Se il Senato degli Stati Uniti fosse……

A misura di John McCain, un uomo che le ha provate tutte, nella buona e nella cattiva fortuna, idealista e patriota e pronto alle battaglie di idee e di persone con i suoi colleghi.

di Alberto Pasolini Zanelli | 2 settembre 2018

Se il Senato degli Stati Uniti fosse quello che la classe politica americana proprio non vuole che sia, sarebbe una specie di tempio non solo della democrazia come sistema che funziona ma come un suo museo, in qualche modo paragonabile a quello dell’antica Roma e della sua sigla, Spqr, che descriveva l’equivalente dei suoi capitoli urbani: Senatus PopulusQue Romanus. Con i suoi statisti, i suoi demagoghi, i suoi eroi e i suoi simboli. Trasferite tutto questo a Washington e avrete in prima fila l’ombra di John McCain, un uomo che le ha provate tutte, nella buona e nella cattiva fortuna, idealista e patriota e pronto alle battaglie di idee e di persone con i suoi colleghi. Le ha vissute tutte, davvero. Era figlio di un ammiraglio e nipote di un altro, ma non ha mai fatto il marinaio. Ha scelto subito l’aviazione, anche se la sua nascita coincideva pressappoco con l’invenzione dell’Aviazione di Marina. Ha cominciato subito a fare il soldato e a prendere rischi nelle zone più lontane della Terra. Aveva idee politiche ma, almeno in una prima fase, le metteva in secondo piano e parlava dell’America proprio come i senatori eroi di quell’antico impero.

Capitò ben presto in Vietnam, una guerra che doveva essere soprattutto un simbolo delle garanzie mondiali americane per la democrazia ma che, invece che in un blitz, si trovò ben presto in una di quelle guerre che non finiscono mai. Lui saliva quasi ogni giorno sulla sua “nave” e andava a bombardare il nemico, in gran parte costituito da guerriglieri. Le perdite aeree Usa erano relativamente poche, ma una capitò a lui. Il suo aereo si fracassò, si incendiò, lui cadde in mare e fu sul punto di morire arso. Lo salvarono i vietnamiti, orgogliosi di aver messo le mani sull’equivalente di un generale e figlio di un ammiraglio. Era gravissimo, gli salvarono la vita e al più presto lo trasferirono dall’ospedale al carcere. Era una preda di lusso, ma soprattutto poteva trasformarsi in simbolo: raccontare al nemico i segreti o almeno le pagine più confuse della macchina di guerra Usa. Cercarono di convincerlo, lui orgogliosamente si negò, passarono alla tortura. Gli esperti psicologici del governo comunista di Hanoi scrissero la sua “autoaccusa” e ricorsero ai peggiori metodi per convincerlo a metterci la firma. Il prigioniero rischiò la pelle in carcere più che nei cieli. Il suo “dibattito” durò dai tre ai quattro anni e finì con un trionfo morale per McCain nipote e per papà e nonno comandanti. Il torturato se la cavò con la vita e qualche firmetta su vicende particolari e secondarie.

La sua prigionia finì contemporaneamente alla guerra, il cui esito fu opposto a quello previsto: fra Hanoi e Saigon (l’altra capitale vietnamita) si arrivò a un armistizio e alla liberazione dei prigionieri. McCain fu fra i primi ad approdare a Washington, accolto di persona da Richard Nixon, il presidente che stava per pagare con uno scandalo e l’impeachment la mancata vittoria. E McCain, disceso dall’aereo zoppicante tramite i resti di una gamba e quindi inabile alle battaglie, si trasferì nella politica ed entrò nel Senato, avendo scelto un collegio elettorale dell’Arizona, quello che era stato di Barry Goldwater, leader ideologico della destra americana. Erano entrambi repubblicani, ma McCain ereditò soprattutto il leader della guerra e della politica come doveri e simboli. Apparteneva alla Destra del partito di Destra, ma era soprattutto un leader morale, pronto a rompere con le strutture di partito ogni qualvolta erano in gioco dei Principii.

Non era un estremista, al punto che fu tra i primi leader Usa a passare con l’ex nemico ed ex torturatore ed amico futuro e neanche in troppo tempo, con un avversario che era stato il principale alleato bellico del regime di Hanoi. McCain ogni tanto si faceva una vacanzina in Vietnam, da cui portava a casa frutti per il futuro dei due Paesi ex nemici. Non tutti i colleghi lo amavano (anche se tutti lo altamente rispettavano) e così egli divenne una voce critica nel suo partito e uno dei più rispettati e credibili dei proposti alla Casa Bianca, sospinto da sostenitori meno entusiasti di lui. Continuò a dare buoni esempi per cause non sempre popolari. Fu lui, ad esempio e praticamente solo, a difendere Khizr Khan, il padre musulmano di un eroe di guerra americano. Arrivò più volte alla soglia della Casa Bianca: da “quasi-candidato” al gradino più alto: la candidatura contro Barack Obama, il democratico nero. Come tutti sanno, Obama vinse, ma con il 53 per cento del voto popolare contro il 46 per cento di McCain. “Che fosse coraggioso lo sapevamo, ma non che lo estendesse a questo tipo di battaglia”.

Quando ai democratici succedette un repubblicano ispido e scomodo come Donald Trump, si trovò McCain come leader morale dell’opposizione, con diversi “scambi di opinione” piuttosto drastici. L’attuale inquilino della Casa Bianca mise in dubbio che McCain fosse stato un eroe, neanche sotto la tortura.

Quando le “ferite” di guerra e di tortura si sommarono alle conseguenze dell’età, McCain fu obbligato di nuovo a dare fondo alle sue energie e a fare la spola fra la capitale e gli ospedali in chiamate sempre più di urgenza. L’ormai vecchio guerriero si convinse all’addio alle armi l’ultima sera prima dell’addio alla vita.

Alberto Pasolini Zanelli  (letter from Washington)

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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