I populisti a Cernobbio sono il segno che il nostro establishment non è meglio della politica

di Enrico Cisnetto | 11 settembre 2017

Per chi confondesse l’attuale “ripresina” economica con il ritorno ad una solida e duratura crescita strutturale – che avevamo perso ben prima della crisi mondiale del 2008 – e coltivasse l’infondata speranza che l’Italia abbia smesso di scivolare sul piano inclinato del declino (politico, sociale, economico e culturale), consigliamo una lettura e una riflessione. La prima riguarda un articolo scritto per il Sole 24 Ore da Pierluigi Ciocca, ex vicedirettore generale della Banca d’Italia e rigoroso economista di stampo keynesiano, in cui si elencano le ragioni – calo degli investimenti, crescita dell’import maggiore dell’export, flessione dello stock netto di capitale, discesa del prodotto orario del lavoro che tiene ferma la produttività – per cui è corretto definire “mediocre”, sia in assoluto, che a maggior ragione nel confronto internazionale, il rimbalzo congiunturale in atto. Da parte nostra non occorre aggiungere una virgola, tanto meno al giudizio sul fastidioso svolazzo delle “cinciallegre ottimiste” vogliose di mettere all’angolo i “gufi menagramo”.

La riflessione, invece, è nostra, e nasce dalle patetiche esibizioni di Luigi Di Maio e Matteo Salvini a Cernobbio, alla sempre più inutile kermesse che cerca di radunare “chi conta” senza chiedersi se e per cosa conta. Ma, attenzione, ad essere patetici non sono stati i due esponenti politici, ma chi ha pensato bene di invitarli. Vedete, il declino di un paese non si misura mai solo dalla crisi della politica e dal grado di consunzione delle istituzioni pubbliche, ma anche – e forse soprattutto – dall’involuzione della sua classe dirigente e dall’impoverimento culturale del suo establishment economico-finanziario. E che il pericolo che l’Italia corre sia quello di dare risposte populiste alla propria crisi strutturale di fronte all’afasia (di parole, di idee e di fatti) di chi populista non è (o non dovrebbe essere) è cosa talmente palese che non occorre certo spiegarlo. È un pericolo che negli ultimi tempi ha attraversato tutta l’Europa, ma altrove la saldatura del ceto e delle istituzioni politiche con il mondo del business ha consentito di controllarlo e ridurlo. Da noi, invece, si sta verificando il fenomeno opposto: i partiti con vocazione di governo, invece di dare risposte convincenti ai problemi, accusano i populisti di populismo (e che dovrebbero fare altrimenti?) e poi li inseguono sul loro terreno nella (vana) speranza di ridurne il consenso. In ciò agevolati sia dai media, che nella loro stragrande maggioranza riflettono questa tendenza (ci sono i populisti che come tali si comportano e i “non” che li scimmiottano), sia da una classe dirigente che, inconsapevole del ruolo che le competerebbe, finisce col partecipare a questa ubriacatura collettiva. Ora, diteci voi che bisogno c’era di chiamare a Cernobbio i due esponenti del fronte populista, peraltro per farsi raccontare ciò che già dicono ogni giorno tra dichiarazioni pubbliche e comparsate ai talk show televisivi. Se la tre giorni di Ambrosetti ha un senso e non vuole essere, come invece alla fine è, una Davos dei poveri, non è ospitare tutti coloro di cui si parla, ma selezionare idee e portatori sani di esse. Si dirà: ma quei due rischiamo di trovarceli al governo del Paese. Vero. Ma ciò è tanto più probabile tanto quanto gli si consegnano patenti di legittimità. E aver dato loro quel palcoscenico è sicuramente equivalso ad attribuirgli il “bollino blu” della business community. A meno di non avere la presunzione di credere che quello sarebbe stato un bagno purificatore o, peggio, di pensare che la passerella con i (presunti) “poteri forti” li avrebbe danneggiati. Al contrario, essi potranno dire – come hanno fatto prima e dopo la comparsata sul lago di Como – di non temere alcun confronto e di essere pronti per entrare a palazzo Chigi dal portone principale se anche gli imprenditori e la grande borghesia li accolgono a braccia aperte. Come dimostra il fatto che nel sondaggio tra i partecipanti richiesti di dare un giudizio sulla proposta grillina del “reddito di cittadinanza” il 40% (sì, abbiamo scritto giusto, lo zero ci vuole) della platea ha votato a favore.

D’altra parte, non c’era bisogno di questa ennesima prova di labilità per sapere quanto sia diventato mediocre il nostro establishment (o quel che ne rimane). Prendete Confindustria, per esempio: mai è stata così mal rappresentata, al centro come a livello locale, e mai il suo ruolo è stato così marginale. La deplorevole vicenda del Sole 24 Ore piuttosto che le quotidiane guerre intestine che attraversano le diverse realtà territoriali e di categoria (come e peggio di quelle dei partiti), stanno lì a testimoniarlo. Ma c’è di peggio. Dopo aver (giustamente) denunciato le storture e i costi del federalismo fin qui realizzato, e aver giustificato in larga misura con gli interventi sul Titolo V la loro sperticata e improvvida adesione al fronte renziano del Sì nel referendum costituzionale, ora gli imprenditori veneti e lombardi manifestano il loro favore agli inutili referendum dal sapore separatista che i due governatori leghisti di Veneto e Lombardia hanno messo in piedi. È questa, o è quella diametralmente opposta, la strada giusta per combattere il localismo campanilista e il fallimento regionalista? Qualcuno, a Cernobbio, si è posto il problema che siamo prossimi ad andare al voto senza una legge elettorale degna di questo nome e che nella situazione data è purtroppo ragionevole pensare che da quelle elezioni non solo non uscirà nessun vincitore, ma neppure l’embrione delle alleanze politiche – che non sono necessariamente inciuci – che sono indispensabili se non si vuole tornare alle urne tre mesi dopo? E qualcuno ha riflettuto sul fatto che se ciò accadesse lo spread che separa i nostri bond da quelli tedeschi tornerebbe di colpo ai livelli del 2011 e che questa volta Draghi difficilmente ci potrebbe di nuovo salvare? C’è almeno un pezzetto di establishment che invece di cadere nella solita tentazione di cercare di lisciare al pelo al possibile vincitore, o comunque al potente in crescita, a prescindere da chi esso sia e di quali parole d’ordine faccia uso, lavora per creare le condizioni necessarie a far nascere ciò che nel sistema politico manca, da un forte partito di centro a componenti che rendano più riformista la sinistra e meno forcaiola la destra?

Sono quesiti che giriamo ai nostri piccoli e grandi Marchionne. Senza troppa speranza che ci diano le risposte che vorremmo, ma con la pretesa che almeno le domande se le pongano.

Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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