Perché non si può essere fascisti

Prego tutti i cosiddetti neofascisti di andare a rivedersi uno per uno gli aspetti positivi e negativi del fascismo per tirare le somme, e magari accorgersi che questa dittatura ha fatto molto male al nostro Paese.

di Fabrizio Amadori | 12 Novembre 2018

Credo che uno per dirsi fascista debba prima conoscere il fascismo.

Per quanto mi riguarda, non diventerei mai fascista se ritenessi di voler cacciare gli stranieri fuori dall’Italia: né lo diventerei se ritenessi l’Italia democratica poco efficiente.

Riterrei, infatti, che la prima cosa da difendere sia la mia libertà di pensiero, che già è limitata in una (parziale) liberaldemocrazia come l’Italia, figuriamoci in una dittatura.

Come ho già scritto da qualche parte, soltanto chi non ha un proprio pensiero non è interessato a difenderlo. Chi sostiene il fascismo spesso non ha la predisposizione a cambiare idea, e a desiderare di poterlo fare: oggi io penso cose che non pensavo ieri, e vorrei avere la possibilità di cambiare idea domani, o comunque la possibilità di poter aggiungere altre idee alle attuali.

Non mi pare di chiedere l’impossibile.

Quando i fascisti cavalcarono le stelle polari della media borghesia dell’epoca, ossia “dio, patria, famiglia”, ebbene, fecero un’operazione squallida, da squallidi opportunisti. Io voglio avere la libertà di dire che Dio – il dio delle religioni, intendo – non esiste (se non ci credo: viceversa se ci credo, naturalmente), che la patria è quello spazio fisico e culturale in cui mi sono trovato a nascere senza alcun merito, e a cui sono attaccato particolarmente se non conosco altre lingue, e se non ho viaggiato e lavorato in altri posti del mondo.

Per quanto riguarda la famiglia, poi, nulla di più lontano da me la tentazione di osannarla: essa può essere un trampolino di lancio per molti ragazzi, ma anche una gabbia, e da un punto di vista sociale è lo spazio che l’individuo accetta di usare per esprimere la propria generosità che lì, però, spesso si ferma, nonché la tomba della vera meritocrazia, dato che un conto è avere dietro una famiglia illuminata e benestante, un conto non averla.

Per quanto riguarda invece il fascismo, Mussolini era un signore che la marcia su Roma l’ha fatta fare agli altri.

Lui era pronto a prendere il treno per la Svizzera, naturalmente.

Era anche il signore che ha ricominciato la scellerata espansione coloniale, una vergogna che ci portiamo ancora appresso (in questo in buona compagnia, per carità), espansione che è costata all’Italietta dell’epoca l’autarchia, per non parlare infine della dichiarazione di guerra, una bestemmia capace di rivelare tutto il provincialismo e l’inadeguatezza culturale (e intellettuale) di Mussolini.

Io, infatti, la vedo così: Mussolini dichiarò guerra al Regno Unito e alla Francia per avere il suo personale posto al sole, per vanità insomma.

L’Italia non era pronta alla guerra, tutti lo sapevano, compreso il cosiddetto Duce. Italo Balbo, ad esempio, glielo aveva ripetuto varie volte (e lo ribadì in occasioni pubbliche anche a Tripoli: da allora, forse, iniziò ad armarsi contro di lui il “fuoco amico”). Ma lui (Mussolini) no, lui doveva farsi trascinare dalle sue convinzioni da ex maestrino di scuola elementare, e ritenere che poiché la Germania aveva vinto così facilmente contro la Francia, la “grande Francia” dell’epoca, allora avrebbe vinto la guerra.

Solo un mentecatto poteva fare un ragionamento del genere.

E, come già detto altrove, la scusa della paura, quella di essere invasi dalla Germania nazista se non la si sosteneva militarmente, non regge, dato che Francisco Franco, debitore più di Mussolini nei confronti del “cagnaccio (rabbioso) austro-tedesco”, decise di non cedere.

Ma Mussolini aveva bisogno di esistere, di fare il gran personaggio. E quindi, questo genio della politica internazionale, questo pagliaccio insomma, mandò al macello centinaia di migliaia di ragazzi: anche perché, tra le altre cose, riuscì a farsi imbrogliare dalle aziende belliche italiane che vendevano a peso d’oro, ad esempio, carri armati che saltavano in aria con un solo colpo di cannone nemico (la nostra inferiorità nei confronti degli avversari fu tecnologica, non di carattere: io di questo sono abbastanza convinto).

