Il rischio di una “democratura” in Italia: non è forse venuto il momento di riproporre un sistema presidenzialista?

Se la lotta sarà tra capi carismatici e non tra sistemi di valori, il passo successivo sarà quello del mantenimento e del consolidamento del potere del capo carismatico che prevarrà sull’altro.

di Fabrizio Amadori | 12 marzo 2018

Tempo fa, dopo l’inizio dello sciopero della fame di taluni per sostenere lo “ius soli”, il signor Salvini ha deciso di parlare piuttosto, e polemicamente, “di diritti degli italiani”. Benissimo, parliamone pure: ma chi è italiano? E’ questo il punto. Il signor Salvini l’ha capito o no? Mi rendo conto che una discussione simile non appassioni il Nostro, tanto più che sino a qualche tempo fa il Grande Politico Nordista – pardon, Nazionale (e oramai nazionalista?) – poteva dire che italiano era chi nasceva in Italia ed adesso non può più dato che molti, troppi, di coloro che sono nati nella Penisola sono suoi avversari. Ora deve puntare su qualcosa di diverso: forse – mi chiedo – sul richiamo al sangue di un popolo, e alle sue (mitologiche) origini millenarie? “Capisco” le tentazioni fascistoidi, o le difficoltà, ma forse è venuto il momento di alzare il livello della politica ben al di sopra della demagogia da osteria. Mi rendo conto che Salvini, che ho avuto il piacere di conoscere quando distribuiva volantini in piazza Cordusio a Milano molti anni fa, non è esattamente un fine politologo: quello che gli contesto soprattutto, però, è il fatto di giocare col fuoco: il fatto, ad esempio, di essere andato in Veneto a portare la sua solidarietà al titolare dello stabilimento balneare chiuso per propaganda fascista dopo l’esposizione di immagini e frasi ineggianti a quel genio di Mussolini, e non essere riuscito a dire cosa pensi lui del Fascismo ai giornalisti che glielo chiedevano. No, non c’è proprio riuscito. Deve essere faticoso essere antifascista in un paese che prima ha perso la libertà, e poi è stato raso al suolo grazie alle grandi dottrine del signor Mussolini. Dottrine, a dire il vero, non particolarmente articolate e complesse considerato che in realtà non ne è mai esistita una organica, al contrario di quanto successe nella Germania nazista. Ogni sforzo di Mussolini era orientato al mantenimento e al consolidamento del proprio potere personale, obiettivo che l’ha portato infine al disastro. Il Fascismo era quindi un metodo di governo orientato alla propria sopravvivenza e al proprio consolidamento, e per tale motivo capace di qualsiasi decisione, anche la più odiosa, come le famigerate leggi razziali del 1938, a cui evidentemente il signor Mussolini, al contrario del suo fanatico collega Hitler (alias “cane rabbioso”), non credeva un granché. Furono leggi emanate per opportunismo politico. Ma nonostante o appunto per questo ancora più meschine: ecco, il signor Mussolini, tra le altre cose, era un signore meschino (oltre ad  essere prepotente, violento, vigliacco, sfrenatamente ambizioso, etc etc).

Suvvia, sciur Salvini – sì, mi rivolgo a lei -, non è così difficile prendere le distanze da un personaggio del genere. Mi rendo conto che negare di essere fascista in modo diretto sia più difficile che farlo in maniera indiretta, lamentandosi – come fa spesso lei in televisione – che le diano del fascista. Ma finché non riuscirà a parlarne in maniera schietta il sospetto che a lei faccia comodo rimanere nell’ambiguità è destinato a rimanere, anche considerate tutte le bandiere di Casa pound che sino all’altro giorno sventolavano ai suoi meravigliosi comizi.

