Il rapporto con la mamma

Mia madre, la settimana scorsa, ha aggiunto che mi trovava meno mignotta del solito (complicato capire se fosse un complimento).

di Florenza Carsi | 11 settembre 2017

Nascoste tra i mille difetti di una rissaiola (come me) dedicante la sua esistenza alla spietata carriera; a stropicciare l’ego maschile; a servire con retta e vile ubbidienza le strategie del datore (internazionale) di lavoro, si nasconde (dai) qualche pregio. Ad esempio, mi dicono essere: una supponente bonazza (ancorché insopportabile); una tetragona e puntuale sgobbona; una eccellente scrittrice di relazioni, analisi e studi.
Mia madre, la settimana scorsa, ha aggiunto che mi trovava meno mignotta del solito (complicato capire se fosse un complimento). Avrebbe “notato” che il mio “trasudante desiderio” di “arrazzare e maltrattare il maschio” si era “affievolito a causa del fidanzamento” (quasi-fidanzamento, ad essere precise). Ha sostenuto in pubblico (cioè la sua migliore amica e mia zia) che in vecchiaia avrei potuto perfino divenire mansueta e disposta ad indossare il grembiule da cucina. Infine, ha sentenziato rivolta alla zia: “Per fortuna non scrive libri”. La zia ha annuito.
Il rapporto con la mamma (e lo sanno tutte) è bellissimo e complicato (come sono i rapporti tra donne). Ho sempre risolto le cose esasperando la mia pessima personalità (nonostante apparisse già quella di una iena alla ricerca del cadavere).
Ma in questo caso, ammetto d’aver accusato il colpo: non poterle dire che dalle mie “mani febbrili” escono invece sti po po d’articoli e nientepopodimeno di un libro patriottico, libertario e femminista (!), mi ha dato fastidio. Per la prima volta, non potuto esibire sul campo un pronto spirito oppositivo. Non ho potuto smentirla o dimostrare che si sbagliava e che poteva nuovamente riporre nel cassetto le sue (infide) speranze su di me.
Ho meditato su questa inusuale (impotente) condizione. Un condizione anomala. Tra i tanti casi di pseudonimia, credo che quello di Florenza Carsi sia l’unico in cui sia stato un “profilo” a pubblicare un libro. Intendo dire, un “profilo” con la sua storia, la sua personalità, insomma: un personaggio attivo ed interagente. Quando qualcuno si compiace (o no) dopo aver letto “La Stagione delle Mutande”, scrive a Flo e Flo risponde. Ed io non potrei che interpretare al meglio la parte. Perfino i saluti ed i complimenti dell’Editore vanno solo a Flo, non a me. Ed io non posso che interpretare al meglio la parte. Se mai mia madre o il mio quasi fidanzato dovessero imbattersi nel libro, scriverebbero (ignari) a Flo per esprimere le loro impressioni. Ed io non potrei che interpretare al meglio la parte.
Indi, desumo di non essere un’autrice celata dallo pseudonimo, ma molto meno: l’interprete di un personaggio che s’è messo a scrivere. Ovviamente Flo ed io siamo simili, ma non le stesse. Io sono (perfino) più cattiva, meno estroversa, meno libera. Però altrettanto mignotta… quello sì.
Sta di fatto che il desiderio di svelarsi da adulta alla propria madre rimane (alla fine) un percorso incompleto, destinato a lasciarti addosso la sensazione di quella parola “in più”… quella che manca. Quella mai detta. In fondo, la famiglia può dare tutto, amore (immenso) compreso, ma non la stima. Parlo della stima eroica e profonda che ti ostini a cercare (inutilmente) nel tinello di casa ma che può donarti solo chi ti ha osservata al meglio: da grande (perfino nell’errore o nel dramma). Insomma, chi non ti ha mai vista bambina e figlia piangere per una stupida caramella.
Detto questo, non sarò mai mansueta e non indosserò mai un grembiule da cucina, a meno che non sia senza nulla sotto e per altre (losche) finalità… tanto per essere chiare.
Qui Flo, del pianeta Bruz-Bruz, rientrante da una “cena de trabajo” e domani in viaggio… olè

Florenza Carsi

Florenza Carsi, libero professionista. Cura un proprio blog sul social Facebook

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