Salvare il triangolo equilatero

Il “caso Libia” di alcuni anni fa ripropone la questione dell’equilibrio dei poteri. L’Italia non è un triangolo scaleno e non vuole affatto divenirlo.

di Aldo A. Mola | 10 agosto 2017

L’Italia è un Paese “normale”. La Costituzione fissa gli equilibri tra i Poteri. La disputa aperta a freddo da Giorgio Napolitano contro Silvio Berlusconi sul ruolo svolto dall’Italia nell’aggressione alla Libia di Gheddafi (dal 17 marzo 1911), causa del caos tuttora imperversante a tutto danno del nostro Paese, ripropone un nodo istituzionale, oltre che politico e storico. A chi gli rinfaccia di avere esercitato pressione determinante sul presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per estorcerne l’assenso, l’allora presidente della Repubblica, Napolitano, risponde sdegnato che fu il governo a decidere la partecipazione dell’Italia a una impresa militare senza avallo dell’ONU e a dir poco stupida, perché priva di prospettive politiche locali e globali. Dal canto suo Berlusconi ribatte quanto tutti sanno benissimo: egli e la generalità dei ministri erano contrari all’intervento, nel timore di quanto più volte profetizzato da Gheddafi: il crollo del non encomiabile regime del “Colonnello” avrebbe creato un vuoto incolmabile. Gran Bretagna e Francia andarono oltre e si assunsero la responsabilità dell’assassinio di Gheddafi, ammazzato in una maniera che fa vergogna ai sedicenti esportatori della democrazia. I quali (Obama, Blair, Sarkozy, etc.) dovrebbero spiegare quali siano i frutti liberaldemocratici (o “occidentali”) della “primavera araba”. Del pari, i tanti giornalisti italiani che si spellarono le mani ignorando storia e realtà dell’altra sponda del Mediterraneo dovrebbero ammettere di aver scritto su emozioni anziché per scienza. Si veda, per contrasto, il denso saggio di Tanda Kassis e Alexandre Del Valle, “Comprendere il caos siriano, Dalle rivoluzioni arabe al jihad mondiale” (D’Ettoris Editori).

Il punto fondamentale della dilagante disputa Napolitano/Berlusconi però, non riguarda ciò che l’Italia ha fatto o non ha fatto in Libia correndo dietro alla Nato e senza un voto dell’ONU, ma l’interrogativo principe: Napolitano esercitò o travalicò i poteri della Presidenza della Repubblica? Vezzeggiato e corteggiato quale “King George”, quasi l’Italia non avesse, come per fortuna ha, un assetto equilibrato (Capo dello Stato, Governo, Parlamento, Corte costituzionale), egli si attenne alla prudenza o invece forzò la mano a un presidente del Consiglio all’epoca aggredito da una forsennata campagna di stampa distruttiva della immagine sua e del governo? Nell’agosto seguente Mario Monti spiegò che, in caso di emergenza, occorreva ricorrere al “podestà forestiero”: ovvero commissariare la politica con un “tecnico” garante del Paese verso terzi.

Tutti ricordano che Napolitano prese a ceffoni le Camere inaugurando il suo secondo mandato presidenziale (breve, per buona sorte). Aveva ragione, perché tanti gli avevano chiesto di accettare, prolungando l’agonia di una rappresentanza parlamentare la cui elezione venne dichiarata in parte illegittima dalla Corte Costituzionale. I presenti ebbero due scelte: applaudire o alzarsi e uscire. Rimasero, scommettendo di essere più durevoli del Catone che li fustigava. Alcuni di essi (i grillini e i fautori di Matteo Renzi, astro nascente del partito democratico) prefiguravano lo stravolgimento dell’assetto costituzionale; altri subirono perché in quel momento erano alle corde.