E, del resto, in un’epoca in cui ogni partito sta lavorando per ottenere il potere, e per mantenerlo, inseguendo gli umori del popolo, senza alcuna idea, e tantomeno un complesso di idee, a cui ispirarsi, con la presenza di una quantità di cosidetti capi carismatici che in qualche modo sostituiscano una simile, grave carenza, e  la compensino, ebbene, in un’epoca del genere c’è in effetti qualcosa che mi ricorda il vuoto ideologico del Fascismo. In questo senso intravedo una “fascistizzazione” della società italiana, e della sua cultura politica: se infatti la lotta sarà tra capi carismatici e non tra sistemi di valori, il passo successivo sarà quello del mantenimento e del consolidamento del potere del capo carismatico che prevarrà sull’altro. Del resto una prima fase di scontro tra capi carismatici (molto criticati peraltro) c’è già stata. La seconda fase dovrà essere accompagnata da qualcosa di più sostanzioso come il rifiuto esplicito di una visione organica della politica e della sua attività. Infine, il disprezzo della politica intesa alla vecchia maniera. In un’epoca di mancanza di dottrine politiche di riferimento, in cui la politica è diventata piccina e insegue il popolo, non mi stupirei se la tecnica per la prevaricazione e il dominio sarà il vero teatro di scontro che appassionerà la gente sino alla vittoria di qualcuno sugli altri: sino, cioè, alla volontà conclamata di prendere il potere e di conservarlo alla maniera di un Putin (o di un Erdogan) qualsiasi, il cui successo in ampi strati della popolazione italiana consolida i miei sospetti di liberale allarmato.

Ovviamente il presupposto per un’involuzione politica del genere, da democrazia a “democratura” – tanto per incominciare -, è la diffidenza nei confronti della “democrazia nostrana” da parte degli italiani: infatti, la partitocrazia del Belpaese, ossia una sorta di oligarchia sentita lontana dalla gente, non mi sembra deporre a favore della solidità e della diffusione del sentimento democratico in Italia. Molti oggi non si vergognano più di dirsi antidemocratici, perché intendono la democrazia italiana come qualcosa di falso, come partitocrazia: il tempo ha fatto sì che l’idea di democrazia si sia indebolita a vantaggio di un’oligarchia di partiti che gli italiani, soprattutto negli ultimi vent’anni, hanno iniziato a disprezzare. Ma in tale maniera il diprezzo si è trasmesso, almeno in parte, anche alla democrazia, la quale equivale, agli occhi di molti, al potere in mano ai partiti e ai loro capi vergognosi. Meglio allora che a decidere sia il popolo: è il popolo che deve stabilire chi sia il capo, non i partiti. Questo è l’unico significato di democrazia accettato dal popolo una volta che ha iniziato a disprezzare la democrazia partitocratica: una democrazia populista.

Una democrazia cioè dove il ridimensionamento dei partiti, sino alla loro messa al bando, sia vista come una conquista democratica, finché, ripeto, sarà il popolo a decidere chi sia il proprio capo. Una volta che un capo è stato designato inizia un altro processo, una dialettica tra capo e popolo che richiede, pare, almeno la finzione – come la definirebbe Kasparov – delle elezioni. Un processo che è presente non solo in Iran o in Turchia ma, ad esempio, anche in Russia. Dopodiché il popolo che ha deciso sull’onda dell’irrazionalità di affidarsi ad un unico uomo – al famoso “uomo solo al comando” – può anche decidere di averne abbastanza ma la storia ha dimostrato che spesso è troppo tardi per fare marcia indietro. Ovviamente la dialettica che si è instaurata deve conservare una sorta di rispetto delle apparenze, e le elezioni – tanto per incominciare – non possono essere abolite, anche se non so dire quanto un simile principio valga in generale e se non cambi a seconda del paese e del popolo presi in considerazione. E’ certo però che una democrazia debole, che non ha portato a grandi risultati o che li ha portati, sì, ma molti anni addietro, e nel frattempo li ha visti degenerare, ebbene, una simile democrazia non è considerata da numerose persone degna di essere difesa.

