Pier Franco Quaglieni, Figure dell’Italia civile, golem Edizioni, Torino 2017

Recensione a cura di Girolamo Cotroneo. Una raccolta che ci offre il profilo intellettuale di un notevole numero di personaggi di grande statura, importanti, talora decisivi, nella nostra recente storia.

di Girolamo Cotroneo | 16 febbraio 2017

Nel 1915 Giovanni Amendola, uno dei più noti pensatori liberali del secolo scorso, in un saggio dal titolo Etica e Biografia scriveva che quest’ultima «può fornirci  […]  una conoscenza più ricca e più nitida della vita morale, di quanto la stessa etica non sappia dirci». Molti anni prima, in un’opera rimasta a lungo – lo era ancora quando Amendola scriveva il suo saggio –  inedita: Istorica. Lezioni di enciclopedia e metodologia della storia, un famoso storico tedesco, Johann Gustav Droysen,  tra quelle che per lui erano le più importanti forme di esposizione storica, collocava, appunto, la “biografia”. Questa, scriveva, non è un genere adatto a tutti i personaggi storici, ma è «indicata soltanto in certe circostanze»: il biografo, infatti, «non può […] fare null’altro che immedesimarsi, per così dire, nella vita e nella personalità che descrive, per acquisire il suo orizzonte, il suo ambito di pensieri, il suo modo di sentire, descrivendola  in certa misura per parlare a partire da essa stessa; il lettore ha il piacere di comprendere ogni azione e creazione dell’eroe, il suo parlare e pensare a partire dalla personalità di quello, di familiarizzarsi con i processi della sua vita interiore di cui ogni sua parola ed opera danno testimonianza».

Si comprende da queste parole che la forma biografica si può applicare soprattutto, – nonostante Droysen sostenesse che essa «non ha valore soltanto per gli uomini importanti»  – agli “uomini illustri”: e proprio questa strada, e non certo senza ragioni, mi sembra abbia seguito Pier Franco Quaglieni, una figura ben nota nella nostra cultura, sia per il suo profondo pensiero che per la sua incisiva attività culturale, il quale ha appena portato a termine un lavoro dal titolo Figure dell’Italia civile, apparso a Torino in questi primi giorni del 2017, per le Edizioni Golem, e che consiste in  una raccolta di biografie intellettuali, che  ben poco hanno di simile all’idea e al modello tradizionale di biografia, visto, per esempio, che le vicende esistenziali ei protagonisti sono ridotte al minimo.

Prima di entrare nel merito di quest’opera, di questa  raccolta  che ci offre il profilo intellettuale di un notevole numero di personaggi di grande statura, importanti, talora decisivi, nella nostra recente storia; prima, dunque, di accostarmi direttamente al testo,  per sgombrare il campo da qualche possibile equivoco, ritengo di dovere dire  subito che, scorrendo l’indice del volume, potrebbe suscitare qualche sorpresa l’assenza di alcuni nomi di rilievo, tra i quali mi limito a ricordare quelli di Carlo Antoni, Raffaello Franchini, Vittorio Enzo Alfieri, Carlo Ludovico Ragghianti. Ma non si tratta di lacune o di scelte improprie di Quaglieni: il quale nelle prime righe della Premessa al volume, ha così scritto a proposito dei saggi che lo costituiscono: «Essi riguardano maestri che, per ragioni anagrafiche, non ho conosciuto direttamente, ma hanno profondamente influito sulla mia vita di giovane e poi di studioso. / A questi si aggiungono i ritratti di persone con cui ho avuto contatti e frequentazioni, in alcuni casi anche molto intensi, […] tutti riconducibili al mio lungo impegno alla direzione del Centro “Pannunzio” e al mio insegnamento». E concludeva con un certo disappunto: «Avrei voluto ricordare anche molti altri amici: la scelta è stata dolorosa e difficile, in parte legata a ragioni editoriali».

