Trattiamo

Gli Stati Uniti sperano che “oggi o domani” la Corea del Nord capisca e si disponga per un dialogo che abbia per obiettivo la soluzione pacifica dell’attuale tensione.

di Alberto Pasolini Zanelli | 10 agosto 2017

Messaggio da Washington alla Corea del Nord: trattiamo. Lo dicono, in coro o quasi, tutti i massimi esponenti dell’amministrazione Trump (pochi giorni dopo aver proclamato uno stato di allarme come conseguenza dei progressi missilistici della Corea del Nord, a cominciare dal Segretario di Stato Tillerson, che ha lasciato fra l’altro circolare la voce secondo cui egli sarebbe pronto a recarsi di persona a Pyongyang: a spiegare a Kim Jong-un che l’America “non ha intenzione di deporre il governo nordcoreano né di usare la forza militare”. L’unica strada aperta, perlomeno quella che si delinea nelle ultime ore, è quella del dialogo. Evidentemente anche Trump è di questa opinione e lo ha lasciato intendere in uno dei suoi interventi “ufficiosi”. Ma il suo ministro degli Esteri è stato esplicito: “Noi non cerchiamo un cambio di regime. Non desideriamo che questo regime crolli. Non cerchiamo una riunificazione anticipata delle due Coree. Non cerchiamo una scusa per fare avanzare il nostro esercito al Nord del trentottesimo parallelo”. Insomma, ai coreani del Nord dice: “Noi non siamo i vostri nemici, noi non vi minacciamo: non vi presentiamo proposte inaccettabili ed anche voi dovete fare così perché altrimenti noi saremo costretti a rispondere”. In altri termini gli Stati Uniti sperano che “oggi o domani” la Corea del Nord capisca e si disponga per un dialogo che abbia per obiettivo la soluzione pacifica dell’attuale tensione.

Se non è un capovolgimento della posizione Usa, si tratta probabilmente di un cambiamento di linguaggio, che in fasi diplomatiche come questa è quasi l’equivalente. Che cosa è cambiato in pochi giorni? Probabilmente le conclusioni di un ripensamento strategico attribuibile al presidente in persona, metodo tradizionale che non è della diplomazia ma rientra nelle inclinazioni e nelle abitudini di Trump. Che nell’ultimo mese ha più volte denunciato il gravissimo pericolo rappresentato dal regime di Kim Jong-un, ma adesso sembra rilanciare la sua linea durante la campagna elettorale nei primi mesi della sua presidenza. Trump si era detto pronto a recarsi personalmente nella Corea del Nord per condurre un vertice. “Se fosse utile per me un incontro a quattr’occhi con Kim lo farei senza esitare, anzi per me sarebbe un onore”. Non è mai stato questo il linguaggio americano al dittatore nordcoreano, nel corso di un lungo scambio di vedute, di minacce e di insulti. Quattro anni fa il giornale ufficiale di Pyongyang uscì in prima pagina con una fotografia di Kim Jong-un seduto davanti a un missile intercontinentale e una carta geografica che indicava gli obiettivi possibili, fra cui Austin, capitale del Texas, Los Angeles e Washington. Allora questa minaccia fu considerata poco più di uno scherzo, dal momento che le possibilità nucleari nordcoreane erano molto più modeste.

Adesso le cose sono cambiate, un ordigno ha compiuto un percorso giudicato sufficiente per colpire l’Alaska ed è stato annunciato che ormai la parte continentale degli Stati Uniti è vulnerabile. Allora qualcuno rise, oggi molti prendono la minaccia sul serio nella forma di un attacco nucleare preventivo da Pyongyang che renderebbe impensabile un gesto similmente preventivo degli Stati Uniti, che oggi sono protetti solamente dal Ground-Based Midcourse Defense System, un sistema molto aggiornato per l’intercettazione dei missili a lungo raggio: il miglior modo di proteggere gli Stati Uniti da un attacco nucleare.

Si è incrinato qualcosa in questo Scudo? Qualcuno in America ha cambiato valutazione e considera oggi la minaccia abbastanza grave da rendere necessaria una nuova, più ampia valutazione militare e insieme diplomatica, che combina due strategie. La prima è puramente preventiva e militare, cioè lanciare missili per primi, mossa decisiva in vista della schiacciante superiorità degli Stati Uniti. Ma tra gli scettici su questa alternativa ci sarebbe anche il ministro della Difesa di Washington Jim Mattis, che dovrebbe sapere meglio di ogni altro che un conflitto armato in presenza di armamenti nucleari sarebbe una catastrofe per tutti. E includerebbe la morte di centinaia di migliaia di coreani, di giapponesi che si trovano a metà strada e di americani. Non manca chi, soprattutto nel Congresso, ritiene accettabile tutto questo altissimo prezzo, ma non i militari e, a quanto pare, la Casa Bianca.

 

Alberto Pasolini Zanelli   (letter from Washington)

Pasolini.zanelli@gmail.com

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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