Sull’orlo di una nuova guerra

Accanto a una tenacia surreale, i nordcoreani possiedono (anche oggi con il loro bluff nucleare) una rimarchevole fantasia.

di Alberto Pasolini Zanelli | 8 gennaio 2018

Non è dai giorni di Kim Jong un e di Donald Trump che le due Coree sono sull’orlo di una nuova guerra, forse simile a quella che condussero fra il 1950 e il 1954. Fu una fase calda, cui ha seguito, dal giorno dell’armistizio fino ad oggi, una Guerra Fredda piuttosto surreale, perché condotta con strategie navali ma in terra. Anzi, sotto terra. È stata ed è una specialità senza somiglianze note. Non a caso la Penisola coreana è stata a lungo, prima della sfida nucleare, il parco giurassico della Guerra Fredda. E la Corea del Nord, naturalmente, ne è stato ed è il Tirannosaurus Rex. Non ne aveva, almeno fino a ieri, le dimensioni, ma la ferocia e l’anacronismo. Con una certa frequenza nei decenni sono nate e ritornate le ore di allarme, per esempio per lo sbarco di un gruppo di sabotatori da un sommergibile, infiltrazioni e risposte tipo “caccia all’uomo” da parte dell’esercito del Paese invaso, scontri a fuoco, catture e interrogatori, suicidi in massa degli “incursori”: strategie non proponibili ed eventi non pensabili da decenni in un nessun’altra nazione della terra. Cronache che oggi paiono strappate dalle pagine di un brutto libro di spionaggio, di fantaguerra Fredda, mediocre scopiazzatura delle pagine di John Le Carré o delle avventure di James Bond; in un paio delle quali compare fra l’altro un nordcoreano, travestito da maggiordomo e specializzato nel decapitare persone a lui avverse mediante il lancio del suo cappello a tese larghe ed affilate.

Omicidi e suicidi ripetitivi, dal giorno del cosiddetto armistizio di Panmunjon cui non è mai seguita una pace e che ha “invitato” il regime comunista del Nord a “provare” le difese della Repubblica governata da Seul con metodi che avrebbero un senso solo se precedessero di pochissimi giorni o di ore una invasione che finora, invece, non è mai venuta.

Accanto a una tenacia surreale, i nordcoreani possiedono (anche oggi con il loro bluff nucleare) una rimarchevole fantasia. I sabotatori che vengono a terra da un sommergibile in missione suicida fanno da péndant a un fenomeno ancora più unico: la guerra “sottomarina” nella roccia, sotto le montagne. Gallerie nel granito immediatamente a Nord di una frontiera che ufficialmente si chiama ancora “linea di demarcazione” nell’intento di farle uscire dentro o sotto il territorio del Sud. Non si tratta, come uno potrebbe pensare, di cunicoli per informatori, spie o sabotatori individuali. I militari di Seul ne hanno scoperti diversi con cinquanta o sessanta metri di diametro e la possibilità di farvi transitare in meno di mezz’ora un’intera divisione. Uno ho avuto occasione di visitarlo, naturalmente soltanto il suo segmento meridionale, saldamente presidiato da soldati sudcoreani. Anche questi ultimi hanno imparato a trasformarsi in talpe. Hanno adottato nelle viscere delle montagne gli strumenti e i metodi che le navi di superficie adoperano per snidare i sommergibili acquattati sul fondo del mare. Strumenti sensibilissimi danno l’allarme e indicano che in una certa direzione il nemico sta scavando un tunnel. Le “forze speciali” di Seul cominciano allora a perforare un loro tunnel che intercetti quello nemico. Una volta che le due gallerie si siano congiunte, gli infiltrati scappano verso il Nord facendosi crollare dietro la roccia con forti cariche di dinamite. Tutti i tunnel si sono a un certo punto occlusi, sbarrati da barricate naturali molto più solide del vecchio muro di Berlino che, una volta messi a salve i fucili dei guardiani, vengono sgretolati a colpi di piccone.

Anche dopo, davanti a ogni parete di roccia crollata, i soldati di Seul fanno buona guardia. Ogni tanto qualcuno ha il permesso di andarli a salutare scendendo per cunicoli ripidi, scivolosi e scomodi, reggendosi a ringhiere del tipo di quinto grado dolomitico. E li si incontra. Uomini sul fondo, una compagnia o un battaglione trincerati nelle viscere della terra in piena formazione di battaglia, davanti a tutti una coppia di mitraglieri con l’elmo d’acciaio e il dito su un grilletto, davanti a una parete rocciosa che con ogni probabilità non si aprirà mai più ma da cui potrebbero in teoria sbucare uomini o carri armati. Un’atmosfera surreale, con soldati puntati con l’occhio e con l’arma verso il nulla, versione reale dei guerrieri anacoreti del Deserto dei Tartari: con la differenza, fra l’altro, che gli eroi di Buzzati divorati dalla malinconia, si consumano almeno alla luce del sole e non nel ventre di un oceano di granito.

Alberto Pasolini Zanelli    (letter from Washington)

Pasolini.zanelli@gmail.com

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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