Reddito di cittadinanza tra utopia e statalismo

Dal sogno alla realtà, dalle piazze al governo di un Paese del G7, l’utopia è per il momento solo una riga del Bilancio 2019 (e solo 2019), con dettagli ancora tutti da definire, ma molte attese da soddisfare.

di Beppe Facchetti | 18 Nov 2018

Il reddito di cittadinanza, progetto identitario dei 5Stelle, ha conosciuto una lunga stagione simbolica, che oscillava tra l’ottimismo onirico della decrescita felice (ripudiare la società industriale e vivere spensieratamente tutti con poco) e il vincolo del reperimento delle risorse, da ottenere con redistribuzioni forzate dall’alto verso il basso.

Un compromesso improbabile tra levità poetica da figli dei fiori e misure autoritarie di stampo sovietico, per realizzare una società alternativa, liberata dal bisogno ma anche dal merito. La legge proposta nel 2013, puntava con gradualità a qualcosa di testualmente “universale, individuale e incondizionato, destinato a tutti i residenti adulti a prescindere dal reddito e dal patrimonio, non condizionato al verificarsi di condizioni particolari e non subordinato all’accettazione di condizioni”. Di più: questo reddito ugualitario (a tutti: dal miliardario al profugo) è l’effetto di “un’attività produttiva di valore, che è l’attività di vita». Ecco perché la definizione di “cittadinanza”: è il solo essere in vita che giustifica l’elargizione.

Dal sogno alla realtà, dalle piazze al governo di un Paese del G7, l’utopia è per il momento solo una riga del Bilancio 2019 (e solo 2019), con dettagli ancora tutti da definire, ma molte attese da soddisfare, perché forse in campagna elettorale si è esagerato un po’.

La cifra stanziata prevede complessivamente circa 9 miliardi, ma uno è destinato alla cosiddetta “pensione di cittadinanza” (500 mila persone), un altro al rinforzo dei centri dell’impiego, e pertanto solo 7,1 (di cui 2,2 derivanti dalla soppressione dal reddito di inclusione di Gentiloni) sarebbero destinati ad una platea complessiva di circa 4,5 milioni di famiglie.  Di queste, però, solo 2,5 hanno un reddito sotto i 9360 euro della soglia di emergenza: potranno aspettarsi ciascuna circa 288 euro. Una beffa rispetto ai 780 di cui parla il Governo e ai 305 del reddito di inclusione che già esiste, con 387 mila famiglie che il 1° gennaio se lo vedranno revocato in attesa che torni, con il nuovo nome e ridotto, sotto elezioni.  Se poi per ragioni di urgenza elettorale, si volessero davvero erogare assegni di 780 euro almeno per quelle 469 mila famiglie con Isee pari a zero, se ne andrebbero 4,4 miliardi su 7,1 e alle altre 2 milioni e passa di famiglie povere resterebbero davvero le briciole: più o meno 140 euro.

Tutto questo potrebbe anche essere la rappresentazione di un eterno conflitto, quello tra le promesse e la dura realtà dei fatti.

Molto rumore per nulla, allora? Onestamente, almeno un dato positivo comunque c’è, l’aver messo l’accento sull’emergenza povertà, che esiste, e che ha smosso solo in extremis i governi PD. Bastava finanziare un po’ di più quello strumento.

Per il resto, il bilancio è negativo, innanzitutto perché per questa via di mezzo si spenderanno 9 miliardi presi a prestito con interessi crescenti.

Quanto ai 5Stelle è un fatto lo stravolgimento delle loro intenzioni iniziali. Intanto perché non è la società vagheggiata, forse è il suo contrario, e poi perché un conto è la lotta alla povertà e un conto mettere insieme una specie di cassa integrazione universale in attesa di un improbabile lavoro.

Si confondono due temi molto diversi, perché non tutti i poveri sono in cerca di occupazione o in grado di svolgerla (un milione di minori e tante donne di mezza età che non ci hanno mai pensato) e proporgli 3 lavori-capestro è insensato.

A forza di mediazioni e attenuazioni, il progetto originario è ormai tutt’altra cosa e sembra destinata ad un costoso insuccesso. E’ forse questo il motivo per cui la Lega è tanto passiva, nonostante un massiccio trasferimento di risorse dal Nord che lavora ad un Sud sul divano. Sembra lì, sorniona, ad attendere il rumore dello schianto di questa utopia con la realtà e la delusione di quelle 27,9% di famiglie di Crotone che si attendono 780 euro da papà Grillo.

Resta un sapore di fondo amaro. L’operazione, se va bene, mette sullo stesso piano retributivo un giovane neoassunto e un candidato al lavoro nero, e se va male, aggiunge un tassello – quello sociale – al disegno che sta venendo avanti con tanti segnali. Quello di uno Stato profondamente radicato nella vita di cittadini che ne dipendono.

Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza. Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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