Sotto il segno del pellicano. Una legislatura a tempo determinato

Questa Legislatura ha un unico compito: varare alla svelta una legge elettorale decente prima che il regime attuale schianti. Dal 1848 al 1913 l’Italia ebbe la miglior legge elettorale d’Europa: i collegi uninominali a doppio turno.

di Aldo A. Mola | 12 marzo 2018

È metà quaresima. Non è tempo di egoismi e vanità ma di riflessione. La Legislatura appena eletta è la diciottesima. Il 18 è il numero dei Rosa+Croce, l’Ordine sorto nell’Europa devastata dalla Guerra dei Trent’anni (1618-1648, come quella dal 1914 al 1945). Rosa+Croce significa Tradizione e Lumi, ricerca ed educazione di minoranze consapevoli e responsabili. La Diciottesima Legislatura nasce sotto il segno del Pellicano, il mistico alato dallo straziante grido asinino, che si squarcia il petto per resuscitare i suoi piccoli col proprio sangue. La precedente, 17^, poteva solo portare male. Il 18 è tutt’altra cosa. Gli esperti di numerologia insegnano che il 18 sta per 1+8, ovvero nove, che vuol dire 3 per 3, numero perfetto moltiplicato 6 volte. Chi “dà i numeri” avverte che, però, se si esagera a sommare 3 più 3 si arriva a 666, la cifra del Diavolo. L’importante, dunque, è fermarsi per tempo. Il 18, Principe Rosa+Croce, ultimo grado “rosso” o capitolare, deve durare lo stretto necessario, appena il tempo per compiere la sua missione e passare alla filosofia. Esattamente quanto oggi occorre all’Italia. Il Paese ha un Parlamento (tutto da “convalidare”), che deve farsi carico di problemi vitali: politica estera coerente (con un ministro di alto profilo là dove ancora siede Alfano), difesa (e quindi missioni militari all’estero e per la sicurezza nel Paese, costose ma necessarie per farci stare “al mondo”) e primato di ricerca e istruzione. L’economia – finanza pubblica, produzione, i sindacati d’interessi (Confindustria inclusa) – vanno a traino in un’Italia che da vent’anni ha abdicato alla sovranità nazionale introducendo in costituzione l’obbligo della parità di bilancio a beneficio di un’Unione Europea che se la ride perché prende molto più di quanto dia.

L’“Europa” ha bisogno di serio aggiornamento. Non è stata sconfessata da “populismi”. Si è sconfitta da sé, con la propria inerzia. Si è gonfiata a dismisura, ma senza irrobustire scheletro, nervi e muscoli. È una vescica che sta per esplodere. Continuare a stampare moneta è l’opposto di quanto le occorra per rimettersi in linea. Meno euroburocrati fuori controllo, più sostanza: progetto politico e difesa comune (effettiva, non l’apparenza odierna, ferma a livelli di terza fila).

In questa cornice, come il Pellicano l’Italia deve nutrirsi da sé: l’opposto di quanto promesso dal Movimento 5 Stelle che oggi ha il sostegno del 30% dei voti validi, cioè meno del 20% degli elettori, una percentuale modesta e labile. Ha raccattato seguito promettendo la luna. Chi davvero gli volesse male gli darebbe subito presidenza del consiglio e delle camere e lascerebbe che se la sbrigasse da sé. Ma i Cinque Stelle non hanno il “quid” fondamentale, il “senso dello Stato”. Perciò cedere loro il Potere comporterebbe il disastro. Responsabilità (parola chiave dell’appello del presidente della repubblica, Sergio Mattarella) vuol dire competenza, lasciare da parte presunzione, arroganza, improvvisazione e fronteggiare gli interessi generali permanenti degli italiani.

