Troppe manipolazioni sulle valute

Finora ha vinto la Fed che ha dimostrato di poter deprezzare il dollaro a sua discrezione.

di Guido Colomba | 3 aprile 2016

La guerra delle valute è in fase di stallo. Finora ha vinto la Fed che ha dimostrato di poter deprezzare il dollaro a sua discrezione. Con due risultati rilevanti: (a) ha neutralizzato sia la Bce che la Banca del Giappone, (b) ha mantenuto un’aspettativa di rialzo dei tassi entro giugno. Al termine di questo primo round del 2016, i mercati mostrano una volatilità in discesa che si riflette sui futures. Per il petrolio Wti l’indicazione di acquisto è scesa dal 62% all’8%. Stessa sorte per l’oro (8%). Resiste, nel campo delle commodities agricole, la soia con una indicazione di acquisto al 96%. Come mai il superbazooka della Bce, annunciato il 10 marzo, non ha ottenuto i risultati sperati? Bisogna partire dal tasso effettivo dell’euro: nei confronti dei 28 Paesi con i quali l’euro registra gli scambi maggiori, il cambio ponderato riflette una rivalutazione del 4,8%, cioè un apprezzamento che danneggia l’export europeo. Proprio mentre l’effetto deflattivo accentua la difficoltà dei consumi interni. Vi è poi la dimensione quantitativa della bolla finanziaria mondiale. La liquidità in circolazione è tale che le manovre incrociate (guerra delle valute) delle banche centrali, non solo tendono ad annullarsi ma richiedono interventi molto più massicci. Se l’obiettivo della Bce era quello di raggiungere un rapporti di cambio paritario con il dollaro, allora il piano di acquisti (80 miliardi al mese) dovrebbe salire a 4500 miliardi di euro. In pratica 2700 miliardi in più rispetto al plafond attuale. La Fed, al contrario, punta a portare il cambio a 1,20. Il valore intermedio (1,10) richiederebbe un intervento Bce pari a 1350 miliardi. Ecco perchè Draghi ha aumentato la “moral suasion” della Bce sui governi europei affinche’ si decidano a interventi coordinati di politica economica. Non è un caso che la Vigilanza europea della Bce, di pari passo, stia esercitando una arcigna pressione sulle banche (tale il caso Bp-Bpm) con gli stress test e con le continue richieste di governance e di ratio patrimoniali. La Banca d’Italia ha fatto sapere di non condividere la valutazione pari a 17,8% (non recuperabile l’81,2%…) per i crediti deteriorati (Npl) delle quattro banche fallite (Etruria, Marche, Cassa Ferrara e Chieti) confermando questo atipico braccio di ferro con la Bce (Vigilanza). A complicare le cose vi è la sterlina che è scesa ai livelli del 2009 sui timori del referendum del 23 giugno. Dall’inizio dell’anno il distacco tra i “si” e i “no”è sceso a 0,9 punti. Per i gestori è veramente difficile cavalcare un “sentiment”così emotivo che si misura in una uscita di 65 miliardi di euro, nel corso delle ultime due settimane, dal “parcheggio” dei fondi monetari. Un deflusso che si riflette nel rimbalzo di emergenti e dei fondi specializzati in materie prime come attestano le quotazioni dei futures. Purtroppo, tutto ciò conferma la crisi del multilateralismo che nel dopoguerra sembrava avviato, sulla scia di Bretton Woods, a un futuro trionfante con la creazione del Fmi. della Banca mondiale e della Bei. Ora, anche il G-20 è divenuto una palestra di retorica in presenza di un non-sistema globale dominato dalla “manipolazione” dei tassi di cambio per aggiustare i problemi della bilancia dei pagamenti.

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