Scuola la grande malata d’Italia

Una crisi che arriva da lontano ma di volta in volta va peggio, tra provvisorietà e improvvisazione, in un clima che mescola spensieratezza, angoscia e fatalismo.

di Aldo A. Mola | 9 settembre 2018

In alcune regioni le aule sono già aperte. Nel grosso delle altre le lezioni iniziano domani. Accade ogni anno. Ma di volta in volta va peggio, tra provvisorietà e improvvisazione, in un clima che mescola spensieratezza, angoscia e fatalismo. Questo settembre 2018 in molte scuole si respira sotto una pesante cappa da “anno zero”. Messe da canto le fatue illusioni e i retorici propositi della “Buona scuola”, in tre mesi dall’insediamento il governo non ha dato fattivi segnali sulla Pubblica Istruzione, abbandonata in un cono d’ombra a tutto vantaggio di altre tematiche molto enfatizzate ma di minor conto. Eppure la Scuola è Politica in sommo grado: è il fondamento della Polis, della “Città”, dello Stato, nella sua dimensione attuale e in prospettiva di lungo periodo. Ogni governo deciso a rimediare i mali d’Italia da lì dovrebbe iniziare, dalla Pubblica Istruzione.

Ma su “cultura”, “scuola” e “università e ricerca” il “Contratto per il governo del cambiamento” è, più ancora che per altri “capitoli”, una polpetta piena di chiacchiere, di promesse e di annunci: “sarà necessario”, “intendiamo”…  L’estate, però, è ormai alle spalle e la scuola è più malata di prima. Sarebbe ingeneroso addebitare al trio Conte-Di Maio-Salvini la responsabilità del collasso. I tre ci hanno pensato e ripensato, cambiando idea una volta al giorno (il caso dei vaccini è emblematico). Il presidente Conte, poi, confondendo la parte per il tutto, ha persino deciso  di ritirarsi dal concorso per il passaggio dall’Università di Firenze alla “Sapienza” di Roma: quanto basta perché ci risparmi pistolotti augurali per l’inizio delle lezioni.

 

I famigerati Decreti delegati

 

La crisi in cui la scuola oggi versa è il punto di arrivo del declino iniziato con i Decreti delegati che a metà degli Anni Settanta del secolo scorso stravolsero ordine e responsabilità e infettarono uno dei migliori modelli di istruzione del mondo, costruito decennio dopo decennio dall’Unità d’Italia sino al secondo dopoguerra, da Gabrio Casati, Michele Coppino, Francesco  De Sanctis, Giovanni Gentile, sino ad Aldo Moro. Con l’invenzione dei consigli di istituto, distrettuali e provinciali elettivi le scuole divennero teatro di insulse gare, con tanto di manifesti dei candidati (con nome, cognome e faccino), designati a vegliare sui collegi docenti e sui presidi. Questi ultimi nei consigli d’istituto sedevano senza diritto di voto, quasi da “imputati”, anche se gravati in toto dalla “responsabili oggettiva” delle scuole di loro titolarità. Proprio dal sistema scolastico, fulcro della società civile, cominciò a quel tempo l’epoca in cui “uno vale uno”.  L’allievo, per definizione “apprendista”, nei consigli sedette alla pari del “maestro”, cioè “maggiore” per età e cognizioni. Fu uno degli effetti più devastanti del Sessantottismo perenne, che governi e parlamento non seppero né prevedere, né affrontare, né superare. Erano tutti più o meno hegeliani di destra e/o di sinistra ma incapaci di sintesi: solo di tesi e di antitesi. La Scuola fu usata quale strumento di destabilizzazione permanente, incluse le “okkupazioni”. Il farsesco “Potere studentesco” fu il brodo di cultura di altri visionari, da “Potere operaio” a Lotta Continua ai tanti “compagni che sbagliavano”, sino alle Brigate Rosse. Ci furono coraggiosi tentativi di risposta, con ministri un tempo dileggiati ma oggi rimpianti, come la democristiana Franca Falcucci e il liberale Salvatore Valitutti, spaesato nel brulicame del Palazzo di Viale Trastevere.

