Pisa, Teatro Verdi. In un teatro gremito finisce in una cascata di applausi l’Avaro di Moliere nell’adattamento di Ugo Chiti

di Stefano Mecenate | 8 novembre 2017

Mancavo da un po’ dagli spettacoli di prosa al teatro Verdi di Pisa e con piacere ho visto come il pubblico che segue gli spettacoli non solo è aumentato ma si è arricchito di numerosi giovani. Merito certamente di una oculata politica nella scelta degli spettacoli ma anche di una profonda ed attiva attività di “formazione” del pubblico che mette radici nelle scuole e nel tessuto sociale della città e del territorio limitrofo.

Scelta strategica in un momento nel quale la TV e i suoi servizi “cattura” con strumenti sempre più sofisticati un pubblico tendenzialmente meno interessato a vivere l’ineguagliabile esperienza dello spettacolo dal vivo.

Sì, perché ogni spettacolo, pur ripetuto infinite volte nello stesso teatro o in teatri diversi, è sempre unico e irripetibile: senza cambiare il copione né la regia, cambia lo spirito con cui è vissuta quella recita, il luogo dove viene tenuto lo spettacolo, il pubblico che lo guarda… Questo è il valore aggiunto del teatro visto in teatro: esserci, condividere con gli attori e con gli altri quel momento magico nel quale gli attori si fanno personaggi e interpretano (non recitano) quella parte scritta da un autore magari secoli prima pensandola per il suo pubblico, che si dimostra incredibilmente attuale.

È il caso di questo LAvaro di Moliere (1668 è la data della prima rappresentazione, a Parigi, al Teatro di Palais-Royal) firmato da Ugo Chiti (suoi adattamento, ideazione dello spazio e regia), protagonista Alessandro Benvenuti, che torna sul palcoscenico pisano, insieme con la compagnia Arca Azzurra Teatro“…Dal 1982 oltre trent’anni di lavoro nel segno esclusivo della drammaturgia italiana contemporanea in un ininterrotto sodalizio con Ugo Chiti, vero e proprio poeta di compagnia” dell’Arca Azzurra, e con significative aperture al lavoro di drammaturghi, attori e registi di primo piano del panorama teatrale…” come cita la presentazione nel loro sito.

Significativo questo lungo sodalizio con il grande drammaturgo, sceneggiatore, regista, scenografo e costumista toscano (David di Donatello 1994 – Migliore sceneggiatura per Per amore, solo per amore; David di Donatello 2003 – Migliore sceneggiatura per L’imbalsamatore; David di Donatello 2009 – Migliore sceneggiatura per Gomorra; David di Donatello 2017 – Migliore sceneggiatura per La stoffa dei sogni; Nastri d’argento 1995 – Miglior soggetto per Belle al bar; Nastri d’argento 2006 – Migliore sceneggiatura per Manuale d’amore; Globo d’oro 2015 – Migliore sceneggiatura per Il racconto dei racconti – Tale of Tales; Ciak d’oro 2009 – Migliore sceneggiatura per Gomorra; European Film Awards 2008 – Migliore sceneggiatura per Gomorra solo per citare alcuni dei riconoscimenti ricevuti per la sua attività) che ha trovato con la compagnia quell’intesa profonda che gli consente di modellare i suoi adattamenti e le sue creazioni per raggiungere i suoi obiettivi che sono sempre tesi a mostrare l’attualità dei contenuti delle opere proposte anche quando una datazione decisamente lontana.

