Un film già visto, l’italianità di Alitalia

Quattordici mesi di commissariamento hanno permesso ad Alitalia di migliorare i suoi conti. Ora si tratta di decidere quale offerta accettare tra quelle presentate. Perché la compagnia non può più tornare nell’alveo pubblico, né formalmente né di fatto.
Quattordici mesi di commissariamento

di Redazione Pensalibero.it | 30 luglio 2018

Ci risiamo: un altro governo che tiene alla italianità di Alitalia. Ne sentivamo proprio la mancanza.

Ma vediamo qual è la situazione attuale della società. Da maggio 2017 (da più di un anno, quindi) Alitalia è gestita da un trio di commissari a nome del governo italiano. E al commissariamento si è arrivati dopo una ulteriore lunga crisi. Uscita dal perimetro pubblico nel 2009, Alitalia è stata nelle mani di investitori italiani prima e di Etihad poi, ma nessuno ha saputo trovare una strategia che le permettesse di stare a galla.

Strano, perché già nel 2009 una bad company (la parte supposta malata, rimasta sulle spalle pubbliche) era stata separata dalla good company, e i privati si erano accollata solo quest’ultima, riuscendo però a farla fallire: evidentemente non era abbastanza “good”, ovvero non lo era il management.

Il commissariamento del maggio 2017 è stato possibile, se non necessario, in ragione della legge Marzano sulle crisi aziendali, che aveva trovato applicazione in altri casi di grandi imprese in difficoltà. Si tratta, si noti bene, di commissari con il mandato di dare continuità all’azienda, tutelare i posti di lavoro, valorizzare l’attivo (ossia, vendere l’azienda, se possibile bene). Non di liquidatori, ma di amministratori a tutti gli effetti.

Diversamente da altri casi, però, per mantenere in vita Alitalia, consentire la continuità aziendale e rendere quindi possibile il lavoro dei commissari, il governo ha erogato un prestito ponte di ben 600 milioni di euro, “che dovrà essere restituito entro sei mesi dall’erogazione”. Siamo ormai a quattordici mesi di distanza e non si vede traccia della restituzione. Anzi, il prestito è passato da 600 a 900 milioni. E rischia di essere comunque restituito (con interessi presumibilmente salati) quando la Commissione europea si pronuncerà sulla accusa pendente che costituisca un illecito aiuto di stato.

Il lavoro dei commissari

La situazione era e resta complessa. Ma i commissari sono riusciti a far andare avanti l’impresa comunque, tagliando parecchi dirigenti e ancora più dipendenti, usando il potere dell’amministrazione straordinaria per rinegoziare diversi contratti.

A quanto pare, da una perdita annuale precedente di circa 700 milioni si sarebbe arrivati a una molto più contenuta: circa 250 milioni, sempre di perdita, ma sempre molto meno di prima. Oggi, grazie al prestito ricevuto, la liquidità c’è ed è notevole. Il che significa tranquillità, poter dire ai viaggiatori che possono acquistare i biglietti senza timore di essere lasciati a terra. E senza fiducia l’impresa chiude subito. Anche in virtù di tutto ciò, Alitalia è riuscita ad aumentare i ricavi passeggeri (+7 per cento rispetto ai primi sei mesi dell’anno precedente). E questo avviene con meno aerei e meno dipendenti di un anno fa. Di nuovo, un risultato importante. Sul quale, francamente, non molti avrebbero scommesso.

Nel frattempo, alcune offerte sono state presentate, alcune vere e sostanziali, altre solo simboliche. Da agosto del 2017 sono state esaminate le offerte ragionevoli e a ottobre la selezione ha lasciato sul tavolo cinque-sei proposte condizionate, ma nessuna offerta definitiva sull’intero attivo vendibile. Ciascuna conteneva condizioni, “se” e “ma”. E purtroppo se nessuno presenta un’offerta pienamente soddisfacente si deve negoziare con i possibili acquirenti.

Il governo Gentiloni ha consentito che si arrivasse ad aprile – data non casuale perché non voleva legare le mani al governo successivo. Giustamente, anche perché si sarebbe rischiato una riedizione di quanto visto a suo tempo, quando Romano Prodi decise una cosa, perse le elezioni e Silvio Berlusconi disfece tutto. Inutile forzare le situazioni quando si sa che il prossimo governo verosimilmente la penserà in modo diverso. La lungaggine del dopo elezioni ha spinto poi a prorogare i termini a ottobre. Speriamo sia l’ultimo termine. Anche perché la Commissione sta esaminando il tema degli aiuti di stato e tirarla troppo in lungo sarebbe un grosso rischio.

E ora?

Alitalia, dunque, si è un po’ rimessa in piedi. Basta per dire che è a posto? No. Basta per dire che possiamo continuare a gestirla all’interno del settore pubblico? Di nuovo, no. Sicuramente serve un piano strategico, che non escludo possa proseguire la linea tracciata dai commissari, ma che richiederà nuovi azionisti. Servono infatti nuovi investimenti, che un’impresa in pesante ristrutturazione non può fare per non violare in modo troppo plateale le regole europee, che richiedono che un prestito “sospetto” non serva a espandere la capacità produttiva.

Ora, tre offerte ci sono. Di nuovo, non sono senza condizioni, ma sono offerte. Con Lufthansa, Alitalia diventerebbe un vettore regionale della rete tedesca. Con EasyJet/Delta non è chiarissimo cosa succederebbe: un’alleanza strana in partenza cosa farebbe di Alitalia? Resta poi Wizzair, low cost ungherese in grande crescita, che potrebbe usare Alitalia per espandersi ulteriormente in Europa occidentale – ma con quali strategie rispetto al lungo raggio anche in questo caso non è chiarissimo.

Il tema è quale sia il piano industriale e quale sia quello che meglio garantisce il collegamento del paese con il mondo. L’uscita del ministro Toninelli non sembra casuale. Non ha parlato di statalizzazione, si noti bene. Ha parlato di italianità, non quindi denaro pubblico, ma denaro privato. Che senso ha?

Nessuno, se si guarda la lettera di quanto ha detto. Si tratta però di capire se esprima una posizione ideologica (che nel nostro paese ha già avuto spazio, facendo i danni che sappiamo) oppure se sia un modo (un po’ sballato, magari, ma in questo periodo lasciamo perdere i dettagli) di dire che gli attuali piani industriali non piacciono. Il che sarebbe comprensibile, anche se la soluzione non è certo il passaporto del nuovo proprietario.

Da ora in poi, occorre però accelerare. Andare oltre ottobre significherebbe attirarsi quasi certamente gli strali della Commissione. Non sembra probabile che dopo quattordici mesi di tira e molla improvvisamente si materializzino tra qui e l’autunno una proposta e un piano industriale migliore di quelli che da qualche mese sono sul tavolo. Temo che dovremo farci piacere una delle proposte già presentate. Senza ideologismi privi di senso e guardando a un futuro nel quale Alitalia non potrà più tornare nell’alveo pubblico, né formalmente né di fatto. La politica deve stare fuori da Alitalia – per sempre, per favore.

Carlo Scarpa – Da: www.lavoce.info

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