Scaricabarile tra “politici” e “tecnici”. L’affondamento dell’ammiraglio Persano (1866)

Dall’avvento del regime statutario la storia d’Italia è punteggiata da prevaricazione del Potere Esecutivo nei confronti dell’“amministrazione”, anche in campi vitali, quali la politica estera e la difesa.

di Aldo A. Mola | 26 Nov 2018

L’attuale confusione dei poteri

Il regime vigente versa in grande confusione. Alla radice della sua insolubile crisi vi è anzitutto il suo presunto punto di forza: il famigerato “contratto di governo per il cambiamento”. Anziché (o molto più che) sulla convergenza nella realizzazione di progetti, esso si fonda sull’elusione dei motivi radicali di divergenza. In secondo luogo vi è la contrapposizione originaria e via via più esasperata verso un fantasma, l’“Europa”, additato quale oscura minaccia nei confronti del Paese: “narrazione” che evidenzia scarsa consapevolezza dei veri  rapporti istituzionali (storici, politici, economici…) tra l’Italia e l’Unione Europea, da tempo depositaria di poteri ceduti da tutti gli Stati che ne fanno parte, anche perché al riparo del suo unico effettivo punto di forza: l’ombrello della NATO, tutt’altra cosa dal fantomatico “esercito europeo” ventilato da Emmanuel Macron, ora sull’orlo della disperazione per il crollo verticale di credibilità e di consensi nel suo Paese. Le parti contraenti dell’attuale scricchiolante maggioranza di governo si confortano con gli esiti di sondaggi invece di interrogarsi sulla veridicità degli stessi: intenzioni di voto saggiate non sulla base degli aventi diritto ma di quanti hanno votato e ancora sperano di ricevere corresponsione con atti concreti (reddito di cittadinanza, riforma del sistema pensionistico, indurimento della valenza punitiva del sistema giudiziario, specie nei confronti della corruzione nella pubblica amministrazione, molto vezzeggiato dai 5S ma assai meno da chi, come la Lega, conta esponenti colpiti da imbarazzanti sentenze).

Vi è infine un quarto terreno di tensione tra i partner di governo: la qualità dell’occupazione del potere, le nuove nomine al vertice della “macchina” dello Stato e dell’amministrazione pubblica. I pentastellati puntano su fedelissimi anche se privi di competenze certificate; i leghisti, invece, mirano a coniugare allineamento (sul quale non si discute) a carriere sperimentate. Entrambi tendono a escludere l’indipendenza  dello Stato dai partiti o, più concretamente (anche se meno correttamente), dal governo, a cancellare la terzietà dell’apparato amministrativo, che fu e tuttora rimane l’ancora di salvezza del declinante “senso dello Stato”.

 

Due guerre mondiali, la proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (10 dicembre 1948) e la maggiore consapevolezza dei limiti tra etica e diritto positivo informano i rapporti tra cittadino e potere politico. Le “norme” non sono più accettate a occhi bendati. Al tempo stesso lo Stato (o quel che ne resta, dopo la cessione pattizia di  fondamentali poteri) ha piena potestà di esigere il rispetto delle leggi, che però, a differenza di quanto oggi accade, debbono essere poche e chiare. Se pretende dall’ “amministrazione” prestazioni abnormi, il potere politico entra in conflitto con lo Stato, cioè con sé stesso. È quanto sta accadendo oggi, con la confusione crescente e dilagante tra Esecutivo e Legislativo. In un regime bene ordinato i tre poteri (Capo dello Stato, governo e parlamento) si bilanciano. Lo possono fare tanto più in un sistema arricchito e potenziato da ordini come la Magistratura e da organi quali la Corte costituzionale e le “Autorità” volute indipendenti proprio perché, a differenza dei governi, sono garanti della continuità degli interessi generali permanenti dei cittadini.

