Siamo le collezioni Guggenheim (Da Kandinsky a Pollock) !

Oltre 100 opere d’arte risalenti agli anni dal 1920 al 1960 rimarranno esposte al Palazzo Strozzi di Firenze fino al prossimo 24 luglio per raccontare le collezioni Guggenheim e le avanguardie europee e americane.

di Paolo Marini | 3 aprile 2016

Oltre 100 opere d’arte risalenti agli anni dal 1920 al 1960 rimarranno esposte al Palazzo Strozzi di Firenze fino al prossimo 24 luglio per raccontare le collezioni Guggenheim e le avanguardie europee e americane. Sono presenti alcuni dei più bei nomi dell’arte del Novecento: da Pablo Picasso a Max Ernst, da Marcel Duchamp a Vasilij Kandinsky, da Paul Klee a Francis Bacon eppoi Man Ray, Roy Lichtenstein, Alexander Calder fino agli italiani Alberto Burri e Lucio Fontana (e la lista non è finita). I Guggenheim – Peggy e lo zio Solomon – furono non solo collezionisti, non solo fondatori di istituzioni museali ma anzitutto appassionati d’arte che seppero dettare o indicare – come spiega Cristina Acidini – i canoni estetici del Novecento, ciò che si sarebbe da lì in poi dovuto apprezzare. Non mera acquisizione e raccolta di opere d’arte fu la loro, bensì produzione/propagazione di cultura.

Firenze accolse Peggy Guggenheim già nel 1949, quando Carlo Ludovico Ragghianti organizzò, con una selezione di opere della sua collezione, una mostra alla Strozzina; l’accoglienza, tuttavia, si mostrò diffidente. L’Italia era reduce dal Ventennio autarchico, non era pronta alla sfida. E Firenze, in particolare, era ancora probabilmente ferma ai canoni estetici fissati quattro-cinque secoli prima da Cosimo il Vecchio e Cosimo I dei Medici.

E’ lecito, peraltro, supporre che almeno alcune delle opere in mostra possano a tutt’oggi suscitare freddezza, scetticismo – ove non addirittura rigetto. Ognuno ha diritto al proprio gusto ma è pur vero che la percezione e comprensione individuale possono cambiare, evolversi, allo stesso modo in cui l’arte muta i propri connotati. L’arte è (anche) il suo fondamento spirituale ed è proprio attraverso la lente spirituale che ognuno ha la possibilità di intercettarne i moventi e i significati, di capirla a fondo e di amarla. Kandinsky ha scritto (per l’appunto ne “Lo spirituale nell’arte”) che “più un movimento appare esteriormente ingiustificato, più pura, profonda e interiore è la sua azione”. Se così è, la rottura estetica imposta dalle avanguardie del Novecento merita di essere vieppiù indagata e riscoperta. Schelling sosteneva che l’arte è opera di due attività affatto diverse tra loro, è l’unione di un aspetto cosciente e di un aspetto inconscio e chiamava il primo aspetto arte in senso stretto, il secondo poesia – come ci rammenta il filosofo Paolo D’Angelo (“Ars est celare artem”). Tutto questo serve ad affermare che la mostra fiorentina potrebbe rappresentare una opportunità irripetibile per assimilare la lezione delle correnti artistiche del secolo scorso (astrattismo, surrealismo, ecc.) e per capire l’arte contemporanea, che è figlia dell’arte moderna.

Sono nove le sale del percorso espositivo, alcune ‘monografiche’, altre ‘collettive’: partendo da quella dedicata ai Guggenheim e alle loro Collezioni, si prosegue con il Surrealismo, poi con Jackson Pollock; quindi si passa all’Espressionismo astratto, all’Europa del dopoguerra, si approda a Venezia e al Palazzo Venier di Peggy Guggenheim, alla grande pittura americana e a Mark Rothko. La conclusione è con gli anni Sessanta e l’inizio di una nuova era, quella in cui proruppe la Pop Art con alla testa il genio di Andy Warhol.

Il catalogo è incluso nell’eccezionalità dell’evento fiorentino, a richiamare con la densità dei contributi (di Tracey Bashkoff, Susan Davidson, Philip Rylands, Luca Massimo Barbero – curatore della mostra – e Ludovica Sebregondi), con le splendide immagini delle opere d’arte e delle fotografie esposte, una sorta di vita imperitura della mostra – ad uso e grazie all’interessamento di storici, ricercatori, cultori della materia – contro il destino effimero cui ogni evento del genere si dice tradizionalmente condannato. Ne estraiamo alcuni versi del breve poema con cui Amy Greif fece ‘parlare’ nel 1939 la Collezione (di Solomon) Guggenheim e che possono prestar voce (anche) al compendio offerto da Palazzo Strozzi: “Siamo arte non-oggettiva, priva di senso e senza prospettiva; / siamo dipinti in rombi, cerchi e quadrati. / (…) / A cosa serve il sorgere del sole o della luna? / Perché non guardare il sorgere di un cubo marrone? / (…) / Ci vuole un’arte che abbia significato? …”

Paolo Marini è nato a Siena nel 1965 e vive a Firenze da oltre trent'anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) - critica radicale alla concertazione e ai suoi riti - e due volumi di poesia - “Pomi Acerbi” (1997) e “All'oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli, nell'arco di oltre 15 anni, per varie testate. Avvocato civilista e consulente di imprese, ha inoltre al suo attivo pubblicazioni e contributi in materia di responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche, di diritto e procedura civile e di normativa 'privacy'.

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