Populismo moderato ed europeista

Il partito di Grillo, si sa, ha un grande vantaggio che durerà ancora un po’, e cioè di non avere un passato e di poter cancellare per questo la distinzione tra destra e sinistra. Nel Pantheon a 5Stelle ci sono sia Almirante che Berlinguer.

di Beppe Facchetti | 11 settembre 2017

Nell’ansiosa attesa di sapere chi sarà mai il candidato premier dei 5Stelle (deciderò la “rete” e dunque chissà…), c’è chi si impegna ad accreditare il movimento in termini di moderatismo e persino di europeismo, valorizzando le flautate parole di Di Maio – e in parallelo di Salvini – al vertice della finanza di Cernobbio.

Ma il populismo o è estremo o non è, e soprattutto in questa fase nascente in cui non è stato messo alla prova, se non a Roma con i noti risultati, sarebbe suicida un atteggiamento anche solo tattico per smussare gli angoli.

Al massimo si può fare un po’ di commedia all’italiana, prendendosi gioco di un uditorio sussiegoso che si definisce curioso per dissimulare magari un’apertura di credito – non si sa mai – ai futuri vincitori.

Il populismo moderato non esiste ed è condannato se mai ad alzare ulteriormente i toni e spararle più grosse se si sente minacciato dalla concorrenza leghista su argomenti, tipo l’immigrazione, in cui arriva oggettivamente in ritardo a cavalcare il disagio generale.

Il partito di Grillo, si sa, ha un grande vantaggio che durerà ancora un po’, e cioè di non avere un passato e di poter cancellare per questo la distinzione tra destra e sinistra. Nel Pantheon a 5Stelle ci sono sia Almirante che Berlinguer.

Può cosi capitalizzare il declino di idee e valori di un’epoca che ha perso – ed è un male – punti di riferimento, pescando però indifferentemente nel repertorio della vecchia destra e della vecchia sinistra tutto ciò che ancora può funzionare.

Il mondo ha sperato che il leader di questa nuova era, Donald Trump, rinnegasse al governo almeno i più esagerati proclami della campagna elettorale, ma non è andata così.

Siamo di fronte al paradosso che una cosa virtuosa che i partiti tradizionali non facevano – e cioè rispettare le promesse elettorali – è diventata perversa.  Sarebbe meglio per tutti, anche per Trump, che il presidente si dimenticasse i suoi roboanti comizi.

Ma c’è una differenza tra i partiti tradizionali e quelli populisti. I primi hanno storicamente disatteso le promesse elettorali, tuttavia quasi sempre generiche (lotta all’evasione fiscale, ad esempio), mentre i secondi sono molto più legati ossessivamente alle proprie promesse, che sono tutt’altro che generiche (il muro del Messico, ad esempio), perché sono la ragione stessa del loro successo, non avendo un’esperienza passata da proporre.

Il populismo non può insomma rinnegare la sua radice esistenziale come metodo di soluzione semplice, o semplicistica, di questioni complesse. Se cadono alcuni capisaldi, che senso ha l’esistenza stessa di un movimento di protesta?  Un movimento cioè che cerca “solo” il consenso, per di più in solitario, rinviando le cose da fare ad un programma quanto mai vago, che tuttoggi si basa su un’unica differenza vera, e cioè il reddito di cittadinanza, che o è assistenza universale a costi imprevedibili o è normale e limitata forma di soccorso sociale, già largamente adottata.

I primi ad arrabbiarsi sarebbero i tanti fan raccolti giusto 10 anni fa dal colossale vaffa grillesco.

La narrazione dell’euro come disgrazia, e dell’Europa come nemica – lo fece già qualcun altro, additando le “demoplutocrazie” occidentali –  ha anche il difetto di arrivare in ritardo rispetto alla rappresentazione che da anni ne fa Salvini, con il quale il regolamento dei conti non è infatti risolto.

Il no euro e il no Europa – identificata tout court con i poteri forti – sono dunque la quintessenza stessa del progetto pentastellato, che poggia sul principio del complotto che tutto decide: dai vaccini alle migrazioni bibliche.  Se M5S dovesse accettare l’esistenza anche parzialmente benefica dell’euro, oltretutto, ne deriverebbero negatività su tutto il corollario che ne consegue: austerità, spesa pubblica, politiche monetarie e fiscali, bail in e fiscal compact, unione bancaria e acquisizioni di aziende italiane. Intendiamoci, tutte cose scomode, spesso spiacevoli, che se fossero dipese dalla democrazia diretta, forse non si sarebbero mai fatte.

E infatti le scelte di fondo legate alle politiche europee e in generale transatlantiche, come la NATO (non a caso ora snobbata da Donald Trump) si debbono alla capacità di guida e di leadership che nei decenni – magari spesso contraddicendosi e non sempre essendone all’altezza – ha caratterizzato delle èlite che erano non dei poteri forti ma delle minoranze con idee forti (da De Gasperi a Kohl).

Insomma, o questi movimenti restano coerenti a se stessi, in una specie di eterna coazione a ripetere, e può esaurirli solo il rapporto insoddisfacente tra le altissime attese proposte e le deludenti prestazioni rese, oppure non possono attenuare la dinamica che li ha fatti nascere e che li condanna a proseguire così, anzi ad alzare perennemente la posta.

Ma non si possono ripetere le stesse cose all’infinito, per cui, a Cernobbio, Di Maio non potrà più tornare l’anno prossimo a dire cose dorotee sull’euro, ma potrà tornarci solo da Presidente del Consiglio, e solo molto presto, prima cioè di essere messo alla dura prova dei fatti di governo.  Ma almeno questo non dipenderà da lui soltanto.

 

Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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