Smart city: non basta la parola

Per andare oltre le sperimentazioni la smart city deve avere un budget dedicato alle iniziative di innovazione, anche se limitato: è indicatore di una scelta culturale.

di Luciano Pallini | 10 luglio 2018

Le cronache registrano di sovente roboanti progetti per risolvere problemi di funzionamento delle diverse realtà urbane tramite il ricorso ad una moderna formula magica che sostituisce l’ormai datato ABRACADABRA!

La parola magica contemporanea è SMART CITY!! Una spruzzata di tecnologie informatiche et voilà! I problemi son tutti risolti.

La realtà, che ha sempre la testa dura, si incarica di smentire tanto facile ottimismo, condannando al fallimento numerose  iniziative spesso assai reclamizzate.

I suggerimenti della  Commissione Europea

Un recente rapporto della Commissione europea, Analysing the potential for wide scale roll out of integrated Smart Cities and Communities solutions ha esaminato 300 esempi di soluzioni smart in città e comunità di tutto il mondo, dedicando una particolare  attenzione a dieci casi in cui le strategie innovative non hanno funzionato.

In questa mappa dei fallimenti, la Commissione europea ha spiegato quali sono gli elementi che accomunano le esperienze negative:

  • Esclusione della dimensione sociale-culturale. In altre parole, significa che per progettare una valida soluzione bisogna sempre partire dalle esigenze reali dei cittadini.
  • Incapacità di tradurre una visione quasi-utopica di lungo termine in un piano d’azione concreto.
  • Inefficace integrazione tra tecnologie esistenti-innovative, dovuta alla mancanza di pianificazione e alla scarsa comprensione delle abitudini delle persone.
  • Sottovalutare le interrelazioni tra gli utenti, cioè il loro modo di utilizzare e condividere una data tecnologia in ambito urbano.

Nella sostanza non può funzionare una smart city che è solo soluzioni tecnologiche senza considerare il cittadino-utente finale.

Ne seguono alcune raccomandazioni incluse per aumentare le probabilità di successo delle soluzioni smart per le città:

  • Promuovere la collaborazione tra istituzioni pubbliche, investitori e cittadini, anche attraverso delle simulazioni dei progetti per approfondire le reazioni-esperienze d’uso (user experience).
  • Coinvolgere i cittadini, ad esempio testando una soluzione su un piccolo gruppo di persone, per verificarne l’accettazione e il gradimento prima di estenderla su una scala più vasta.
  • Favorire lo scambio delle informazioni sulle buone pratiche per replicare standard e modelli di successo in città diverse da quelle di partenza.

 

I risultati di una indagine Cisco e il Digital Transformation Institute

 

Per comprendere le difficoltà incontrate nella digitalizzazione delle città Cisco e il Digital Transformation Institute hanno realizzato la ricerca “Smart city, quali impatti sulle città del futuro?” che si è proposta di definire i possibili elementi che possono portare al fallimento di un progetto; per identificare i principali fattori di rischio e offrire alle pubbliche amministrazioni locali uno strumento per individuare per tempo i modi migliori di superarli.

Secondo Stefano Epifani, docente alla Sapienza di Roma e Presidente del Digital Transformation Institute  “le cosiddette “best practice” sono senz’altro utili per capire che un risultato è perseguibile, ma non aiutano più di tanto nel capire come perseguirlo, perché ogni progetto è unico e vive di dinamiche di contesto non replicabili”

Per realizzare la ricerca, il DTI ha coinvolto un team di esperti interdisciplinare, che ha identificato le sei dimensioni chiave che rappresentano elementi critici nello sviluppo di un processo “smart city” efficace: di seguito li riproponiamo modificandone l’ordine.

1 La società: una comunità resiliente, collaborativa e “open source”

 

Serve una visione della città che si può riassumere nella resilienza, nella capacità cioè di adattarsi ai cambiamenti, con tutto quello che questo significa per realtà urbane che si tenderebbe a museizzare, a fermarne una immagine nel tempo e collocarla sotto una campana di vetro: più che una città, una prigione.

Ecco  smart city nasce da chi la abita: quanto più si adatta alla struttura della società e del territorio urbano, tanto più produce valore. E la consapevolezza dei cittadini rispetto a come la loro città funziona, quali caratteristiche ha dal punto di vista economico e sociale, può fare la differenza nel generare dialogo e partecipazione attiva. Ampliare la platea di voci che trovano ascolto, attivare modelli di condivisione anche economici (pensiamo alla sharing e alla circular economy): un cambio di paradigma, che richiede anche di introdurre nuove piattaforme capaci di integrare le applicazioni e i flussi di relazione tra PA e cittadini.