Appare in queste parole il principale motivo  delle “scelte” di Quaglieni: il quale ha steso il profilo intellettuale dei suoi “auttori”, per dirla con Giambattista Vico, non tanto documentandosi da storico o da biografo sulle figure prescelte, ma ripensando il suo personale  rapporto, i suoi  legami culturali, diretti o indiretti, con ciascuno di essi; un criterio che trascende la documentazione che lo storico solitamente  ricerca in biblioteche ed archivi,  per illustrare un personaggio: un criterio ovviamente non consentito a tutti, ma soltanto a chi, come appunto Quaglieni, ha avuto (ed ha) un ruolo forte nella vita culturale di un paese. E questo ha avuto come felice conseguenza che le pagine da lui scritte siano – mi si consenta l’espressione –  “appassionate”, mostrino giudizi e interpretazioni non astrattamente ispirati a convergenze etico-politiche, ma dettati da convinzioni profonde, da certezze radicate nella sua personale visione etico-politica, alla quale gli studiosi presenti in questa sua  opera  hanno dato validi contributi.

Torniamo allora a quest’ultima, cominciando dal suo titolo. L’espressione “Italia civile” è stata molto cara, come certo si ricorderà, a Norberto Bobbio – la cui figura è presente nelle pagine di Quaglieni, il quale sostiene che il filosofo torinese «è stato considerato, non a torto, quasi come il Croce della seconda metà del Novecento, poiché […] ha rappresentato più di ogni altro un punto di riferimento costante del dibattito culturale»  – il quale ha dedicato vari studi all’idea filosofico-politica, proposta, con ben alti intenti e fini, da Hegel nelle pagine dei Lineamenti di filosofia del diritto, di una Società Civile, considerata dalla posteriore cultura liberale, se non contrapposta, certamente distinta, e per vari motivi, maggiore garanzia di libertà che non lo Stato: studi il cui testo più noto è quello pubblicato da Bobbio presso l’editore Passigli nel 1994, con il titolo Italia civile. Ritratti e testimonianze.

Non è certo mia intenzione avviare un confronto – operazione sempre sgradevole e inopportuna – tra il lavoro di Bobbio e quello di Quaglieni e tra le idee che li guidano: stagioni politiche diverse, visioni del mondo diverse, e spesso assai lontane tra di loro, su cui è inutile indugiare. Ciò di cui invece vorrei in primo luogo dire è il significato da attribuire a quella espressione – “Italia Civile”, appunto – che sta a  segnalare la presenza nel nostro paese di figure che, tranne  qualche caso e per qualche momento, non sono stati coinvolti nella prassi politica, ma che hanno sempre cercato di dare a questa  un vigoroso contributo culturale, peraltro non sempre, né molto, ascoltato dalla classe politica nazionale.

La definizione corrente di  queste figure è stata soprattutto quella, piuttosto ambigua, di “intellettuali”; e su di essi sono stati versati i classici fiumi d’inchiostro. Basta per tutto ricordare il famoso volume di Raymond Aron, apparso nel 1955, L’opium des intellectuels, che suscitò polemiche in tutta l’Europa Occidentale, e l’altrettanto celebre scritto di Julien Benda, La trahison des clercs, apparso per la prima volta nel 1927, ma diventato motivo di dibattito e di dure polemiche soltanto dopo l’edizione del 1946. Il libro di Quaglieni, non rientra certo in quell’antico dibattito, dal momento che ha scelto i suoi “personaggi” non per indicarne i limiti o le deviazioni, ma per farli conoscere, per ricordare il loro contributo positivo  alla cultura del nostro paese. Si tratta di trenta figure assai note, non certo a caso da lui assunte come rappresentanti dell’Italia “civile”, di là della differenza di vedute esistente tra di essi e lo stesso Quaglieni, e alle differenze, spesso notevoli, tra di loro.