Potrei stilare un elenco lungo un chilometro sulle figuracce che il genio di Predappio ha fatto fare al nostro povero popolo. Il quale ha vinto una guerra mondiale quando c’era la monarchia, l’ha persa quando c’era la dittatura.

Mussolini, poi, viene spesso osannato dai sui sostenitori (spesso in malafede, io credo) per alcune riforme: di fronte alle quali sembrano non contare lo sfruttamento continuo dei lavoratori (operai e soprattutto agricoltori) sostenuto dal regime, regime avvantaggiato enormemente dalla mancanza totale di concertazione sociale.

Che la media borghesia avesse paura del pericolo rosso ci sta, per carità. Detto ciò, il fatto che si continui a difendere una cura che, alla lunga, si è dimostrata peggiore della malattia (ossia il “rischio – non la certezza – comunista”), ebbene, mi sembra il segno di una sindrome nota a tutti, quella di Stoccolma.

Prego tutti i cosiddetti neofascisti di andare a rivedersi uno per uno gli aspetti positivi e negativi del fascismo per tirare le somme, e magari accorgersi che questa dittatura, sostenuta da un monarca idiota come pochi, ha fatto molto male al nostro Paese.

Molto male. In tempo di guerra sono uscite fuori tutte le piccolezze di quei miserabili che nelle dittature spesso sguazzano, e possono esprimere la propria nullità con profitto, credendo così che il nulla che essi incarnano riguardi anche la realtà attorno: una certezza, per così dire, ontologica, che rappresenta una delle spinte maggiori per tali personaggi, per agire voglio dire, quasi sempre contro coloro che miserabili non sono. L’Italia (dittatura) in guerra, nonostante il valore di molti, ha subito, insomma, la miseria di troppi.

Sosteniamo quindi, noi italiani, quello che si vuole, anche una repubblica presidenziale, ma non i miserabili: i ruffiani, i vigliacchi, i violenti, gli intellettualmente disonesti, i maneschi, i mediocri e quelli, ripeto, senza idee proprie da difendere (e invidiosi dei pochi che invece ce le hanno).

Sosteniamo, soprattutto, un sistema in cui i partiti abbiano meno potere, la burocrazia sia snella e fatta di persone che abbiano voglia di aiutare il paese a crescere (altrimenti l’uscita è da quella parte, grazie!) – un sistema insomma in cui la società sia davvero meritocratica, a partire dalla questione delle pari opportunità, la cui applicazione potrebbe spingere la crescita dell’Italia di circa un 7% (altro che lo “0 virgola qualcosa” ogni volta!) -: ma voler passare da una democrazia inefficiente ad una dittatura (che spesso lo è altrettanto) mi sembra una scelta – come dire? – un pochino esagerata.

 

Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). E' stato il primo a parlare di "narratologia deduttiva". Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

2 commenti

  1. giuseppe mele

    Buonasera

    Perché viene scritto questo articolo ? Per controbattere una marea di fascisti? Evidentemente, no. Gli unici che si dicono fascisti oggi sono Casa Pound e altri gruppuscoli, una piccola percentuale. Senza il coraggio di ammetterlo, l’autore fra le righe intende rivolgersi ai leghisti, ai fratelli, ad una grande quantità di penta stellati, forse anche ai forzisti, alla maggioranza odierna che sembra convinta dal sovranismo e nazionalismo.
    Ed infatti cerca di dividere il grano dall’oglio, ricordando che si può voler cacciare gli stranieri fuori dall’Italia ed essere contro un’Italia democratica poco efficiente, senza diventare fascisti. A questo punto doveva dimostrare cosa, nel cacciare gli stranieri e contro un’Italia democratica poco efficiente, sia quel qualcosa in più che rende fascisti. Un riferimento dato, è la libertà di pensiero, giustamente definita già limitata in una (parziale) liberaldemocrazia. Qui viene introdotta la definizione di fascista, chi non ha un proprio pensiero e non è interessato a difenderlo, chi non ha predisposizione a cambiare idea.
    Non c’è chi più di leghisti o penta stellati, nella propria storia, breve o meno abbia cambiato tante volte idea. Basterebbe questo per escluderli dal novero dei fascisti. Se li si esclude, il predicozzo è inutile, in quanto rivolto a qualche centinaio di persone su milioni .

