Tra gli inciampi della politica e gli affanni dell’economia andiamo in vacanza con un’unica certezza: l’incertezza

di Enrico Cisnetto | 6 Agosto 2018

Andiamo in vacanza, ma rischiamo di non godercela. Alla vigilia delle ferie, infatti, prevale un senso di incertezza per quello che potrà accadere al nostro ritorno, e forse già in agosto. Due le cose che più di altre ci generano ansia: la tenuta del quadro politico e l’andamento dell’economia. Che finiscono con l’essere insieme causa e conseguenza l’una dell’altra. Il governo – la politica oggi si esaurisce in esso, essendo latitanti le opposizioni e inesistente il ruolo del parlamento – fin qui ha vissuto di luce riflessa, quella generata, in chiave quasi esclusivamente mediatica, dall’attivismo, giocoforza antagonista, dei suoi due azionisti. Il risultato è stato: l’iniziativa sui migranti di Salvini, più che altro dimostrativa, che ha generato inquietudine nei 5stelle non meno che nel mondo cattolico; il decreto “controbilanciante” di Di Maio, che ha scatenato la reazione della base operosa della Lega, specie a Nordest; l’assalto alla diligenza delle nomine pubbliche con metodi per nulla diversi da quelli tanto condannati, che ha visto inopinatamente prevalere i grillini (non fosse altro perché privi di nomi da indicare) sui leghisti (anch’essi scarsucci quanto a classe dirigente, ma mai come i parvenu pentastellati) per l’incomprensibile (a meno di dar retta alle voci relative alle inchieste giudiziarie sui soldi della Lega e su possibili patti indichiarabili per mettersi al riparo dalle conseguenze) assenza di Salvini. Il tutto condito da quotidiane dichiarazioni d’intenti, tanto mirabolanti quanto, a certe orecchie, inascoltabili, e da polemiche su evidenti divergenze programmatiche specie in tema di grandi infrastrutture (Tav, Tap, autostrade). Fine. Un po’ poco per il tanto strombazzato “cambiamento”, fin troppo per le inquietudini dei mercati finanziari, che infatti negli ultimi giorni hanno legnato Borsa e titoli di Stato, e riacceso il fuoco sotto il pentolone dello spread, dove rischia di finire inghiottita una manciata di miliardi per oneri diretti (costo del debito) e indiretti (banche strozzate che tornano a rarefare il credito all’economia reale).

Ma il problema non è il consuntivo dei primi due mesi dell’esecutivo gialloverde, quanto ciò che ci aspetta. Sul piano politico, dopo settimane in cui ha tenuto banco la potenziale rottura Salvini-Di Maio, oggi sugli scudi c’è quella appena consumata tra il capo della Lega e Berlusconi – visto che sulla Rai, guarda che caso, il Cavaliere ha finalmente battuto un colpo – anche se era evidente già prima l’irreversibile fine del vecchio centro-destra. Ma la vera questione di fondo è quella della per ora inesistente alternativa all’alleanza pentaleghista. Gli italiani, specie la gran parte di quelli che non sono andati alle urne i 4 marzo e un cospicuo numero di coloro che hanno votato M5S e Lega per rabbia e rassegnazione, hanno ben presenti i limiti e le fragilità di questo governo e del patto populista-sovranista che lo sorregge, e sono spaventati che l’evidente dilettantismo di questi improvvisati possa prima o poi scatenare l’inferno. Ma, allo stesso modo, sanno che non c’è alcun’altra offerta politica convincente né in campo né all’orizzonte, perché non lo sono affatto quelle già sperimentate – Forza Italia, il Pd e le sinistre più radicali – e non se ne vedono nascere di nuove. E fintanto che la questione dell’alternativa – europeista, sviluppista e riformista – continuerà a rimanere irrisolta, è inevitabile che governo e maggioranza attuali mantengano un diffuso consenso popolare.

Ecco, navighiamo in un mare di velleità, presenti e future, mentre questo è più che mai il momento in cui sarebbero indispensabili la solidità e la credibilità al servizio del cambiamento (quello serio). Tanto più che ci muoviamo in quadro internazionale che ha perso la bussola, se persino certezze granitiche di sempre come l’atlantismo sembrano venir meno per l’autolesionismo dell’Occidente (qui la nostra quota di responsabilità diretta è minima, ma rischiamo di essere il burattino che per mano altrui butta giù il teatro…). Come sempre, sarà l’economia a fare da cartina di tornasole. Di fronte, ahinoi, abbiamo due scenari ugualmente avversi, solo che uno è più disastroso dell’altro.

Partiamo da quello meno angosciante, che definiremmo di “continuità stagnante”. Esso si nutre di un quadro congiunturale caratterizzato ormai da qualche mese, e in via di accentuazione, da un netto rallentamento della crescita, che in mancanza di stimoli ci riporterebbe tra questo e il prossimo anno nella maledetta zona grigia dello “zero virgola”, con il conseguente allargamento della già ampia forbice che distanzia l’andamento del nostro pil da quello europeo e americano. Questo accadrà se il governo, un po’ per manifesta inadeguatezza e un po’ per evitare tensioni interne e internazionali, farà una manovra di bilancio sì un pizzico espansiva (qualche voce di spesa pubblica corrente cancellata a favore di altrettanto in conto capitale) ma tutto sommato neutra, limitandosi a enunciare intenzioni che rimanda al futuro (non a caso il ministro Tria parla di “avvio delle riforme”, riferendosi a flat tax e reddito di cittadinanza). Magari con l’intento – potrebbe essere il pensiero di Salvini – di addossare alla trimurti del male Ue, Bce e non meglio identificati “poteri forti” la responsabilità dell’empasse (della serie “non ci lasciano lavorare”) per poi andare presto a elezioni anticipate.

Viceversa, se il governo – vincendo le resistenze dei ministri tecnici sostenuti dal Quirinale, per resa o ottenendone la testa – dovesse avventurarsi in una manovra molto espansiva o, peggio, maldestramente espansiva, senza badare ai vincoli europei, allora la reazione dei mercati e dell’Europa non si farebbe attendere. Già in queste ore ne abbiamo avuto un assaggio, con lo spread arrivato a toccare i 270 punti e i Btp oltre il 3% di rendimento. Per ora sono reazioni allo stato di incertezza in cui siamo sprofondati, ma domani potrebbero diventare reazioni esplosive, come lo furono nel 2011. In questo caso, già indeboliti dall’anemia economica in cui stiamo tornando dopo la ripresina dell’anno scorso, rischieremmo di avvitarci in un loop pesantissimo.

Sono evitabili questi scenari? Certo, ma occorrerebbero ben altre condizioni politiche. Dopodiché, se preferite coltivare l’illusione, scambiandola per speranza, che anche il governo gialloverde ce la possa fare, non vi resta che mettere nella valigia della villeggiatura qualche testo che racconti come la Apple sia diventata la società di maggior valore al mondo – mille miliardi, la metà del nostro pil – immaginando con un po’ di sforzo che somigli alla storia della Fiat, di cui ci siamo affrettati a celebrare fasti che non esistono in morte di un uomo che ha racchiuso assai bene tutte le italiche contraddizioni.

Enrico Cisnetto   (Terzarepubblica)

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Rispondi

Il suo indirizzo e-mail non verrà pubblicatoI campi obbligatori sono marcati *

*