La 18^ Legislatura deve farsi carico di chi l’ha eletta, degli astenuti (molto meno del previsto) e dei quasi sei milioni che hanno votato dall’estero e che oggi assistono a occhi sbarrati allo scempio delle loro schede: una vergognosa presa in giro, una menzogna da quinto mondo. Questa Legislatura è palesemente a tempo determinato. Ha un unico compito: nel 70° della Costituzione varare alla svelta una legge elettorale decente prima che il regime attuale schianti. Dal 1848 al 1913 l’Italia ebbe la miglior legge elettorale d’Europa: i collegi uninominali a doppio turno. Lì bisogna tornare. Essi furono il volano del più grande ricambio di classe dirigente del Vecchio Continente. Gli aristocratici capaci e meritevoli rimasero tutti in prima linea, da Camillo Cavour e Bettino Ricasoli ad Antonino di San Giuliano. Emersero borghesi di levatura eccelsa, come Giovanni Lanza, Quintino Sella, Francesco Crispi e Giovanni  Giolitti. Il filtro erano gli elettori, che potevano sbagliarsi una volta ma non la seconda. La tragedia non fu certo l’introduzione del suffragio universale nel 1913. Questa fu una scommessa meditata che dette vita alla maggioranza potenzialmente più stabile della storia italiana, l’alleanza tra liberali e cattolici conciliati con lo Stato. Contro il famoso “patto Gentiloni” si schierarono solo il socialmassimalista Benito Mussolini, anarco-sindacalisti (corrispondenti ai centri sociali odierni), nazionalisti, clericali estremi e pasticcioni vari. Gabriele d’Annunzio pasturava felice in Francia. La Grande Guerra spezzò l’incantesimo. La catastrofe avvenne invece nel 1919, allorché venne introdotta, per volere di socialisti e don Luigi Sturzo, la “maledetta proporzionale”, che rese impossibile un governo stabile a causa dell’odio ideologico dei rivoluzionari e dei clericali contro lo Stato sorto dal Risorgimento. Le regioni che meno avevano sofferto in guerra passarono all’opposizione e si intrupparono nel governo di unità nazionale dell’ottobre 1922, capitanato da Mussolini.

Nata sotto il segno del Pellicano, la diciottesima Legislatura attende che i capipartito (troppi, ondivaghi, una vera babele: “tot capita tot sententiae…”) spieghino ai loro adepti per quale ragione sono stati eletti: servire l’Italia, non un movimento o interessi personali. Esercitare il mandato parlamentare non significa affastellare scontrini a giustificazione della vita quotidiana, ma esercitare la sovranità nazionale su mandato degli elettori: “fare politica”. La classe dirigente di valore fu sempre composta di abbienti, che non avevano bisogno di emolumenti ma si votarono allo Stato, e di persone humili genere natae, che si dedicarono alla vita pubblica non per quattro spiccioli ma per ideali supremi e seppero campare di nulla, con alta dignità. Il deputato socialista torinese Oddino Morgari (eletto quando i parlamentari non ricevevano alcuna indennità) non aveva di che pagarsi neppure una modesta pensione a Roma. Dormiva in un treno parcheggiato a Termini e mangiava alla mensa ferroviaria. Non sognava la “rivoluzione”, il “bagno di sangue della borghesia”, la “rottamazione”. Voleva il progresso effettivo della povera gente. Ebbe alleati i liberali capitanati da Giolitti, che, come scrisse Claudio Treves, “dall’altra riva” aveva capito la necessità di cambiare. È quanto oggi esprime la maggioranza di centro-destra, che non è populista ma popolare, non è anti-europeista ma custode dei valori fondamentali dell’Europa greco-latina, umanistica, razionale, contro ogni fanatismo interno o di importazione, di una Europa che va dalla Federazione Russa di Putin agli USA di Donald Trump, tutti intrinseci al pensiero Occidentale.

Perciò il centro-destra ha pieno diritto di rivendicare il governo del Paese: è l’unica compagine dotata di un programma commisurato alle condizioni dell’Italia odierna, gravata da un debito pubblico spaventoso, sotto osservazione e destinata al collasso se al potere andasse chi in breve la ridurrebbe come il Venezuela di Maduro: un Paese ricchissimo e civile precipitato nella catastrofe da un criminale ammirato da molti Cinque Stelle.

Nel Centenario della Vittoria nella Grande Guerra (una data gloriosa, che troppi oggi vorrebbero oscurare) l’Italia si merita un esecutivo all’altezza della sua sofferta storia e della sua collocazione nella comunità internazionale. È dunque l’ora dei Principi Rosa+Croce. È il tempo del Pellicano, tutt’uno con l’Eucaristia, come insegna la più profonda simbologia cristiana. È il momento della responsabilità. Il Parlamento è convocato il 23 marzo: lo stesso giorno della fondazione dei fasci mussoliniani in piazza San Sepolcro a Milano nel 1919… Mera coincidenza. La data venne decisa dal Presidente Mattarella per concedere tutto il tempo possibile al Pellicano, ma non un giorno di più, perché “la prima riunione (del Parlamento) ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni” (art. 61 Cost.). Però certi partiti insaziabili (sinistre e M5S) “dopo il pasto han più fame che pria”. E a qualcuno di costoro bisognerà chiedere conto della propria democrazia interna (art. 49 Cost.) e del suo concetto di libertà dei cittadini.

Aldo A. Mola

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

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