 

E i suoi precedenti storici

Dall’avvento del regime statutario la storia d’Italia è punteggiata da prevaricazione del Potere Esecutivo nei confronti dell’“amministrazione”, anche in campi vitali, quali la politica estera e la difesa. In tempi ordinari tale divaricazione si concretò in revoca e deplorazione dei titolari di funzioni apicali. In caso di guerra si verificarono invece tensioni e conflitti che meritano attenzione proprio meglio comprendere la condizione odierna del Paese e le sue prevedibili prospettive.

Il terreno sul quale la frizione tra politici e tecnici divenne ripetutamente conflitto aperto fu il rapporto tra Parlamento ed Esecutivo, da un lato, e Forze Armate, dell’altro. Lo si vide dalla prima guerra per l’indipendenza (1848-1849), quando a Torino la Camera dei deputati del Regno di Sardegna si mostrò del tutto evanescente rispetto alle responsabilità gravanti sull’Armata sarda condotta al campo da Re Carlo Alberto, accompagnato dai figli, Vittorio Emanuele e Ferdinando, mentre il principe Eugenio reggeva la somma dei poteri regi in veste di Luogotenente. La partita fu chiusa quando il Re si appellò al buon senso degli elettori con il Proclama di Moncalieri (scritto dal suo primo ministro, Massimo d’Azeglio) e questi espressero una maggioranza leale verso la Corona. Nella guerra dell’aprile-luglio 1859 la contrapposizione fra politici e militari (il cui vertice era Vittorio Emanuele II in persona) non deflagrò solo perché Napoleone III accettò a Villafranca la proposta di armistizio avanzata dall’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, suscitando l’ira del presidente del Consiglio Camillo Cavour, che rassegnò tempestosamente le dimissioni e fu sostituito dal generale Alfonso La Marmora, con Urbano Rattazzi all’Interno e Gabrio Casati all’Istruzione. Benché di breve durata fu quel governo, manifestamente transitorio, a gettare le basi del nascente regno d’Italia, poiché chiamò a raccolta il meglio della classe dirigente nazionale.

Tornato a capo dell’Esecutivo, Cavour ne proseguì l’azione in piena intesa con il sovrano, adottando misure via via più spregiudicate perché era ormai impossibile fermare il processo in corso. Con la primavera del 1860 il Regno di Sardegna era ormai lo Stato più popoloso, ricco e promettente d’Italia: non rimaneva che forzare i tempi, con l’annessione di Umbria e Marche, sottratte al Papa-re, e l’irruzione nelle Due Sicilie, senza dichiarazione di guerra, per imbrigliare il Mezzogiorno e liberarlo dall’instabilità generata dal crollo della monarchia borbonica e dalla ormai palese incapacità di Garibaldi di governare lo Stato.

 

Persano, agente segreto di Camillo Cavour 

Molto prima che Garibaldi dalla Sicilia sbarcasse in Calabria e iniziasse la corsa verso Napoli (ove poi entrò in carrozza ferroviaria senza colpo ferire il 7 settembre 1860), da Torino Cavour dettò quotidianamente istruzioni ai suoi emissari più fidati. Fu il caso conte del contrammiraglio Carlo Pellion di Persano (Vercelli, 11 marzo 1806- Torino, 28 luglio 1883). Ne ha scritto ripetutamente lo storico Nico Perrone in L’agente segreto di Cavour. Giuseppe Massari e il mistero del diario mutilato (Palomar, 2011) e in Arrestate Garibaldi. L’ordine impossibile di Cavour (Ed. Salerno, 2016). In Il processo all’agente segreto di Cavour. L’ammiraglio Persano e la disfatta di Lissa  (Rubbettino, 2018, vincitore del Premio Basilicata con una motivazione lusinghiera), Perrone ricorda le istruzioni chiave inviate dal Gran Conte sia a Persano (a capo di una squadra per vegliare sul Tirreno meridionale e soprattutto su Napoli, col proposito di ottenere il passaggio “spintaneo”, ovvero anche prezzolato, della flotta borbonica a fianco di quella Sarda) sia ad altri confidenti e fiduciari, quali Pes di Villamarina, incitato a promuovere  un “movimento” insurrezionale in Napoli tramite la rete orchestrata dal ministro dell’Interno di Francesco II di Borbone, Liborio Romano, gli “chasseurs” di Nunziante e gli ufficiali borbonici in relazione con Persano. Cavour scrisse: “Occorrerà organizzare subito un governo provvisorio, mettendo alla sua testa Romano, che mi sembra essere la migliore testa del regno”. Chi davvero fosse Liborio Romano è stato ampiamente  documentato dallo stesso Perrone nel saggio L’inventore del trasformismo. Liborio Romano. Strumento di Cavour per la conquista di Napoli (Rubbettino, 2009, meritoriamente finalista del Premio Acqui Storia). Massone, cospiratore, esule, richiamato dal Borbone al vertice del regno, “don Liborio” aveva i contatti giusti all’interno e all’estero per traghettare le Due Sicilie nell’alveo dell’Italia unita. Fu anche tra i critici più equilibrati del caleidoscopico “grande brigantaggio” che a lungo rischiò di affossare il gracile Stato unitario sommandosi alle incaute imprese di Garibaldi, come la spedizione del luglio-agosto 1862 con l’insegna “Roma o morte”: una mina contro la credibilità del regno sabaudo, che proprio allora stava ottenendo fondamentali riconoscimenti da parte di Stati europei, dall’impero russo alla regno di Prussia.