E vediamo, attraverso alcuni stralci delle sue “note di regia” quali intenti si è prefisso Chiti con questo lavoro: «Libero adattamento da Molière” o forse sarebbe più corretto dire “rispettoso tradimento” oppure potrei azzardare in vena di barocchismi, una sottotitolazione più pretestuosa come “da Molière le premesse per una metateatrale rivisitazione attorno a L’avaro” (…) La storia critica de L’Avaro, nei secoli si è divisa tra coloro che considerano la commedia un’opera comico farsesca con un buffone al centro della vicenda e quelli che vi leggono una componente seria che nel personaggio di Arpagone sfiora quasi il tragico.
L’adattamento guarda L’Avaro occhieggiando a Balzac senza dimenticare la commedia dell’arte intrecciando ulteriormente le trame amorose in un’affettuosa allusione a Marivaux.
Contaminazioni a parte, Arpagone resta personaggio centrale assoluto, mantenendo quelle caratteristiche che da sempre hanno determinato la sua fortuna teatrale, si accentuano alcune implicazioni psicologiche, si allungano ombre paranoiche, emergono paure e considerazioni che sono anche rimandi al contemporaneo.
La “parola” è usata in maniera diretta, spogliata di ogni parvenza aggraziata, vista in funzione di una ritmica tesa ad evidenziare l’aggressività come la “ferocia” più sotterranea della vicenda.
Altra scelta della riscrittura è stata quella di ridisegnare alcuni passaggi del testo ritenuti da sempre “deboli o frettolosamente liquidatori”; vedi, per esempio, il piano per ingannare Arpagone, che solo annunciato da Frosina all’inizio del quarto atto nell’originale, diviene in questo caso un’occasione drammaturgica per accentuare il livore risentito e la spinta illusoria dei figli Elisa e Cleante. Con eguale libertà drammaturgica l’improvviso e precipitato scioglimento finale, accentua una valenza fiabesca suggerendola fino dalla prima scena (Valerio – Elisa) per poi utilizzarla come un “rilancio” finale di Arpagone che si riprende appieno la scena ribadendo così la peculiarità di personaggio senza antagonisti, consumandosi in un assolo delirante perfettamente speculare al prologo – monologo che dà l’avvio allo spettacolo».

Veniamo quindi a questo Avaro che se vede certamente Alessandro Benvenuti ottimo mattatore in scena, resta tuttavia un’opera “corale” dal sapore amaro nonostante i numerosi momenti nei quali la risata sgorga spontanea e talvolta incontenibile.

Grande artista Benvenuti che seppure talvolta scivola in qualche piaggeria, dona al suo personaggio, l’avaro e acido Arpagone, una profondità ed una naturalezza che lo rendono vivo, attuale, drammaticamente presente, se pur in altre forme e manifestazioni, nella nostra quotidianità.

Ma, come dicevo, il successo dello spettacolo di deve anche al contributo degli altri protagonisti, alla coralità che rende fluido e teso lo spettacolo fino all’ultima battuta, senza momenti di “stanca”, senza parvenza di routine, come se ciò che raccontano avvenisse davvero, in quel momento, ex novo.

Un “lavoro di squadra” che rende lo spettacolo un piccolo capolavoro ed ognuno dei personaggi, straordinari prototipi di una umanità di cui siamo parte e che, in misura diversa, ci appartengono divenendo così specchi nei quali confrontarci per renderci conto di ciò che non vediamo o non vogliamo vedere di noi.

Con Benvenuti sono in scena Elisa Proietti (Mariana); Gabriele Giaffreda (Valerio), LuciaSocci (Elisa), Andrea Costagli (Cleante), Massimo Salvianti (Freccia), Dimitri Frosali (Mastro Giacomo), Paolo Ciotti (Don Anselmo), Giuliana Colzi (Frosin) che hanno scolpito con ironia e drammaticità i loro personaggi offrendo una pregevole prova della loro maturità artistica.

Ottimi i costumi di Giuliana Colzi, unici indizi della contestualizzazione storica della vicenda avendo scelto Chiti di collocarla in uno spazio senza tempo “niente grazia, civetterie di arredi, sedute riconoscibili, comode. Un luogo dove si avverte l’ossessione del risparmio quasi come una sottrazione di vita. Una scena cubica, volumetrica che potrebbe ospitare la tragedia greca come prestarsi alle labirintiche evoluzioni di una farsa chiassosa e colorata. (cfr. note di regia)” dove il monocromatismo e l’assenza di qualsiasi riferimento del bello o comunque dell’esistenza di qualcosa che segni la presenza di una casa accogliente ed ospitale mostra lo squallore interiore del protagonista e al tempo stesso la sua assoluta mancanza di qualsiasi bisogno interiore di rendere quel luogo vivibile oltre la semplice sopravvivenza.

Pertinenti ed incisive le musiche di Vanni Cassori, non sempre efficaci le luci di Marco Messeri.

Una cascata di applausi e più chiamate alla ribalta è stata la risposta del pubblico al termine della rappresentazione che aveva visto segnate dal gradimento del pubblico alcune delle scene più significative.

Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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