In che era siamo? Teniamoci la “cristiana”

di Aldo A. Mola | 9 ottobre 2017

“O tempora, o mores!”. In Gran Bretagna viene proposto di datare gli anni non “prima” o “dopo” Cristo ma da una “Era Comune”: da un “anno uno”, che comunque dovrebbe essere, salvo ripensamenti, quello (convenzionale) della nascita di Gesù Cristo Redentore. Cambiare il 2017 in chissà quale altro comporterebbe di introdurre una datazione nuova in tutti i “documenti”,  non solo nei siti telematici ma anche nelle banche, nell’efficacia dei contratti, dalla vendita di un biglietto aereo a impegni finanziari, ad atti notarili e via continuando. Una catastrofe. Ecco allora la soluzione più semplice per accontentare  multiculturalisti d’accatto, ormai ginocchioni dinnanzi alle invasioni: cancellare l’Avvento. Così le moltitudini di eurozeri non si sentiranno più offesi dal riferimento a Cristo, falso messia per alcuni, uno dei tanti profeti per altri, un sovversivo per chi ne chiese la crocefissione al Proconsole romano Ponzio Pilato, che se ne lavò le mani e lasciò fare. “Un poco di buono”, insomma.

Se passasse la proposta britannica, la storia avrà un prima e un poi senza sapere per chi e perché.  Avrà una “ data comune”. Transgenica. Questa, però, davvero nuova e… frutto di allucinogeni.

Senza immergerci nell’archeocalendarite, ricordiamo che la Repubblica francese dal 1792 datò la Storia dal proprio avvento e impose una nuova Era. Cambiò nome ai mesi, sostituì le feste tradizionali con altre. Introdusse novità negli orari del lavoro, negli abiti, nelle consuetudini alimentari. Tutto doveva essere nuovo, “repubblicano”. Un delirio. Si affacciarono persino vegetariani e protovegani. Sappiamo come finì: Robespierre, Sain-Just, d’Herbois furono ghigliottinati. Dalle macerie del giacobinismo nacquero le immense fortune dell’oligarchia del Direttorio. L’Era Nuova resse sino a quando Napoleone si fece proclamare e si autoincoronò imperatore dei francesi. Da lì, appena dieci anni dopo quella repubblicana, iniziò una seconda Era Nuova. L’Impero. Durò solo due lustri, che però sono paradigmatici, proprio perché mettono a nudo la pochezza degli Innovatori. I Calendari ufficiali dell’Impero (imposti nelle regioni italiane direttamente annesse: Piemonte, Liguria, indirettamente Toscana, Lazio…) elencarono le “époques rémarquables” della storia: il 1809 risultò l’anno 2583 dalle Olimpiadi, il 1809 l’inizio dell’era cristiana, il 1187 quello dell’Egira di Maometto, il 1053 del potere temporale dei papi, il 1009 della fondazione del Sacro Romano Impero, il 356 della conquista di Costantinopoli da parte dei turchi di Maometto II e via continuando sino al VI anno del regno di Napoleone, con inizio il 18 maggio. Tutto fu appiattito. In quella “corbeille”  di date ognuno sceglieva la preferita; e spesso rimaneva corbellato. Le feste ufficiali dell’Impero erano il 15 agosto, San Napoleone (sostitutivo di Maria Assunta in Cielo), e il 2 dicembre (alternativo al Natale), a ricordo della vittoria napoleonica di Austerlitz  sull’imperatore d’Austria e sullo zar di Russia.

Quell’Epoca che sembrava eterna durò poco. Un po’ più lunga fu l’Era fascista. Si protrasse sino al 1943, anno XXI. La agonica Repubblica sociale italiana non tentò di imporre una propri Era né un suo calendario. Negli anni postbellici gli uffici del suo territorio usarono per anni la carta stampigliata con fasci littori e date fasciste. Bastavano due righe a penna per oscurare l’orpello del’ “odiato regime” e vergarvi gli atti amministrativi nella lunga transizione da Vittorio Emanuele III al Luogotenente Umberto e alla Repubblica. La carta costava e non andava sprecata. Quella  intestata “Regno d’Italia” fu utilizzata per almeno un paio d’anni della gracile repubblica. Che male c’era?

Al di là delle transitorie fortune delle datazioni artificiose, un fatto rimase comune: prima e dopo Cristo. L’anno uno dell’Era cristiana tardò  secoli a imporsi come religione di riferimento,  prima “tollerata” (editto di Licinio e Costantino), poi “ufficiale dello Stato ” (Teodosio: e siamo già alla fine del IV secolo d. Cr.), non solo perché il cristianesimo ne impiegò altrettanti per affermarsi, ma anche perché esso era e rimase diviso, litigioso, spesso lacerato in eresie contrapposte in conflitti atroci (come poi furono, sono e a lungo rimarranno gli islamici: sunniti, sciiti, salafiti, etc., con secoli di ritardo sulla via della indifferenza, madre della civiltà) e per secoli si massacrarono fraternamente, come  poi  fecero cattolici e ortodossi, evangelici e riformati.