Un suo remoto predecessore, Benedetto Croce, ministro nel 1920-1921, licenziò in tronco l’impiegato che non si era levato il cappello al passaggio nel corridoio del Ministero. Nei pochi mesi di Valitutti, tanti docenti si sedevano non dietro ma sulla cattedra e si facevano dare del tu dagli allievi. Spesso, d’altronde, avevano abdicato alla loro missione: insegnare, almeno un minimo di compostezza quattro o cinque ore al giorno. Quando il Corpo degli Ispettori Ministeriali presentò Relazioni troppo critiche sulla deriva in corso, il Ministero rispose nel modo più sbrigativo: cessò di pubblicarle nel suo Bollettino ufficiale, come fossero piagnistei di poveri vecchi. Ma bastava tacere la malattia per guarire il corpo pachidermico del sistema scolastico, dagli asili alle Università? Così, di decennio in decennio, la Scuola è andata in malora.

 

Edifici cadenti, dirigenti oberati 

Oggi viene lamentato che mancano i fondi per la manutenzione straordinaria di molti edifici fatiscenti dopo appena trenta-quarant’anni dalla costruzione, anche in province non sospette di troppe pastette. Per altro in molti casi essi nacquero brutti, di rado funzionali, disseminati a casaccio in città senza un progetto armonico, senza parcheggi né aree di rispetto, palestre e quanto indispensabile per propiziare l’elevazione dello Spirito. Quel disastro non è imputabile al governo attuale. Gli va però ricordato che sarebbe ridicolo ricalcare le orme di chi pochi anni orsono andò a inaugurare un paio di edifici promettendo una luna che da allora si eclissò con lui.

Al suo avvento, nel 1861, il Regno d’Italia, sulla scia di quello di Sardegna dal quale nacque, adibì a sedi scolastiche monasteri e palazzi confiscati a ordini ecclesiastici “contemplativi” o donati da filantropi: solidi e funzionali. In questo dopoguerra sono stati spesso utilizzati come scuole edifici militari, dismessi con l’abolizione dell’esercito di leva, vetusti ma altrettanto indistruttibili. Perché quelli degli Anni Sessanta e seguenti sono rapidamente degradati?

A polvere venne ridotto anzitutto il “governo” dell’istruzione. Con un poco gratificante aumento stipendiale i presidi sono divenuti dirigenti scolastici (“ds”) e, in cambio di miserabili mance, si sono visti appioppare la responsabilità di “plessi” comprendenti gradi e ordini d’istruzione diversissimi, dalle elementari alle medie e  alle superiori, in territori sempre più ampi, con problematiche pedagogiche del tutto differenti, collegi docenti sterminati, una pletora di allievi i cui profili non possono ragionevolmente conoscere, se non in casi eccezionali. Le Scuole furono concepite come supermercati, con tante succursali locali. Non bastasse, sempre contro un gettone vergognoso, un numero ormai impressionante di “ds” in questo 2018-2019 si vede accollare la gerenza di altri plessi, in terre sempre più remote dalla loro sede di titolarità. Conseguenze? Chi ci crede, potrà invocare santi protettori e/o moltiplicare le polizze assicurative. Di sicuro risulterà impossibile esercitare il controllo di merito, la funzione cui erano chiamati i presidi, cioè stare avanti a tutti e guidare coniugando rappresentanza dello Stato e garanzia della libertà dei docenti: un mondo lontanissimo dall’attuale, segnato da genitori che picchiano selvaggiamente maestri e professori perché hanno rimproverato i loro pargoli o ne hanno valutato insufficiente l’applicazione.