In Italia la democrazia che valeva la pena difendere era quella nata dopo la guerra, ma ora è degenerata perché la popolazione si sente esclusa dalle scelte dei politici e li avverte come una casta di sanguisughe: ma un processo del genere non mostra qualche somiglianza con la democrazia degli Anni Novanta in Russia? Una democrazia, cioè, in cui si è sviluppata una casta di oligarchi famelici capaci di minare a fondo la fiducia della gente nei confronti della giovane democrazia. Quando la democrazia è in difficoltà a causa (vera o apparente)  di un gruppo di persone ben precise, ebbene, essa è in pericolo, perché può uscire fuori il personaggio che – spesso solo a parole – quella casta intende attaccare col risultato di acquistare punti sul terreno della credibilità politica a svantaggio dei valori democratici, sacrificabili a questo punto agli occhi della popolazione almeno in parte perché anche la democrazia è un sistema a strati. Si può rinunciare a qualcosa, insomma, pur di vedersi governati bene. A tal proposito vorrei far notare che gli italiani potrebbero aver inteso l’opposizione dei partiti ad un sistema presidenzialista non come una questione di difesa dei valori democratici, ma di controllo del potere da parte dei soliti noti. In tal maniera gli italiani hanno considerato i partiti un ostacolo sulla strada della democrazia, e non il contrario, soprattutto se l’elezione del presidente fosse stata diretta, al di là di una questione – peraltro sempre più fondamentale di questi tempi – di governabilità.

Meglio, insomma, agli occhi di molti, anzi troppi, un sistema dove ci sia un capitano al comando, diciamo così, e purtoppo oggi all’orizzonte vi sono diversi personaggi che sembrano fornire dei modelli internazionali da imitare, come dicevo. Forse è venuto il momento di cambiare le cose in Italia in maniera sostanziale. Forse è venuto il momento che i partiti, almeno i più seri, inizino a dire la verità agli italiani in modo da dar prova di responsabilità: non solo, ma in modo di pretenderla anche dai connazionali così che essi non possano avere alibi se e quando dovesse esserci un tentativo di creazione di “democratura” pure in Italia.

Il secondo passo, ovviamente, è spiegare agli italiani perché Putin ed Erdogan non sono affatto dei modelli da seguire – soprattutto Putin che molti, ahimè, contemplano rapiti in Italia -.

Il terzo passaggio è introdurre massicce dosi di educazione civica e politica nelle scuole a partire, ebbene sì, dalle elementari, da sostituire alle ore di religioni, il cui beneficio sullo sviluppo di una mentalità evoluta e democratica negli studenti che diventeranno elettori e cittadini onestamente mi sfugge: tanto più che la religione è sempre stata “instrumentum regni” del prepotente di turno. La democrazia e la religione sostenuta dalla casta dei preti non parlano affatto la stessa lingua.

Il quarto passo, forse il più fondamentale, è quello di fornire agli italiani un sistema presidenzialista: in tempi, infatti, in cui la democrazia nostrana ha perso fascino agli occhi di un popolo ormai stanco della oligarchia dei partiti, un presidente della repubblica con reali poteri come in Francia avrebbe il vantaggio di suscitare nuovo interesse per la politica anche in virtà dei meccanismi psicologici che una simile figura farebbe scattare nella testa di molti cittadini.

Per non parlare dell’assunzione di responsabilità che una figura del genere non potrebbe più evitare, col risultato che finalmente i cittadini avrebbero un quadro molto più chiaro di quanto abbiano ora: quadro che li spinge, torbido per torbido, a preferire il luminoso (apparentemente luminoso) richiamo di forme di democrazia meno piena di quella presente, forme meno liberali, sino al modello luccicante ma fasullo delle famigerate – e pericolosissime in tempi di emergenze internazionali – “democrature”

 

Fabrizio Amadori

 

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

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