Ora il “caso Libia” di alcuni anni fa ripropone la questione istituzionale. L’Italia non è un triangolo scaleno e non vuole affatto divenirlo. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, esercita i poteri costituzionali con scrupolo e con pazienza di Statista lungimirante. Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha ereditato partite interne e internazionali complesse, dispone di risorse risicate (non parliamo di quelle militari, dalle Sinistre callidamente impoverite negli anni, ma anche di quelle finanziarie, fondamento di ogni progetto politico) e soprattutto si è sobbarcato l’onere di reggere il Paese dopo il fallimento clamoroso del referendum sulla riforma costituzionale spocchiosamente voluto da Matteo Renzi, che, sonoramente sconfitto e dimissionario da presidente del Consiglio, riacciuffò la guida di un PD in frantumi. Infine, terzo lato del triangolo, vi è il Parlamento. Da rinnovare prima possibile ma con una legge elettorale che restituisca ai cittadini la fiducia di esprimere, col loro voto, il governo. E qui il discorso torna non solo sulla Libia ma sulla manovra finanziaria internazionale che affossò il credito dell’Italia e aprì le porte al “commissariamento” dell’Italia: la litania di Monti (“ce lo chiede l’Europa”!!!), la sterzata su Enrico Letta per poi planare sul Giglio Miracolato: Matteo Renzi, completo del sorriso vacuo di Maria Elena Boschi, della zazzera di Lotti, di amici e amici degli amici (vari petali, un solo pistillo).

Ma l’Italia odierna non è più quella di King George. È quella della Costituzione: un triangolo equilatero. Mentre il Presidente della Repubblica fa egregiamente la sua parte, Gentiloni è al timone di un’Italia che avanza tra i marosi delle tensioni USA-URSS, con l’eredità della guerra strisciante in Ucraina, il caos che da Cuba al Venezuela può incendiare l’America Latina, il sempre inquieto Vicino Oriente e i tanti conflitti ricordati dai “media” solo quando sono al calor rosso (dalla Corea all’Iran e al sempre latente contrasto tra India e Cina). E il Parlamento? Oggi ognuno vede che esso è la gamba tarlata del tavolo costituzionale. Non perché sia bicamerale (anzi! per fortuna il Senato veglia sulle abnormità approvate a Montecitorio) ma perché non lo è abbastanza: non ne sono differenziate composizione e funzioni. Siamo lontani anni luce dal “senato della scienza”, prospettato pochi anni orsono, memori del Senato del regno e consapevoli che rappresentanti dei cittadini non ci si improvvisa nell’Italia dei Cola di Rienzo, dei Masaniello, dei terroristi che si spacciavano per espressione diretta del “popolo”…

Nei prossimi quattro mesi l’Italia sarà contagiata dal “fattore S”, le “regionali” della Sicilia. È il ritorno alla prima repubblica. Anzi alla sciagurata concessione dello Statuto speciale. Questa fu necessaria per fronteggiare le mire dell’EVIS (Esercito volontario per l’indipendenza siciliana) e di quanti (non tutti limpidi) ne chiedevano l’annessione agli Stati Uniti d’America. Per settimane assisteremo al mercatino della sotto-politica, il teatrino dei pupi che si offrono a chi prometta qualche seggio di qua e di là del Faro: uno spettacolo avvilente. Poi, finalmente, gli Italiani potranno votare, dall’arco alpino a Capo Passero e a Santa Maria di Leuca. Diranno la loro: con gli occhi al Triangolo Equilatero, contro chi ha tentato, cerca e mirerà a deformarlo in triangolo scaleno, consegnando tutto il potere a chi sta fuori delle Camere, a chi vuole piegare le Istituzioni a interessi di parte, ad ambizioni personali e persino ad appetiti stranieri. In questi mesi sarà fondamentale la correttezza dell’informazione, quanto meno da parte di “emittenti” che vivono del denaro dei cittadini, a cominciare dai programmi della RAI. La verità su quanto accadde nel 2011 non può attendere “storici accademici” che impiegano decenni a capire quanto è stato scritto da ricercatori indipendenti: è il caso dei caduti a Cefalonia, conteggiati e stabiliti parecchi lustri addietro da Massimo Filippini, perciò autorevole ospite del Premio Acqui Storia, importante non solo in sé ma anche quale osservatorio sulla distanza logico-cronologica tra ricerca “sul campo” e sua “codificazione”.

La storia del Paese, però – quella che si vive, non la sua tardiva narrazione, spesso distorta e lontana dai fatti –, non può attendere i comodi dell’“accademia”. La verità urge. È la lezione della disputa in corso tra due vertici dello Stato di sette anni addietro.

Aldo A. Mola

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

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