Qualche riflessione sulla sinistra

Contributo al dibattito sulla necessità di costruire “ una grande sinistra democratica, pervasa di cultura laica e riformista, che ambisca a candidarsi al governo” .

di Luciano Pallini | 12 Marzo 2018

La riflessione avviata  su Pensalibero sui risultati elettorali e sulla necessità di costruire “ una grande sinistra democratica, pervasa di cultura laica e riformista, che ambisca a candidarsi al governo”  sollecita un intervento che parte dalla convinzione che questa costruzione non possa prescindere  dal PD e   di quella parte della dirigenza che maggiormente si è spesa per la rottura (peraltro incompiuta) con la tradizione ex comunista e con l’annessa   supponenza di essere i soli ad avere compreso i problemi del mondo  ed i soli ad avere  la ricetta per la loro. soluzione

La discussione sulle prospettive corre il rischio di smarrirsi nel particolare nazionale – pur imprescindibile ed alla fine decisivo –  se non si amplia l’orizzonte di osservazione perché a leggere l’articolo verrebbe da pensare che dove questa grande sinistra esiste le cose vadano bene e si mietano successi elettorali uno dietro l’altro: nessun intento consolatorio, nessun “mal comune mezzo gaudio” ma la volontà di capire i movimenti delle placche tettoniche profonde della politica.

1) I risultati della sinistra riformista alle elezioni nei maggiori paesi europei.

Dare  la  parola ai numeri consente di restituire    una immagine della realtà  che è segnata da una sconfitta dietro l’altra: dai risultati elettorali dei maggiori paesi europei emerge  che – almeno in termini elettorali –  il PD – in atto grande sinistra democratica, pervasa di cultura laica e riformista – se non sta  meglio di altri non stanno sicuramente peggio di forze che immagino possano essere classificate di sinistra democratica etc. etc.

I dati ci dicono che in Europa la sinistra arretra ovunque – il tracollo è drammatico  in Francia  – ma che in questo contesto  i risultati del PD in Italia non sono molto diversi da quelli di SPD in Germania e PSOE in Spagna : anzi se si considera la minicoalizione attorno al PD – per omogeneità con di dati di Francia e Spagna che già includono piccole forze alleate – – rappresenta il migliore tra questi risultati.

E questo è un punto.

Tab. 1 Risultati elettorali delle forze di sinistra riformista nei maggiori paesi europei

Ma il PD – si afferma – ha sperperato il patrimonio di consensi che era stato costruito nel corso degli anni dalle diverse coalizioni: difficile ragionare in termini di coalizioni che spesso sono state meri cartelli elettorali, come le vicende del 2006 ben esemplificano quando la maggioranza è evaporata come neve al sole : coalizioni a geometria variabile non possono costituire  grandezze di riferimento,  rispetto alle quali sono state scelte  la somma dei voti ex Ds e Margherita e simili nelle elezioni fino  a quando si è presentato il Partito Democratico.

Il grafico ci dice della sostanziale tenuta di questo schieramento progressista e riformatore sempre  leggermente   al di sopra del 30% fino al 2008 cui segue la caduta  del 2013 quando si è fermato al 25,4%   (con una perdita di quasi l’8%)  cui ha fatto seguito nel 2018  l’ulteriore calo  2018 al 18,7% (con una perdita del 6,7%)

 

Un’anomalia in una Europa segnata da un crescente consenso alla forze della sinistra riformatrice?        I dati sul voto al SPD in Germania dicono che è  in atto una radicale riduzione del consenso a queste forze, passate in quel paese dal 40,9% del 1998 al 20,25 del 2017, ovvero dimezzate in 20 anni

 

Tab. 2 Risultati elettorali SPD e PD fine anni ’90 ad oggi

La differenza tra Italia e Germania sta nel diverso consenso  ricevuto dalle forze  che possiamo rozzamente definire “antisistema” nei due paesi: il 25% tra Linke ed AfD in Germania,  il 50% circa in Italia tra Lega e Movimento Cinque stelle  mentre alle legislative francesi del 2017 il Fronte Nazionale alle elezioni francesi si ferma all’11%..