    Mettiamo non sia così. La definizione utilizzata non è corretta, non corrisponde al fascismo come fu storicamente. E’ corretta per qualunquista reazionario. Questa confusione è stata introdotta e divulgata a piene mani dagli ambienti comunisti e similari fin dal primo dopoguerra. Eppure nessuno più dei comunisti era reazionario, date le politiche socialismo reale; mentre è difficile applicare la definizione a tutte e molteplici componenti del fascismo storico. E’ben noto che gli ambienti della corte monarchica, non propriamente i più fascisti di tutti, erano i difensori del “dio, patria, famiglia”, affatto popolare fra le numerose riviste che si dichiaravano fasciste. Detto ciò è inutile riprendere le singole denominazioni.
    Vero è che il clericofascismo di Gedda riprese il trinomio nel secondo dopoguerra e bisognerebbe ammettere che la salvezza democratica liberale si sia basata proprio su questo anacronistico trinomio. Era il ’48 ed il fascismo era fuori gioco.

    Seguono molte critiche a Mussolini. Non si discutono ma sono fuori tema. Mussolini non era un reazionario come Franco onorato dopo la morte da medaglie pontificie ed andò al potere con una maggioranza parlamentare. Come Hitler d’altronde. Qualche altro punto. Il colonialismo è definito scellerato. Solo se lo fa l’Italia? L’hanno usato e lo usano grandi e medie potenze, dittature e democrazie. E’ scellerato sempre? Sembra funzionare bene per altri paesi. Poi, i paesi fanno guerre per motivi giusti? No. Se le fanno sono fascisti ? No. Le fanno per avere più potere e risorse. Per vanità? Un poco tutti. Le fanno dittature e democrazie. Quando le guerre sono giuste? Quando si vincono. Se l’Italia perdeva la grande guerra, il nord tornava agli austriaci che si dividevano dai tedeschi e non ci sarebbe stato il nazismo. E la prima guerra sarebbe stata la vanità stupida di Vittorio. Anche la seconda guerra se gli Usa la perdevano era la conseguenza della vanità di Roosevelt. Non poteva perderla? Certo che poteva se i russi non reggevano. Bella scommessa arrischiata. Nessun paese legge così la propria storia, tranne l’Italia che affida ad un interista la storia del Milan.

    Poi l’articolo finisce. Fortunatamente chi vuole una repubblica presidenziale, non è considerato fascista. Lo sono invece i i ruffiani, i vigliacchi, i violenti, gli intellettualmente disonesti, i maneschi, i mediocri e quelli, ripeto, senza idee proprie da difendere (e invidiosi dei pochi che invece ce le hanno). Va beh, diciamo che anche gli ugonotti sono così e gli sciti dai capelli biondi.
    Le idee buone proposte sono meno potere per partiti e burocrazia, meritocrazia – e sembra le basi di almeno metà elettorato trumpiano; come noto non sono idee amate dagli italiani sia di destra che di sinistra. Ed il fascismo non c’entra. L’appello è salvare una democrazia inefficiente dalla dittatura. Tutti i nemici dell’autore concorderanno con lui. Data l’attuale opinione pubblica a suon di voti vinceranno i nazionalisti. Sono gli altri che minoritari non si appelano alla democrazia ma ai saperi, alla giustizia ed alle burocrazie di garanzia.

    Conclusione. L’obiettivo è mancato del tutto. Offende a sproposito ed è inaccurato storicamente. Il problema che gran parte della vulgata è così e non fa altro che allargare il campo dei cosidetti non democratici che vincono democraticamente.