Nei Sei-Settecento finalmente nacque lo Stato libero da vincoli religiosi e garante delle libertà di culto non in contrasto con le leggi. Le culture moderne adottarono datazioni proprie, ma le affiancarono sempre con quelle dell’“Era Volgare”, cioè con quella in uso, “a.Cr.” e “d. Cr.”. Fu il caso della Massoneria che aggiunse 4.000 anni tondi alla datazione cristiana, contrapponendole la “Vera Luce”, sicché, per esempio, il Grande Oriente d’Italia venne datato Milano 5805 anziché 1805, anno effettivo della sua nascita. Un gran maestro famoso anche come scultore, Ettore Ferrari, a volte datò i suoi atti “ab Urbe condita”, cioè dalla nascita di Roma, nel 753 a.Cr.  Non ebbe un gran successo, perché i destinatari delle sue lettere dovevano fare sottrazioni e addizioni per capir bene quale fosse la data vera, tanto più che l’anno massonico non inizia il 1° gennaio ma il 1° marzo, che poi non è neppure l’equinozio di primavera (21 marzo, secondo la convenzione), usato dagli antichi romani con un calendario sbilenco e confusionario sino a Giulio Cesare.

Anche Lenin volle imprimere il pollice del bolscevico nel calendario. Ma lo fece nel modo più ragionevole. Adottò la datazione introdotta da papa Gregorio XIII in Occidente (sempre ospitale verso i rivoluzionari, criminali compresi), al posto di quella “giuliana” vigente nell’Impero zarista. Così la “rivoluzione bolscevica” entrò in memoria come “d’ottobre” anziché “di novembre”, quale all’inizio fu ricordata in Russia. La sua  riforma, però, non scalfì la tradizione ecclesiastica ortodossa, oggi più vitale che mai in un Paese che vive la sacralità con intensità smarrita nell’Europa centro-occidentale.

Come ovvio, ogni civiltà (Cina, India, Maya, Aztechi, Incas…) ha avuto uno o più calendari, con scansioni ordinarie e festività solenni al proprio interno. Per passare dai piani alti della antropologica storica alla  affollata “hall” della vita quotidiana, le tre religioni monoteistiche hanno la loro festività settimanale in tre giorni diversi: il venerdì gli islamici, il sabato gli ebrei, la domenica i cristiani delle varie “sette”. Lo “Stato” le rispetta tutte, ma funziona ogni giorno e non prevede alcuna “vacanza” nei suoi servizi. L’acqua, la luce, i trasporti, la sicurezza (e, quando accade, la guerra difensiva) sono necessità vitali 24 ore al giorno. Lo Stato è. Si fonda su una civiltà: gli antichi templi greci e romani, le chiese, gli edifici pubblici, le piazze… un percorso millenario scandito dall’Avvento anche per chi non è credente, perché i campanili, segnacolo di vita, non costituiscono più irruzione nella vita personale dei cittadini, ma ormai richiamo al senso della storia, di un mondo “ove tutto passa e quasi orma non lascia”.

Per sottrarlo alla labilità, la datazione rimane bisogno vitale. Essa è un cardine dell’Euro-America, non un ristretto “Occidente” ma uno spazio che va dalla Patagonia al Canada, da Capo Finisterre a Vladivostok. È l’Europa nel suo sviluppo storico, antico e attuale, orgogliosa di Giulio Cesare (Kaiser, czar), di Augusto (ma oggi alcuni vorrebbero cancellare il nome del mese di agosto perché.. ..imperialistico) e di Costantino il Grande che adottò la Croce per sconfiggere Massenzio ai Saxa Rubra, sulle porte di Roma, il 28 ottobre di tanti anni orsono…

Perciò, con buona pace dei britannici, va tenuta in vita la datazione “a.Cr.” e “d. Cr.”: non è offensiva se non per chi è nemico dell’Euro-America, un realtà  infinitamente superiore alla dimensione di chi oggi annaspa nel vuoto e mira alla disintegrazione degli Stati esistenti senza capire in quale abisso rischia di precipitare. È il caso della Catalogna, porzione minuscola e da secoli capricciosa del “continente iberico”.  Dinnanzi alla confusione culturale e politica galoppante, anche l’Italia deve recuperare coscienza della Grande Politica, politica estera e difesa. Lo spiega bene l’attualissimo saggio di Calogero Di Gesù, Dietro le quinte della Farnesina. Cinquant’anni di illegalità,  sperperi e intrallazzi al Ministero degli Esteri (ed. Aracne).  

I primi segnali di risveglio dovrebbero essere la difesa dei monumenti degli italiani in Italia e all’estero, a cominciare da quelli a Cristoforo Colombo, da qualche tempo aggrediti negli Stati Uniti e in Venezuela da fanatici oscurantisti. Nel numero di ottobre 2017 del mensile “Storia in Rete” ne scrive bene Emanuele Mastrangelo, spumeggiante membro di giuria del Premio Acqui Storia.

Dopo il medioevo, che fu di arretratezza con buona pace dei laudatori dei barbari (come oggi dei “profughi”), l’età moderna nasce con i “grandi navigatori”, la scoperta dei Mondi Nuovi e la scienza. L’Europa ha motivo di esserne e rimanerne orgogliosa; ei chiedere a chi vuol viverci di condividerne i capisaldi civili, che essa ha conquistato attraverso secoli di errori e di orrori, o di tornarsene da dove viene, se preferisce  altro. Certo non può imporre il suo “calendario”. Teniamoci il nostro, con le sue feste e i suoi riti. Non fa male a nessuno. Neppure ai pagani. Ai quali anzi ricorda l’inimitabile mondo nel quale vissero felici.

Aldo A. Mola

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

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