Tra benessere e malessere, un limite da identificare

Quali sono i criteri minimi di funzionalità a cui deve attenersi il progettista che riguardano i vari problemi concernenti la sicurezza, l’igiene, la vivibilità e la dimensione di un ambiente-chiuso quale è quello che per definizione identifichiamo come carcere?

di Domenico Alessandro de'Rossi | 8 ottobre 2018

Con l’atto di indirizzo 2019[1], così si è espresso il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: “…Per fronteggiare in modo adeguato il fenomeno del sovraffollamento degli istituti e per garantire dignitose condizioni di vita alle persone detenute, è indispensabile attuare un piano per l’edilizia penitenziaria che preveda la realizzazione di nuove strutture, l’ampliamento ed ammodernamento delle attuali, nonché la nuova destinazione di edifici dismessi…”.   Siamo noi, ora, che rivolgiamo per l’ennesima volta al DAP le seguenti domande, visti e condivisi gli indirizzi del ministro, più volte rappresentati su articoli, interventi e saggi dedicati[2]. Quali sono i criteri minimi di funzionalità a cui deve attenersi il progettista che riguardano i vari problemi concernenti la sicurezza, l’igiene, la vivibilità e la dimensione di un ambiente-chiuso quale è quello che per definizione identifichiamo come carcere? Che vuol dire benessere dentro il carcere? E’ legittimo porre un simile interrogativo? Al penultimo quesito si potrebbe rispondere semplicemente richiamando “tutto ciò che non comporti il suo contrario”, cioè l’inquietudine, il turbamento, la depressione, il dolore, il desiderio di autoannientamento. A prima vista queste potrebbero sembrare domande retoriche poiché si ritiene che il carcere debba offrire, ovviamente senza disagio e sofferenza, solo l’obbligo della permanenza all’interno di spazi ristretti nella misura (minima) consentita, unitamente ad altri spazi ove possano essere garantite quelle attività permesse, destinate alla formazione, alla socializzazione e al lavoro. La restrizione della libertà, che da sola corrisponde alla condanna, impone esclusivamente la permanenza del condannato in ambienti chiusi (ancorché differenziati); ove lo spazio fisico e perciò la dimensione, sono intenzionalmente ridotti; di fatto volti a diminuire la capacità di movimento. Aldilà delle misure minime riscontrabili nell’arida normativa dedicata, un sicuro motivo di interesse per il progettista (e non solo) è dato dalla individuazione del limite sottile e dall’accertamento di quella soglia minima che divide un non meglio definibile benessere da un sicuro, accertabile e obiettivo malessere all’interno dei ristretti spazi del carcere. Qui, più in generale, entreremmo nel vasto campo della medicina penitenziaria, argomento che però esula dalla presente analisi ma che volentieri rimandiamo a chi in questo campo è direttamente impegnato professionalmente. Il grave fatto occorso recentemente presso il carcere di Rebibbia a Roma, dove la detenuta ha fatto morire i suoi bambini, meriterebbe un approccio problematico molto più vasto rispetto a quello finora adottato in termini sbrigativi di tecnicalità burocratica e di politica gestionale. Questi drammatici casi che emergono dalle diverse realtà penitenziarie – scoprendo “improvvisamente” una certa inadeguatezza nell’apparato politico-gestionale della carcerazione – dimostrano in modo sempre più evidente l’urgenza di una non rinviabile e attenta riflessione destinata ad nuovo assetto formativo. Un organico programma sistemico-culturale, finalizzato alla costruzione di una intelligenza organizzativa multidisciplinare destinata a comprendere e meglio gestire taluni casi più sensibili, comunque inquadrati all’interno di un disegno strategico ove la detenzione non si configuri come discarica umana ma come opportunità di recupero e di rispetto per l’individuo. Non ci risulta purtroppo che gli “Stati generali dell’esecuzione penitenziaria” voluti dal ministro Orlando, abbiano saputo affrontare in tale chiave culturale la complessità del problema. Dell’indifferenza e della inutilità di quel “sinodo”, rappresentato dagli Stati generali ne è prova l’ultimo progetto approntato dal DAP relativamente al nuovo penitenziario di Nola[3].

 

prof. arch. D. A. De’ Rossi

 

[1] 4.2) Edilizia penitenziaria e giudiziaria.

[2] “L’universo della detenzione”  – Mursia ed. Milano 2011 e  “Non solo carcere” – Mursia ed. Milano 2016  con interventi e a cura del sottoscritto e AAVV

[3] “L’universo della detenzione”  – Mursia ed. Milano 2011 e  “Non solo carcere” – Mursia ed. Milano 2016  con interventi e a cura del sottoscritto e AAVV

[4] http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/il-qnuovoq-carcere-di-nola-quando-alle-parole-non-corrispondono-i-fatti

Architetto e urbanista, già docente di Pianificazione territoriale, costiera e portuale alla facoltà di Ingegneria dell’Università del Salento. Nel 2005 è stato chiamato dal governo della Libia per la pianificazione del nuovo Programma Penitenziario conforme alle disposizioni dei Diritti umani sotto il patrocinio delle Nazioni Unite coordinando docenti universitari e professionisti per il Piano nazionale delle carceri dello Stato per oltre 6000 detenuti. E' responsabile nazionale dell'Osservatorio LIDU onlus (Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo) "Persone private della libertà" e cofondatore del "Tribunale Dreyfus", organizzazione per la difesa della giustizia giusta. Ha curato e scritto il libro "NON SOLO CARCERE", Mursia ed. 2016

Rispondi

Il suo indirizzo e-mail non verrà pubblicatoI campi obbligatori sono marcati *

*