Esclusa l’ideologia come “ragione” della raccolta, esclusa l’appartenenza a una particolare – e cara all’autore – area culturale, il criterio-guida di Pier Franco Quaglieni è stata soltanto l’appartenenza dei personaggi da lui prescelti a quella Italia Civile, di cui prima dicevo, i cui valori sono la libertà, la giustizia, il rispetto degli altri, quei valori, insomma, che ognuno sa che cosa siano. Va da sé che agli occhi di Quaglieni,alla sua visione etico-politica, appartengono all’Italia Civile, hanno dato un contributo al suo (faticoso) sviluppo nel corso del Novecento, soprattutto coloro che si riconoscevano e lavoravano per radicarla nel nostro paese, nella cultura liberale, che aveva i suoi punti certi di riferimento nel pensiero e nell’opera di Benedetto Croce e di Luigi Einaudi, il primo dei quali, a differenza del secondo che lo inaugura, non ha un suo spazio esclusivo nel libro di Quaglieni: e questo ha una sua manifesta e incontestabile ragione, di cui è affatto superfluo dire.

Ma in questo libro non si incontrano  soltanto i liberali riconosciuti universalmente come tali. Nelle pagine di Quaglieni, infatti, tra i primi “profili”  incontriamo quello di Concetto Marchesi, il quale, leggiamo, «malgrado il suo intenso impegno politico, oggi ci appare uno studioso diverso rispetto all’intellettuale “organico” inteso nel suo significato gramsciano»; uno studioso che «ritenne sempre di dover mantenere in qualche modo, e per quanto era possibile nel Pci, separare i conti della cultura e quelli della politica».

Ho ricordato per primo il caso di Concetto Marchesi, uno dei maggiori latinisti del Novecento, al quale senza esitazione alcuna Quaglieni riconosce un ruolo di primo piano nella “ricostruzione” dell’Italia Civile, distrutta dal fascismo; ma altri se ne potrebbero portare, come, ad esempio,  Arturo Carlo Jemolo, il “cattolico liberale” per antonomasia, che «sentì profonda», scrive di lui Quaglieni, «l’esigenza della ferma tutela della libertà religiosa e della laicità dello Stato, giungendo fino ad affermare la necessità di superare, fin dal 1944, il Concordato, per garantire una vera pace religiosa»; e dimostrando, con i suoi scritti e i suoi comportamenti pratici, «come possa convivere una fede religiosa con la difesa di una concezione laica dello Stato».

Ho voluto indicare questi due casi – Marchesi e Jemolo – perché indicativi della visione veramente liberale di Pier Franco Quaglieni, il quale attraverso queste due grandi figure ha fatto sapere che, pur professando una “fede religiosa opposta” al liberalismo, come appunto il comunismo e il cattolicesimo, si possono dare importanti contributi alla creazione  della Società Civile, di cui quelle fedi religiose, come tali,  hanno sempre cercato di ostacolarne in vari modi lo sviluppo.

Tutto ciò è certamente decisivo per dare ragione della importanza di quest’ultima opera di Pier Franco Quaglieni, i cui fini sono onestamente dichiarati. Ma un libro finisce sempre con l’andare di là delle intenzioni immediate e dei progetti dell’autore; a maggior ragione quando si tratta come in questo caso di una raccolta di saggi, di profili  di personaggi che hanno avuto un ruolo nella storia di un paese, in quanto, come è noto, “il tutto è maggiore della somma delle parti”, nel senso che è qualitativamente diverso da ciascuna delle singole parti che lo compongono;  e così quel volume pone problemi che i singoli saggi non consentivano, né potevano singolarmente indicare o proporre. E questo può essere compreso attraverso una semplice riflessione, non tanto sulle opportune scelte di Quaglieni, quanto invece sul significato “globale” che ha assunto il suo lavoro, del quale ha detto: «Penso che ne venga fuori un ritratto di un’Italia lontana, spesso dimenticata, un mondo ormai scomparso. Una realtà variegata e composita, della quale ho scritto, senza apriorismi ideologici, pensando soprattutto ai giovani che spesso non conoscono queste storie».