Cavour puntava a ottenere la solidarietà della miglior classe dirigente meridionale a sostegno del “nuovo ordine”. Altrettanto fece il primo governo presieduto da Urbano Rattazzi (1862), che si proclamava né di destra né di sinistra, ma “uomo dello Stato”. Mentre tenne per sé  Esteri e Interno, Rattazzi fece nominare alla Guerra il luogotenente generale Agostino Petitti di Roreto, alla Giustizia il siciliano Filippo Cordova (gran maestro del Grande Oriente d’Italia), alle Finanze Quintino Sella, all’Istruzione Pasquale Stanislao Mancini (da tempo esule in Piemonte, docente di Giovanni Giolitti all’Università di Torino), ai Lavori Pubblici il “fratello” Agostino Depretis, all’Agricoltura  Gioacchino Napoleone Pepoli e alla Marina Persano. Come Petitti, anche Persano era deputato alla Camera. I militari parlamentari (alla Camera o in Senato) erano molte decine e tutti in posizioni eminenti. Persano era stato eletto deputato alla VII Legislatura nel collegio di La Spezia il 29 marzo 1860, in ballottaggio con il marchese Filippo Ollandini, colonnello dei Reali carabinieri. Confermato al primo turno il 27 gennaio 1861 per l’VIII Legislatura del Parlamento subalpino, che fu anche la I del regno d’Italia), dopo la nomina a ministro il 23 marzo 1862 Persano fu trionfalmente rieletto (467 voti a favore contro 5 “dispersi”). Decadde il 1° dicembre 1862 per la promozione ad ammiraglio: pochi giorni prima che le dimissioni del governo Rattazzi ne comportassero l’uscita di scena. Per lui seguirono anni di grigi. Il successore di Rattazzi, Alfonso La Marmora, tenne per sé la Marina. A La Spezia si affermò il conte Angelo Benedetti. Dopo la cessione di Nizza alla Francia e mentre fervevano i lavori del Canale di Suez, che avrebbe trasformato il quadro europeo dei grandi commerci e modificato la posizione dell’Italia nel Mediterraneo (se ne riparlerà l’anno venturo, nel suo 150°), La Spezia era ascesa a porto militare strategico. Non per caso vi si susseguirono come deputati il viceammiraglio Simone Pacoret di Saint-Bon, il capitano di vascello Augusto Albini e il contrammiraglio Costantino Morin, futuro ministro degli Esteri con Giolitti.

