Saremo costretti a eleggere un parlamento “devitalizzato” ma a fare la partita dopo il voto saranno il capo dello stato e le riserve della repubblica

di Enrico Cisnetto | 5 Febbraio 2018

Aridateci le correnti. Di fronte al nauseante spettacolo della formazione delle liste elettorali – cui, chi più chi meno, non si è sottratto nessuno, neppure le vestali della democrazia diretta – con scelte che porteranno  a Camera e Senato soldatini ciecamente obbedienti, creando un parlamento “devitalizzato”, divampa in noi la nostalgia del tempo che fu, quando i partiti – che tali era giusto definire – erano articolati in “correnti”, stabili e organizzate. E tutte, anche quando la pratica quotidiana le spingeva sul terreno del sottogoverno e della clientela, sempre e comunque definite seconda precise linee politico-culturali distintive. Certo, quella pratica ha prodotto nel tempo delle degenerazioni, talvolta anche gravi – non ci sfugge – ma è evidente che il confronto con la situazione degli anni della Seconda Repubblica, e ancor peggio con quella di oggi, rende più che giustificato il rimpianto. Anche perché, francamente, la polemica pannelliana contro la cosiddetta “partitocrazia” non ci ha mai convinto. Non c’è il minimo dubbio: la statura del personale politico e il livello del dibattito politico fanno pendere l’ago della bilancia del confronto tra le epoche, a favore della stagione correntizia.

Oggi, invece, ci accingiamo a passare da una fase che ha visto la prevalenza dei dilettanti – di fronte alla quale pensavamo, sbagliando, che si fosse toccato il fondo – ad una in cui a prevalere sarà la genia dei lobotomizzati, peraltro senza per questo perdere un’oncia sul terreno dell’incompetenza. Con qualche rara eccezione, naturalmente, che non fa altro che confermare la regola. Chi ha fatto più scalpore è stato il Pd, che Renzi ha sottoposto ad una vera e propria pulizia etnica. Anche se dobbiamo confessarvi che non proviamo alcuna pietà per coloro che l’hanno subita: Renzi, in fondo, ha solo fatto se stesso, chi aveva immaginato che sarebbe stato inclusivo e tollerante, si è dimostrato un credulone, che non solo non ha capito l’uomo – ma qui entriamo nel campo della psicologia – ma soprattutto non ha letto il suo disegno di conquista totale del Pd per trasformarlo in un partito personale. Molti ex democristiani si sono baloccati nell’idea che “in fondo Renzi fa fuori i comunisti, che è cosa buona e giusta”. Altri, compresi molti esponenti dei gironi più larghi dell’inner circle renziano rispetto a quello centrale (5 persone a esagerare), si sono fidati delle promesse e delle blandizie, e solo alla fine hanno capito quanto mal gliene sia incolto. Eppure, le mosse del segretario del Pd erano perfettamente prevedibili, perché era chiaro il disegno: avere i gruppi parlamentari totalmente al suo servizio, sapendo che il risultato elettorale costringerà a fare patti al di fuori dello schema a quattro con cui si va alle elezioni e che avere il controllo dei parlamentari è indispensabile a poter reggere qualsiasi gioco si voglia fare dal 5 marzo in avanti. Perciò, hanno sbagliato coloro che non hanno posto per tempo e sul terreno politico, anziché quello viscido della spartizione dei seggi (peraltro presunti, perché vedremo come andrà a finire…), il tema delle scelte del partito e della sua conduzione. Renzi ha perso le amministrative, quindi il referendum (rovinosamente), poi le regionali siciliane, e alle primarie per la segreteria ha sì superato gli altri, ma la partecipazione è diminuita di un terzo e i voti del Renzi vincente sono scesi a 1,3 milioni dagli 1,7 milioni del 2013. Inoltre, come spiegammo a suo tempo, aveva scientemente preparato la trappola della diaspora, in cui Bersani e D’Alema sono caduti come polli per poi doversi affidare ad un grillino mancato come Pietro Grasso, proprio perché il suo obiettivo era la pulizia etnica.

Tutto questo non era forse sufficiente per capire l’antifona e porre il problema politico? Certo che sì. Ma tutti i capi-bastone – che siamo costretti a chiamare così proprio perché le correnti non esistono e ci si vergogna anche solo a chiamarle per nome – hanno preferito affidarsi alla trattativa bilaterale. Perdendo tutti clamorosamente la partita. Sarà cinismo il nostro, ma gli sta bene. La politica richiede coraggio, e almeno questa caratteristica non difetta a Renzi – anzi, ne ha fin troppo – mentre gli altri ne sono sprovvisti.

Non diversamente sono andate le cose nel centro-destra, e in particolare in Forza Italia. Al di là dei proclami, sensibilità politica, esperienza amministrativa (sana) e competenze specifiche non sono certo stati i criteri di selezione, tanto che persino un uomo equilibrato e misurato come Gianni Letta ha dovuto sbottare. Ma anche Salvini e Meloni hanno badato essenzialmente alla fedeltà. E del “centralismo a-democratico” dei 5stelle, con contorno di brutte figure come quella di quell’ammiraglio già consigliere comunale in carica per una lista civica guidata dal Pd o del tizio indicato come sfidante di Renzi a Firenze nella sfida diretta di collegio, che risulta un ex iscritto al Pd che ha fatto campagna per il sì al referendum costituzionale, vogliamo parlarne?

La verità è che la mediocrità delle leadership chiama altra mediocrità, in un loop che non sembra avere fine. Tanto che, in questo quadro, appare sotto una luce decisamente migliore non solo chi si è sottratto e chiamato fuori, come Enrico Letta, Cuperlo o Tremonti, ma anche chi, suo malgrado, è stato messo fuori senza andare troppo per il sottile. Non tutti, sia chiaro. Che i Razzi o gli Scilipoti non siederanno più sugli scranni di Montecitorio o palazzo Madama farà solo che bene alla salute, malconcia assai, della nostra democrazia. Tuttavia, si è formato un piccolo partito, del tutto trasversale, di “riserve della Repubblica”, che verranno bene in una situazione post elettorale che presumibilmente richiederà (per fortuna) caratteristiche del tutto diverse da quelle dei capipartito scesi in campo e dei loro accoliti. D’altra parte, non solo il subentrato Monti del 2011, ma anche chi si è avvicendato a palazzo Chigi nel corso della legislatura apertasi con il voto del 2013 e in via di conclusione – Letta, Renzi, Gentiloni – è stato un “perdente di successo” (copyright Michele Ainis) e magari, come nel caso dell’attuale segretario del Pd, un non parlamentare. A conferma che non solo era (e rimane) una bufala la questione dei “candidati premier”, non prevista dalla Costituzione e dunque una aperta violazione di essa – a proposito, ci fa piacere che lo dica con nettezza e persino veemenza il presidente Napolitano, ma non era meglio se da inquilino del Quirinale avesse stoppato questa barbarie? – ma che la politica percorre sempre strade più complesse di quelle stupidamente semplificate a cui la si vorrebbe costringere. Ce ne accorgeremo dopo queste “inutili” (le virgolette sono multiple) elezioni, quando gli eletti saranno chiamati a ratificare gli accordi che si dovranno fare. Intese che riusciranno meglio a chi evita la rissa o ancor meglio a chi è rimasto fuori. E quando sarà il capo dello Stato, mai come in questa circostanza, a dare le carte. Suo malgrado, lo sappiamo. Ma siamo sicuri che non si tirerà indietro. E che il partito di chi sta fuori gli darà una mano decisiva.

Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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