Trump, un Presidente in divenire

di Stefano Silvestri | 9 aprile 2017

Una rondine non fa primavera e un bombardamento, per quanto spettacolare, non fa una politica estera. Certo, questa azione contro Bashar al Assad e la sua strategia sembra contraddire precedenti affermazioni di Donald Trump e di esponenti della sua Amministrazione (come la sua rappresentante alle Nazioni Unite), ma la realtà è che il nuovo Presidente americano sta scoprendo ora le gioie, i dolori e soprattutto la complessità della politica estera, in particolare di quella della superpotenza americana.

Egli era arrivato alla Casa Bianca con poche idee semplici (e risposte molto semplicistiche): difendere il commercio americano, bloccare l’immigrazione clandestina, combattere il terrorismo, specie quello di matrice islamica, e rilanciare un accordo con la Russia di Vladimir Putin. In quest’ultimo caso probabilmente l’idea era che in tal modo egli avrebbe potuto diminuire l’impegno americano in Europa e in Medio Oriente, Ma la realtà è una dura maestra.

Le martellanti rivelazioni sugli indebiti contatti tra membri del suo staff e la Russia, già durante il periodo elettorale, e soprattutto il sospetto non infondato che Putin abbia cercato di influire sull’andamento delle elezioni presidenziali americane, hanno bruciato, almeno per ora, la prospettiva di un rapido accordo con Mosca, che comunque era tutt’altro che facile.

La decisione di stracciare il Tpi (il trattato commerciale con paesi dell’Asia-Pacifico) si è rapidamente rivelata un boomerang, finendo per apparire come un gratuito regalo alla Cina, che da quell’accordo era stata esclusa, e che ha rapidamente sposato la causa del libero commercio per attrarre nel suo cerchio le grandi potenze economiche filo-americane. Vedremo nei prossimi giorni se l’incontro con il Presidente cinese a Mar-a-Lago avrà permesso a Trump di recuperare il terreno perduto.

Ora, la decisione di Assad di usare nuovamente le armi chimiche (che forse è stata presa anche per vedere quale sarebbe stata la reazione di Washington) ha costretto Trump a mostrare i muscoli, preannunciando anche un possibile uso della forza contro la Corea del Nord se la diplomazia cinese si mostrasse troppo poco cooperativa o comunque impotente a controllare quel regime.

In altri termini, Trump sembra riscoprire il solco tradizionale della politica americana, forse resa più scabrosa da una punta in più di improvvisazione e di sfida. Come dicevamo però questa non è ancora una politica estera compiuta e coerente.

Nello scacchiere siriano la mossa di Trump ha ottenuto il sostegno europeo e soprattutto ha portato al recupero della Turchia, mettendo in forse la prosecuzione del processo negoziale di pace di Astana, a guida russo-iraniana. Ma non sappiamo ancora quale sarà, e se ci sarà, un’alternativa. Ritorniamo ai negoziati in ambito Onu, più volte falliti, oppure puntiamo ad un quadro diverso?

Idem per la Russia, che cerca di intimidire Washington sospendendo l’applicazione degli accordi per evitare incidenti tra aerei militari in azione sulla Siria. Vedremo il tentativo di negoziare un nuovo accordo tra Mosca e Washington oppure un ritorno al muro contro muro di obamiana memoria?

Il bombardamento della base aerea siriana ci rivela un Trump diverso da quello della campagna elettora e, un “President in the making”, ma quale sarà alla fine il Trump Presidente?

 

Stefano Silvestri      (affarinternazionali.it)

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.

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