro, ma come nel caso del ‘NO TAV’ minacciando anche il Paese, e soprattutto il suo Nord. La carenza di visione e cultura declinate nel mantra: tagliare-ridurre-arretrare-rinunciare, si è estesa anche al governo del Paese, per sostenere assistenzialismo e ‘rimborsi elettorali’ declinandoli in un pessimismo ideologico e di valori, che sospinge a non avere più sogni e ambizioni, ma interessi, e di alimentare le ombre della paura.

Il popolo torinese, ai cronisti che l’interrogava, così ha risposto, ‘ora basta con questi qui ’; ma la cronaca politica, a cominciare dalle inconcludenti premesse e nebulose prospettive del congresso PD, non sembra indurre all’ottimismo o alla fiducia. Anche i ‘comitati di azione civile’ lanciati in orbita dal ‘dissenziente’ Renzi, appaiono già superati dagli avvenimenti, il ‘popolo’ del Campidoglio e di Palazzo di Città, ha invitato loro e i partiti ad astenersi, la ‘rivolta’ non è cosa loro.

Possono essere finalmente la premessa per l’avvio dell’orgoglio civico, è forse troppo presto per dirlo, ma sin d’ora è giusto sostenerlo e non inquinarlo.

Mimmo Merlo   (lavocemetropolitana.it)

 

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