    • Caro Mele,
      la ringrazio per l’attenzione. Il pericolo fascista è tale perché non è ancora certezza: e poiché questo è un articolo personale, tiro fuori delle considerazioni che possono aiutare, nel mio piccolissimo, a evitare che il pericolo aumenti.
      No credo che oggi ci siano dei fascisti al potere: credo però che un certo linguaggio possa mettere in moto dei fenomeni pericolosi. Pericolosi anche solo con la propria capacità di fare da scalino ulteriore verso la porta sbagliata, la via di fuga sbagliata. Spero di avere questa libertà.
      Il fatto che il Fascismo abbia cambiato idea, poi, non dimostra affatto che salvaguardasse la capacità altrui di farlo. Ed anzi, il Fascismo era tale proprio perché faceva il contrario, come ogni dittatura del resto. Se non parlavi il “fascistese”, mi perdoni il neologismo, se non ti mostravi ortodosso, venivi guardato con sospetto, anche se non eri un dissidente ufficiale voglio dire. E la maggioranza silenziosa era fatta di persone che probabilmente avevano delle idee anche diverse da quelle fasciste, ma non così forti, e non così importanti per loro da opporsi al regime, come invece altri fecero.
      A me non fa paura tanto chi ha idee fasciste – che, come dice Eco, non avevano una fonte chiara come il nazismo, e, quindi, erano e sono soprattutto suggestioni per esaltati senza dottrina – ma chi non avendole non è neppure pronto a difendere le altre che non possiede, o che possiede ma solo in piccola misura. E’ il vuoto il contesto giusto per delle idee senza spina dorsale come quelle fasciste. Idee così poco robuste da aver biisogno del manganello, naturamente. E questo risponde, io credo, alla sua considerazione, quella che distingue tra fascismo e cultura reazionaria: è il fascismo che impedisce di darne una definizione chiara, per cui si può parlare di fascismi ma non, ad esempio, di nazismi. Comunque vorrei precisare che il mio era un commento, e come tale doveva essere preso.
      Per quanto riguarda invece il colonialismo, ho sottolineato che il fascismo era in buona compagnia, se fa caso.
      Roosevelt invece non c’entra niente, l’America fu attaccata. L’Italia attaccò. L’ipocrisia della seconda guerra mondiale comunque la conosco anche io, a partire dal comportamento degli inglesi. Il punto è che l’Italia non era in grado di entrare in guerra anche se gli italiani la volevano, gli Usa sì, anche se gli americani non la volevano. Che poi a volerla era Mussolini, gli italiani è dubbio (sapendo cosa li aspettava, voglio dire). In questo il duce era simile a Roosevelt, quando la voleva, ma non quando (Roosevelt) sapeva di poterla fare. Quanto all’Urss, sono d’accordo che fu determinante, ma senza l’aiuto americano (di cibo, materie prime e armi) non è possibile dire cosa sarebbe successo, e quindi capovolgerei la sua ipotesi.
      Credo invece che i seguaci di Trump siano tutt’altro che meritocratici, mi consenta (!). Trump non c’entra nulla col discorso che ho fatto. E poi noi non siamo in America. Il punto è che bisogna sostenere la voglia delle persone di crearsi idee proprie sulla base di letture vaste e varie, di letture sempre diverse, di letture in contrapposizione tra loro: anche se lei crede il contrario, non è questo il vangelo del fascista né per sè né tantomeno per gli altri (anzi, meno si legge e meglio è).
      Il problema del fascismo in potenza oggi esiste, esiste eccome.
      Il pericolo cioè fondato sulla presenza di un popolo sempre meno istruito che si può far trascinare dal primo esagitato: il mio commento (che si muove in superficie, per carità) intende spingere le persone, e i giovani in particolare, a riprendere a studiare in qualsiasi modo.
      Questo avrebbe dovuto leggere tra le righe, caro Mele.
      Infatti, forse non lo sa, ma i giovani di oggi sono quelli che annoverano divisioni (altro che qualche centinaio) di ragazzi che non lavorano e che non studiano, e questo per la prima volta da decenni: un terreno fertilissimo per agitatori che nel futuro, ma anche nel presente, dicono di vedere negli stranieri la causa della loro situazione. Io vedo soprattutto loro, i giovani italiani, e le loro cosiddette famiglie, altro che stranieri. Si tratta di un terreno fertilissimo per gli eccessi politici di qualsiasi colore. Ma poiché siamo in Italia, e non a Cuba, e poiché l’Italia ha creato il fascismo, e l’ha pure applicato (anche perché un fascismo senza applicazione sarebbe stato qualcosa di davvero campato in aria per chi scrive, come dicevo), io mi guardo da esso soprattutto. Tanto sono certo, mi lasci finire con una battuta, che altri, molti altri (e magari pure lei) si guarderanno soprattutto dal rischio contrario.
      Il fatto che io abbia parlato di antifascismo non fa di me un comunista, sia chiaro: il nemico del fascismo è la cultura liberale, e nelle prossime settimane valuterò se prendere in seria considerazione un rischio diverso da quello fascista in Italia.
      Intanto la ringrazio per l’attenzione.
      FA

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