Per tornare ad una societa’ liberale

Antonio Masala propone una nuova e non meno elaborata incursione nel campo della filosofia politica liberale con “Stato, società e libertà – Dal liberalismo al neoliberalismo” (Rubbettino).

di Paolo Marini | 9 aprile 2018

Dopo “Il liberalismo di Bruno Leoni” e “Crisi e rinascita del liberalismo classico”, Antonio Masala propone una nuova e non meno elaborata incursione nel campo della filosofia politica liberale con “Stato, società e libertà – Dal liberalismo al neoliberalismo” (Rubbettino). Come la terza tappa di un cammino ideale, anch’essa con un valore specifico: l’attenzione verso tradizioni di pensiero non ascritte alla filosofia politica (Chicago School) o lasciate in secondo piano (ordoliberalismo tedesco) e soprattutto rivolta a esperienze storiche come i governi di Ludwig Erhard (Germania occidentale, secondo Dopoguerra) e di Margaret Thatcher. Pagine grazie alle quali si riformula il problema del liberalismo nel XX° secolo, che non era limitare la crescita del ruolo dello Stato (già abbondantemente avvenuta, peraltro con il concorso del New Liberalism di Keynes e Beveridge), bensì “ripristinare le condizioni perché esso potesse essere limitato, e perché gli individui e la società lo volessero limitato”.

Il cammino teorico e pratico verso la libertà si è mostrato irto di ostacoli e di difficoltà. Non solo perché la passione per la libertà individuale era sopita nella società, ma anche perché dal cuore stesso del liberalismo si andava consolidando il concetto che una leadership politica fosse necessaria per iniettare libertà nella dinamica sociale. E il thatcherismo “rimane la dimostrazione più chiara di come il liberalismo del Novecento si articoli anche come un progetto che prevede la necessità di usare la politica per promuovere le trasformazioni sociali che consentano il ritorno ad una società liberale”.

Le pagine dedicate all’esperienza thatcheriana, con il binomio Free Market and Strong State (dal titolo del libro di Andrew Gamble) –  tra le più intense e godibili del volume – rimandano necessariamente a Friedrick von Hayek (aperto sostenitore della Lady di Ferro) e a Ludwig von Mises (più intransigente di Hayek), nonché al rinnovamento profondo che il pensiero della scuola austriaca (anche tramite la fucina della Mont Pelerin Society) aveva apportato alla teoria liberale, propagandosi con una certa fortuna e attecchendo, in particolare, negli Stati Uniti. Qui la figura di Milton Friedman sarebbe divenuta centrale per il liberalismo internazionale, a partire dagli anni Sessanta: con il suo approccio empirico (essendo d’altronde un economista), disponeva di un armamentario che non digradava da idee filosofiche ma si costruiva dall’esperienza: il mercato ‘vince’ perché si dimostra strumento migliore della pianificazione per il raggiungimento di determinati fini; la libertà è il “criterio supremo di valutazione degli assetti sociali” e non un “principio etico onnicomprensivo”. Di Friedman è riconosciuta la capacità straordinaria di divulgare le idee – tradotte in proposte semplici e comprensibili all’opinione pubblica – che scombinò una certa immagine ‘fossile’ del liberalismo.

Il volume è, in sintesi, un ricco affresco della filosofia politica liberale lungo il Novecento, in cui è costante la valutazione delle distinzioni e delle affinità tra protagonisti/scuole di pensiero.

Dalla sua lettura pare, tra l’altro, di poter concludere che se in alcuni Paesi e in determinati momenti storici le idee liberali hanno potuto godere di ampia diffusione, ciò significa che un liberalismo popolare non è irrealizzabile. Semmai è questione di condizioni: che si tratti di un liberalismo genuino, non adulterato, in cui la dimensione etica non vada dissociata da un costante riferimento all’economia (leggasi: vita degli individui); non in ultimo, che sia abbracciato da voci potenti e ispirate di leaders capaci di interpretare la realtà sociale e di incrinare il consenso di una vasta opinione pubblica sulla cultura politica dominante; in fine, che vi sia coscienza dei tempi di maturazione di nuove consapevolezze e sensibilità. Roba da statisti, insomma.

 

Paolo Marini

(articolo già apparso su “Cultura Commestibile” n. 257)

Paolo Marini è nato a Siena nel 1965 e vive a Firenze da oltre trent'anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) - critica radicale alla concertazione e ai suoi riti - e due volumi di poesia - “Pomi Acerbi” (1997) e “All'oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli, nell'arco di oltre 15 anni, per varie testate. Avvocato civilista e consulente di imprese, ha inoltre al suo attivo pubblicazioni e contributi in materia di responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche, di diritto e procedura civile e di normativa 'privacy'.

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