Presidi e corpo docente, va ricordato all’Esecutivo oggi in carica, non sono al servizio del governo, di questa o quella maggioranza, delle famiglie (comunque composte esse siano…) né degli allievi, bensì dello Stato d’Italia. Vale anche per il personale delle scuole pubbliche a gestione privata, quale ne sia il gestore (al riguardo mancano indagini aggiornate: esse proliferano profittando dell’eclissi della Pubblica istruzione, e non è detto che in tutte si insegni a “pensare in italiano”, cioè a conoscere origine e “missione” del Paese).

 

Gerarchia e meritocrazia per risalire la china

L’anno scolastico 2018-2019 sarà un severo banco di prova. In carenza di dirigenti,  docenti e personale amministrativo, mentre la certezza delle leggi viene vulnerata da “circolari” che dicono e si contraddicono, è lecito attendersi il peggio. A chi deve capirlo va detto che il “pianeta Scuola” è in emergenza e che le emergenze si affrontano partendo da norme, chiare, scritte, non dettate al telefono saltando a pie’ pari le “catene di comando”. Diversamente l’emergenza degenera in caos ingovernabile. Contrastare lo spaccio di sostanze psicotrope nei pressi delle aree scolastiche, moltiplicare la videosorveglianza, allontanare di qualche metro le sale di scommesse e magari anche i pornoshop può essere un’autoconsolatoria esibizione di muscoli, ma significa solo spostare i problemi, non certo risolverli. Sono “grida manzoniane”. Oggigiorno i primi a irriderle sono proprio gli scafatissimi allievi (o “studentesse e studenti” come piaceva dire alla non rimpianta ministra Valeria Fedeli).

Sulla Scuola, purtroppo, il “Contratto per il governo del cambiamento” è un papocchio che assembla i propositi più vari e contraddittori. Non ha fondamento né prospettive. Tra le enunciazioni più bislacche, esso accampa “il legame dei docenti con il loro territorio”, per ridurre i trasferimenti in corso d’anno, che non consentono un’adeguata continuità didattica. Privo di basi filosofiche e di visione storica di ampio respiro, il Contratto confonde un problema amministrativo (l’assegnazione alla cattedra) con il “legame con il territorio”. Il “territorio” nel quale presidi e docenti (di ruolo o supplenti) debbono riconoscersi è uno solo: l’Italia, non solo perché è dallo Stato (regioni e  province compresi) che essi vengono retribuiti, ma perché è dall’Italia che essi traggono la loro ragion d’essere, senza pregiudizi e paraocchi nazionalistici, ma al tempo stesso senza smemoratezza.

Ma quest’orizzonte cominciò a restringersi tanti decenni addietro, quando, sull’onda dell’odio dilagante contro lo Stato, venne abolito il giuramento di fedeltà alla Costituzione cui il personale docente era tenuto, come sino al 1946 lo doveva al Re e ai Reali successori. Liberato dalla proterva aggiunta di “fedeltà al regime”, esso rimase in vigore per i presidi. Poi anche questo venne cancellato. Perdurò per il personale amministrativo statale, a sua volta spazzato via, al pari delle “qualifiche” e di ogni altra forma di valutazione dell’opera. Annientati l’ordine e la responsabilità (che è anzitutto del maggiorenne verso il minorenne, come recita il codice civile, di cui Giuseppe Conte è docente) la Scuola appare oggi come un dipinto di Hieronymus Bosch, un coacervo di aree e di edifici (spesso usate senza collaudo, a differenza delle abitazioni private), in cui si aggirano figure strambe, che corrono a perdifiato nelle più disparate direzioni, senza alcun progetto comune, giorno dopo giorno in attesa che arrivino le vacanze, le gite, la fine dell’anno scolastico…, vissuto in istituti dai nomi distintivi che nulla dicono a quanti li affollano. Anche quest’ultimo non è un dettaglio, ma, dati alla mano, è un segno rivelatore della grave malattia che pervade la Scuola d’Italia. Precario non è il docente a tempo determinato ma il “regime” stesso. Per risalire la china occorreranno decenni, alla ricerca di una meritocrazia che deve far rima con gerarchia: certezza delle leggi e responsabilità.

 

Aldo A. Mola  

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

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