 

  1. Vision: avere in mente un modello di città intelligente umana e trasversale

 

Per attivare un progetto smart city serve  avere ben chiaro quale è il modello di citta intelligente che è più in grado di trasformare in senso positivo, attraverso il digitale, la comunità: un modello che sia sostenibile economicamente – attraverso la  collaborazione fra pubblico, privato e società civile – e sostenibile dal punto di vista sociale e culturale, perché accoglie e risponde alle esigenze dei cittadini e sul “sentire” comune della comunità, una smart city prima di tutto “umana”, basata sulla creatività, l’innovazione del capitale umano, con amministratori informati e cittadini attivi, che condividono una visione comune delle opportunità che si possono creare con la tecnologia.

 

  1. Organizzazione:  il giusto intreccio di leadership, visione, strategie, rete e partecipazione

 

La dimensione organizzativa è un elemento particolarmente complesso, composto da molti fattori:

  • la capacità di coinvolgere il territorio; l’ascolto e la gestione delle esigenze di tutti gli attori interessati nel processo;
  • la pianificazione degli interventi da compiere, con un’attenta analisi dei loro impatti sulla vita delle persone, sui loro diritti, sugli spazi della città;
  • la creazione di strategie di comunicazione per sostenere il programma nel tempo;
  • la scelta di criteri per misurare in modo oggettivo i risultati.

Serve  un modello di governance che tenga conto di tutte le competenze necessarie al progetto, a tutti i livelli, con continuità e che si fondi e guidi una rete partecipativa che condivida visioni e strategie

 

  1. L’economia: stabilità per fare interagire e integrare investimenti pubblici e privati

 

Per andare oltre le sperimentazioni la smart city  deve avere un budget dedicato alle iniziative di innovazione, anche se limitato: è  indicatore di una scelta culturale. Serve poi  integrare e fare interagire investimenti pubblici e privati:, sapere creare condizioni che possano garantire ai privati stabilità nel lungo periodo, anche in caso di un cambio di amministrazione.

 

  1. La tecnologia: quali infrastrutture e piattaforme per la città digitale

 

Sono tre i fattori tecnologici principali che determinano efficacia, scalabilità e successo:

  • disporre di infrastrutture di comunicazione di rete sicure, affidabili, capillari, virtualizzabili che permettano di accedere ai servizi digitali, di aggregare dati, avere monitoraggio e controllo
  • dotarsi delle infrastrutture per ospitare le applicazioni centrali e per raccogliere, conservare, analizzare i dati;
  • costruire piattaforme applicative, sia per una gestione centrale, sia per i singoli sistemi e servizi  con un grande sforzo per creare interoperabilità e permettere il riuso.

 

  1. Comunicazione: dialogo e coinvolgimento per una città umana

 

In sostanza creare una smart city non è solo e soltanto immettere tecnologie innovative in un centro urbano ma è soprattutto  porsi  l’obiettivo di rispondere in modo nuovo a domande nuove o domande antiche che aspettano risposte nuove quali,  assistenza, sicurezza, qualità della vita, partecipazione, innovazione.

Servono  strumenti per coordinare il dialogo tra tutti gli attori coinvolti, con una mediazione culturale capace di affrontare difficoltà e chiusure, dare responsabilità alle persone, e condividere in modo chiaro e coerente fasi e obiettivi dei progetti.

Se  i cittadini a cui si rivolge il progetto non hanno consapevolezza di come usare quanto viene messo a disposizione anche il progetto meglio studiato fallisce.

 

Stefano Epifani sottolinea come “pensare ad un progetto di sviluppo di una smart city, termine del quale si è troppo spesso abusato in questi anni – vuol dire nella sostanza ripensare al proprio progetto di città. A rendere una città “smart” non è certo una iniezione di tecnologie, che sono e rimangono un fondamentale elemento abilitante, ma un insieme di elementi come la cultura, la visione, la consapevolezza e la volontà di rendere davvero il contesto urbano più semplice e vivibile per il cittadino”.

Ecco questi sono i temi che una città deve approfondire e dibattere, oltre il fascino transeunte della parola.

 

Luciano Pallini

Associazione E.S.T.

Economista, già sindaco di Pistoia, è direttore del Centro Studi della Fondazione Filippo Turati Onlus

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