 

Adriatico amaro: condanna di Persano

Persano ebbe un alto momento di gloria, presto mutato in catastrofe: il comando della flotta durante la guerra italo-prussiana contro l’Austria nella primavera-estate del 1866. La vicenda è notissima, ma Nico Perrone scava sul suo punto nevralgico. Dopo la battaglia nel mare di Lissa (20 luglio), la flotta asburgica comandata da Wilhelm von Teghettoff si ritirò. Altrettanto fece l’italiana, che però perse in battaglia la nave ammiraglia “Re d’Italia” e il “Palestro”, che nel nome ricordava una vittoria del 1848. Nelle ore immediatamente seguenti lo scontro, il ministro della Marina, Depretis diffuse la voce di un successo italiano. Ancora il 26 luglio la governativa Gazzetta Ufficiale asserì che “la polemica dei giornali sulla battaglia di Lissa è in gran parte fondata sopra notizie inesatte, e non è informata a quel principio di non condannare chi ancora non è giudicato”. A placare le polemiche non bastò certo il conferimento di medaglie d’oro agli ufficiali caduti (Faà di Bruno, Alfredo Cappellini) o di speciale merito (Pacoret di Saint-Bon), né la celebrazione del deputato Carlo Boggio (rappresentante del collegio di Cuneo), sparito nei flutti con la “Re d’Italia”.

Per rispetto della sua condizione di senatore dall’8 ottobre 1865, Persano venne giudicato dal Senato che si radunò in Alta Corte di Giustizia. Dopo giorni di udienze tempestose, il 15 aprile 1867 fu “convinto” dei reati ascrittigli e condannato alle dimissioni, alla perdita del grado di ammiraglio e alle spese di giudizio. Rimase nondimeno senatore, anche se appartato. Scrisse due opere sulla propria condotta, a futura memoria, ma non capovolse il giudizio negativo nel quale a lungo rimase avvolto. La sua vera colpa era consistita nel muovere contro la flotta avversaria senza adeguata preparazione, su impulso del ministro Depretis che pretendeva una vittoria smagliante per cancellare l’onta di Custoza, ove il 24 giugno precedente nessuno aveva vinto davvero, ma le armi italiane furono autolesionisticamente descritte come perdenti.

 

Pubblici impiegati parafulmini?

La storia dei decenni seguenti è fitta di situazioni analoghe. Nel 1896 il presidente del consiglio Francesco Crispi incalzò il generale Oreste Baratieri, già segretamente sostituito con Antonio Baldissera, a muovere contro le orde di Menelik, negus d’Etiopia: “Codesta è tisi militare” gli telegrafò sferzante. Baratieri si avventurò e incappò nel disastro ad Abba Garima (o Adua, 1° marzo). Nell’estate 1918 il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, siciliano come Crispi, si spinse ad ammonire il Comandante Supremo Armando Diaz: a suo avviso era meglio una seconda Caporetto che la stasi. Per fortuna d’Italia, Diaz non abboccò. Sapeva che una nuova  sconfitta avrebbe determinato il crollo dello Stato. Tenne fermo e poi vinse a Vittorio Veneto. Nella drammatica seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 24/-25 luglio 1943 anche Mussolini cercò di scaricare sulle spalle dei militari la responsabilità delle sconfitte via via subite su vari fronti in tre anni di guerra. Ma era stato egli stesso a concentrare nelle proprie mani tutti i poteri, convinto che il conferimento del grado di Primo maresciallo dell’Impero gli avesse anche infuso superiori qualità di stratega.

Il punto è proprio questo: il grado effettivo di competenza dei politici che s’impancano a dettare la condotta alla “amministrazione”, senza conoscere la realtà dei fatti. La lezione della storia sembra non scalfire la supponenza di quanti si avvolgono nel sudario di formule mistiche, quali “tanti nemici, tanto onore” e facezie del genere, dimenticando la regola aurea del ministro degli Esteri della Destra storica, l’ex mazziniano Visconti Venosta: “Indipendenti sempre, isolati mai”. L’opposto di quanto oggi accade. Sic stantibus rebus potrebbe diffondersi la latitanza dell’ “amministrazione”, i cui responsabili rifiuteranno di farsi parafulmini dell’arbitrio dei “politici”, con conseguenze devastanti per lo Stato.

 

Aldo A. Mola.

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

Rispondi

Il suo indirizzo e-mail non verrà pubblicatoI campi obbligatori sono marcati *

*