Si ricorderà che ho iniziato questa nota ricordando i nomi e l’opera di due pensatori del passato che si sono occupati di quel particolare tipo di racconto storico che è la “biografia”. Il primo era Giovanni Amendola, al quale Pier Franco Quaglieni ha dedicato un capitolo del suo libro, dove sostiene che «potremmo dire che il liberalismo giunge ad una maturazione realmente democratica solo con Amendola». Nel già ricordato Etica e Biografia, oltre quanto ho già avuto modo di segnalare, Amendola scriveva che “le vite degli uomini illustri”, «costituiscono come altrettante filosofie delle storie individuali, e completano e realizzano l’etica in una conoscenza sommamente concreta, così come la storia dell’umanità completa e realizza la filosofia». A sua volta, Johann Gustav Droysen aveva scritto che «si potrebbe dire che un popolo, a prescindere dalla sua tipologia statale, possa essere compreso solo in modo biografico»; qui, infatti, proseguiva, «esiste e persiste un fondamento sostanziale che continua a riaffiorare in tutte le configurazioni più intrinseche della vita del popolo».

Questa indicazioni, tutt’altro che banali, ci riportano a quanto abbiamo sentito dire a Pier Franco Quaglieni, il cui discorso finisce con l’essere –  e sta qui uno dei suoi maggiori pregi –  la “biografia” di un’Italia, ormai lontana e dimenticata, visto che nel nostro tempo «la disinvoltura ha preso il posto della laicità, le idee sono state surrogate da un avvilente pragmatismo senz’anima». Ritengo di poter affermare con sicurezza che il miglior risultato che Quaglieni poteva raggiungere – che ha raggiunto – è proprio questo, visto che di là dei singoli profili, delle biografie intellettuali di figure che tanto hanno dato al progresso civile  del nostro paese, ci offre la “biografia” di un momento particolare della nostra cultura, vicino nel tempo, ma lontanissimo ormai sul piano ideale: ed è un momento di cui, per usare un felice espressione di Hegel, «non dobbiamo arrossire». Semmai dovremmo essere orgogliosi, scrive adesso Quaglieni, di «quell’Italia che contribuì, dopo il 1945, a far rinascere il nostro Paese dalla guerra perduta, ricostruendo le istituzioni democratiche e creando il benessere della Nazione con lo stesso spirito costruttivo che portò alla Costituzione».

Ho avuto modo di fare precisi riferimenti ad alcuni pensatori presi in attenta considerazione da Pier Franco Quaglieni, collocabili, e solitamente collocati, in aree diverse da quella liberale. Ma, come lo stesso Quaglieni ha scritto, direi,  in capite libri, «il mio modo di sentire e di confrontarmi con la realtà è rispettoso di ogni convinzione politica, secondo i principi della laicità liberale». E a conforto o a sostegno di questa tesi ha aggiunto: «Ma dietro di me si intravvede, quasi in ogni pagina, il magistero di Benedetto Croce che resta il punto di riferimento della mia vita intellettuale. Ẻ dalla lettura di Croce che sono giunto a Pannunzio prima ancora dei vent’anni», e al quale, scrive a conclusione della breve Premessa, «ho dedicato quasi cinquant’anni della mia vita».

Non era certo possibile discutere  di Quaglieni senza fare un ampio riferimento a Mario Pannunzio, anche se non è questo il luogo per dire del percorso intellettuale dell’autore di questo libro; né tanto meno è possibile nominare ad uno ad uno gli intellettuali – da lui posti attraverso un espediente empirico («Ho collocato», ha scritto, «queste figure in ordine cronologico per dar loro un senso preciso nella storia italiana») sullo stesso piano –  prescelti come simbolo della vita culturale italiana nella seconda metà del Novecento, per evitare che l’indicazione di alcuni non finisse con l’apparire una sorta di deminutio degli altri. Un libro come questo che consente alla fine – ma soltanto alla fine, pur presentandosi come una serie di capitoli autonomi, distinti, leggibili (apparentemente) ognuno per proprio conto – di cogliere il suo significato profondo, di trovare un sintesi della cultura etico-politica dell’Italia di quegli anni; un libro come questo, dicevo, non può essere “raccontato” , ma “va letto”. E sono sicuro che a leggerlo saranno in molti.

 

Girolamo Cotroneo

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