 

2)Quale prospettiva per rilanciare la sinistra democratica? L’opzione”Indietro tutta”

 

Prima delle elezioni il campo presentava almeno due opzioni: la prima rinvigorire se non rifondare lo schieramento a sinistra con la ripresa di politiche tradizionali del lavoro e del welfare, la seconda proseguire ed intensificare le riforme del nostro paese per la ripresa dell’economia e per la salvaguardia dei perdenti attraverso misure mirate del lavoro e di protezione sociale, nel rispetto delle regole dell’Europa.

I risultati elettorali hanno cancellato via la prima opzione: i gruppi di sinistra radicale in Italia, Francia e Germania non hanno accresciuto i consensi: in Italia il flop è come  rappresentato dal 3,9% dei voti nel collegio di Nardò ottenuto dall’eminente politico autore di un pretenzioso saggio “Fondamenti per un programma della sinistra in Europa” .apparso come editoriale di ITALIANIEUROPEI.

In Germania Die Linke è da anni sotto al 10% e ha forte insediamento nell’ex DDR  mentre France Insoumise di Melenchon, un mix di trotskismo e populismo,  si è fermato all’11%.

C’è – e va ricordato-  la ripresa  al 40% dei laburisti inglesi rispetto alle elezioni precedenti : ma dopo il suicidio politico di David Cameron con il referendum su Brexit e il bis di Theresa May con le elezioni anticipiate,  le regole del sistema inglese,  fortemente bipolare nonostante venature nazionalistiche, avrebbero imposto  la vittoria non solo un buon piazzamento: probabilmente il successo è stato frenato dal ricordo delle conseguenze dei programmi della tradizione  vetero-laburista, i cui governi si son sempre conclusi con svalutazioni della sterlina ed inflazione.

Ma non c’è bisogno di controprove: la piattaforma elettorale  di LiberiedUguali  era ispirata al corbynismo e Grasso era andato a sciacquare i panni in Tamigi chiedendo ed ottenendo un endorsement: ma i risultati oltre che di LeU, di  Linke e France Insoumise, i cui programmi erano vicini a quelli di Corbyn,  dimostrano che ad oggi il corbynismo non tira: se c’è da sparare promesse a debito, trovi sempre chi le spara più grosse di te.

 

Per quanto riguarda la Scandinavia come “terra felix” per la socialdemocrazia  bisogna prendere atto che non lo è più almeno dagli inizi degli anni Duemila. I partiti socialdemocratici in quei paesi, ovunque,  hanno visto calare i loro consensi e oggi restano al potere soltanto in Svezia, dove sono alla guida di un traballante governo di coalizione (segue)

 

Luciano Pallini

Economista, già sindaco di Pistoia, è direttore del Centro Studi della Fondazione Filippo Turati Onlus

Un commento

  1. La sinistra è capitalista e insegue la destra liberale.
    Ad aumentare i consensi non a caso sono i partiti cosiddetti populisti di destra e sinistra.
    Corbyn non a caso é fra questi ultimi, assieme anche allo spagnolo Iglesias, leader di Podemos.
    Il punto è che il populismo è socialismo ad attrae giustamente i consensi degli sfruttati e dai delusi del liberalismo post 1989, ovvero gli sfruttati dalla globizzazione capitalista.
    La sinistra post 1989 non è altro che capitalismo e liberalismo, in linea con quanto fu la sinistra ai tempi della Rivoluzione Francese: rappresentante dei ceti colti borghesi.
    Il Quarto Stato, diversamente e giustamente, si rivolge altrove e si ribella alle élite globaliste.
    Personalmente trovo più interessante aggregare una forte area cultutale anticapitalista e di critica radicale al sistema dominante.
    Al di là delle ideologie passate nate con l Illuminismo.

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