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smarrimenti del 7 giugno 2015 – n. 19

SMARRIMENTI

 

Uomini che “odiano” le donne (quando il rapporto di coppia uccide).

 

Da tempo leggiamo o sentiamo quotidianamente notizie di omicidi di donne, spesso ad opera di uomini che dichiarano di amarle incondizionatamente!

E’ l’abbandono che spinge alla violenza! La donna è considerata ancora un oggetto, una proprietà, una “cosa” priva di emozioni, un oggetto da “usare” ogni volta che lo si desidera e come tale viene distrutto…

Il termine “Femminicidio”, nasce in Messico, quando nel 1993 furono trovate circa 700 donne con il collo spezzato e  l’antropologa Marcela Lagarde utilizzò tale parola per definire l’accaduto.

Quindi viene indicata con tale termine ogni forma di violenza, sia fisica che psicologica, volta ad annientare l’identità della donna con l’unico scopo di sottometterla o, nei casi peggiori, privarla della vita. Tale atteggiamento è frutto di una società “patriarcale”e quando la donna disattende le regole, subisce una sorta di “punizione”

Una riflessione viene spontanea: tutto parte dalla prospettiva socio-culturale, dove il dominio maschile prevale da secoli in ogni cultura e luogo. L’aspetto psicologico si offre ad una profonda analisi per indagare sulle problematiche individuali e reazioni interpersonali che ruotano attorno al compimento di tali atti ed è importante sottolineare che la maggior parte delle violenze si compie all’interno della coppia.

 

Violenza all’interno della coppia.

 

Sovente viene sminuita,   ma esiste..

Le aggressioni sono ben studiate e non riconoscibili dall’esterno, ma vi sono presenti dei comportamenti aggressivi, segnali tipici della violenza, che vengono interpretati come elementi conflittuali o passionali e che tendono ad escludere la coppia dal mondo esterno. E’ proprio questa caratteristica che dovrebbe allarmare i familiari.

Infatti, ciò che accade in questi casi, è una lenta e violenta distruzione morale, a volte anche fisica.

In psicologia, questa serie di elementi indica una “Relazione Perversa”, in cui la mancanza totale di affetto è un elemento predominante. Infatti il messaggio che la violenza nasconde è “non ti amo”, ma l’atteggiamento narcisista del partner nega l’evidenza, il suo obiettivo è trattenere l’altro ed impedirgli di abbandonarlo.

Vengono posti in essere anche comportamenti  e condizionamenti tali da lasciare il partner nell’incertezza. Tali comportamenti  sono caratterizzati dalla denigrazione verso la donna, portandola lentamente all’incapacità di pensare ed agire.

Il partner narcisista ha difficoltà ad impegnarsi in un rapporto di coppia, ha paura di essere dominato, che non vengano rispettate le distanze, allora elabora un processo che possa tenere la donna a distanza entro certi confini che possano essere gestiti facilmente, facendo subire all’altro, ciò che non vorrebbe subire lui, perciò lo soffoca e lo condiziona, cercando di annientarne la personalità e restare unico dominatore.

Si tratta di un comportamento assolutamente maschilista!

Il partner, quindi, impedisce alla compagna di frequentare la famiglia di origine e di lavorare, precludendole una normale vita sociale allo scopo di limitarne frequentazioni che potrebbero originare delle riflessioni.

Quando, a lungo andare, la vittima si rende conto di venire manipolata, cade in una profonda angoscia, conscia di essere esclusa dal mondo esterno, e sentendosi isolata e frustrata.

Inoltre il maschio alterna comportamenti dolci, gentili e di completa disponibilità verso l’altro a comportamenti aggressivi e violenti, in cui vengono sottolineati tutti gli errori del partner, con lo scopo unico di distruggerlo psicologicamente.

Di fronte a questo alternarsi di comportamenti, le vittime sono sempre confuse, non capiscono cosa stia accadendo, cercano motivazioni agli episodi di aggressività e violenza e, non trovandone, perdono sicurezza ed si in loro si alimenta la falsa convinzione di non essere all’altezza dell’altro.

Scattano quindi i sensi di colpa e l’unico pensiero che affligge la donna è ” cosa posso fare perché funzioni”?

 

Le reazioni della vittima del Femminicidio.

 

Le vittime possono reagire in due modi:

1) Sottomettersi ed accettare il dominio distruttivo dell’altro.

2) Ribellarsi e fuggire…

Il primo caso si verifica quando la vittima è in fase disgregativa, in cui l’unico aiuto consiste nel supporto psichiatrico o psicologico, con assunzione di farmaci antidepressivi o ansiolitici, a seconda del caso.

Il percorso psicoterapeutico è molto difficile per queste persone, poiché non mettono in discussione nulla della relazione di coppia.

Lo psicoterapeuta clinico non farà altro che evidenziare alle vittime l’impossibilità di difendersi, nonostante la grande comprensione e offerta di aiuto da parte sua, far comprendere loro lo stato di deterioramento causato dall’aggressore e quindi portarle ad una vita normale.

Nel secondo caso, invece, le vittime si separano dal compagno aggressivo e allora l’impulso violento che era stato ben nascosto, si intensifica e il partner narcisista concretizza che la preda gli sta fuggendo.

Il Lamaire descrive certi comportamenti vendicativi, dopo una separazione o un divorzio, come se un individuo, per non odiare se  stesso,  avesse bisogno di riversare tutto il suo odio su un’altra persona.

Ed è questo che gli esperti americani, chiamano ” Stalking”, ovvero molestare la vittima con telefonate o minacce di morte.

Queste relazioni perverse di coppia si concludono poi con l’omicidio annunciato e non considerato dalle Autorità, mettendo quindi in atto come una protezione fobica alla paura dell’abbandono.

 

La presa in carico psicologica.

 

Abbiamo analizzato come sia ingannevole la violenza all’interno della coppia, quindi difficile da capire e difendervisi. Nel momento in cui le vittime prendono coscienza del loro stato, vengono pervase da rabbia e da un senso di vergogna per aver subìto ed accettato umiliazioni.

In questi casi compito dello psicoterapeuta è la massima comprensione e sensibilità, senza mai essere invasivo, vivere emozionalmente (Transfert) la sofferenza della paziente, portarla lentamente a ricominciare.

Soltanto accettando la propria angoscia e comprendendo che non sparirà in un  attimo, si potrà procedere alla terapia, riconquistando a propria autostima e serenità.

Il trauma lascerà una traccia indelebile, ma sarà possibile ricostruire, questa esperienza vissuta fortifica!

 

“L’intelletto non nasce da sofferenze ordinarie, ma soltanto da sofferenze traumatiche. Si costruisce come fenomeno secondario o tentativo di compensazione di una paralisi psichica completa…” (Sàndor Fereczi).

 

Dr.ssa Matilde d’Alessandro

 

Dott.ssa Matilde d’Alessandro

Esperta in Ansia, Disturbi Associati e D.A.P.

Napoli

320 7585631.

smarrimenti@pensalibero.it

 

© Matilde d’Alessandro

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