Purple Rain

Cammini lentamente e l’osservi da dietro versare tutto il whisky nel caffè. Nascondere il vetro e sorriderti sicuro di avertela fatta, chissà, forse per la seconda, la terza, la quarta volta.

di Florenza Carsi | 12 novembre 2017

Morto. No non è vero. Facciamo che io ho i fucili che sparano laser. Bum, badabum. Bum, bum. Spaf. Però facciamo che i miei sono paracadutisti che si lanciano dietro le linee nemiche. Va bene. Ma facciamo allora che i miei hanno la corazza. Sì, ma facciamo che allora arrivano gli aerei. Facciamo… facciamo e facciamo che.
Conosco la fantasia maschile. Il loro desiderio di giocare, di cimentarsi in avventure e ardimenti di varia foggia. La loro invidiabile capacità di lasciare alle spalle le azioni più discutibili e ripatire ancora più infantili (e peggio) di prima. Conosco il loro desiderio di ignoto. La loro voglia di battersi. Conosco quell’indole rissosa, coraggiosa e vigliacca allo stesso tempo. Ho chiara la loro capacità di creare castelli inesistenti e sperare nei colpi ad effetto. Io, ho giocato a soldatini con loro. L’ho fatto per anni. E quando hanno cominciato guardarmi diversamente, non ho dimenticato chi fossero: è gente pronta ad ingannare il destino dicendo “facciamo che….”, ma è il medesimo inganno che li porta a navigare alla ricerca dell’India o su un razzo verso la Luna.
Quella specie di Stan Laurel accanto a me era uno di quelli.
Con lui vincevo a soldatini, vincevo a nuoto, non gli facevo toccare palla quando lo marcavo, lo dileggiavo per una mamma più noiosa della mia e per una evidente propensione a innamorarsi di chi non doveva (lo face anche con me).
Incontrarlo in aereo è stato un caso davvero fortuito.
Milli conversari sugli amici, sulle nostre storie e su quelle che speriamo possano accadere.
Due o tre (pacate) idee sull’economia e la politica. Qualcosa di etnico e culturale. Un pizzico di chiacchiera sugli aeroporti e su i fatti personali (almeno quelli dicibili) e alla fine, la gran conclusione sugli amorazzi che furono (e che non furono).
Tre ore su quattro, così archiviate e così (bellamente) trascorse. Poi, fai un salto in bagno. Tiri su i pantaloni. Sistemi i capelli. Riapri la porta e cammini tornando al tuo posto vendendo in lontananza la mano dell’assistente di volo che gli porge quella piccola bottiglia trasparente.
Cammini lentamente e l’osservi da dietro versare tutto il whisky nel caffè. Nascondere il vetro e sorriderti sicuro di avertela fatta, chissà, forse per la seconda, la terza, la quarta volta. Sicuro che il naso di una donna possa essere così facilmente ingannato dall’odore del caffè.
Altri racconti. Altre storie. Altri conversari. Mentre lui ti parla, senti nella tua testa la chitarra. Quella che inizia lentamente con La La/Fa# Mi Re Resus4 Re. Quella che si ferma per un istante al tredicesimo secondo spaccato, quando percepisci il vibrare della batteria sul surround ed il diaphragm delle tue casse immaginarie. Poi, al diciannovesimo secondo, lui: “I never meant to cause you any sorrow” (non intendevo causarti nessuno dolore). Purple Rain è così nella tua testa. È così mentre lo vedi sorseggiare lentamente quel caffè al veleno. Prima un sorso. Poi un sorriso. Un sorso. Un sorriso. I suoi occhi lucidi. E tu una delle (mille) ragioni di quei sorsi e di quei sorrisi.
Così, nella tua testa, lasci andare Prince e vorresti fare che…
Facciamo che… Facciamo che.
Facciamo che non ho mai vinto quella partita a soldatini.
Facciamo che non ho mai vinto quella gara di nuoto.
Facciamo che non ti ho mai fatto fallo.
Facciamo che non ti ho mai lasciato baciarmi.
Facciamo non siamo mai stati amici in quel modo.
Facciamo che non bevi più.
Facciamo che domani è un altro giorno

Florenza Carsi, libero professionista. Cura un proprio blog sul social Facebook

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