Parlamento, governo e forze armate nella grande guerra (1917-1918)

Cento anni di nodi insoluti

di Aldo A. Mola | 16 aprile 2017

La narrazione degli ultimi due anni della prima guerra mondiale, dalle dimissioni di Antonio Salandra (12 giugno 1916) alla caduta del suo successore, Paolo Boselli (25 ottobre 1917) e all’armistizio (4 novembrre 1918), fu e rimane incardinata sull’esito finale: la Vittoria, che, come sempre, vela le aporie e ne rinvia la soluzione a tempo indeterminato. L’ultimo anno, in specie, viene descritto come “guerra della nazione”: formula basata sulla enfatizzata “discontinuità” tra Armando Diaz e Luigi Cadorna e sulla partecipazione popolare allo sforzo bellico. Questa certo vi fu. La produzione di guerra raggiunse livelli senza precedenti, ma  per effetto del corso stesso del conflitto più che per superiore capacità del nuovo governo, dal 31 ottobre 1917 presieduto da Vittorio Emanuele Orlando. In diritto e di fatto la “catena di comando” rimase qual era all’intervento. Non solo. I rapporti tra governo e Parlamento peggiorarono persino, anche perché alcuni uomini politici li contaminarono riversandovi faziosità estreme. Ne è esempio la minaccia del socialriformista Leonida Bissolati al giolittiano Giuseppe Grosso-Campana: “Per difendere le spalle dell’esercito farei fuoco anche contro di voi!”, rimbeccato dagli ex compagni di partito (“Tu non sei più nemmeno in buona fede!”). Divisioni e contrapposizioni tra Istituzioni e Organi dello Stato perdurarono e per molti versi si aggravarono. La lontananza tra la “macchina militare” e il governo arrivò sull’orlo della rottura quando Orlando incalzò Diaz affinché muovesse contro il nemico, giungendo ad affermare che una seconda Caporetto era meglio della stasi. In realtà il governo continuò a scaricare sul Comando Supremo il passivo di una guerra che non era stata affatto decisa dai militari, chiamati a farsi carico degli insuccessi sul campo e delle ripercussioni di una politica estera lontana dalla percezione dei mutamenti generati dalla rivoluzione in Russia, dall’intervento degli Stati Uniti d’America, dai “14 punti” enunciati da Woodrow Wilson e dalla imminente dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, sino all’ultimo estranea alle previsioni del ministro degli Esteri italiano, Sidney Sonnino.

Senza forzatura anacronistiche, quanto avvenne nel triennio 1917-1919 conserva viva attualità perché insegna che, se non risolti nei momenti propizi, i contrasti istituzionali sono destinati a ripresentarsi e a esplodere in forme incontrollabili quando i loro nodi giungano improvvisamente al pettine della Storia. Lo si vide nel 1922 e, ancor più, nel 1939-1945, quando lo scollamento tra le istituzioni precipitò lo Stato in una crisi agonica.

Delle tensioni dell’ultimo anno di guerra fu documento anche l’accusa di tradimento lanciata a Montecitorio il 18 novembre 1918 contro Giolitti dal deputato di Cairo Montenotte, Carlo Centuriore Scotto, principe incauto. Momentaneamente assente, appena informatone, fronte corrugata e lieve tremito del naso aquilino, Giolitti irruppe in Aula e chiese al presidente della Camera, Giuseppe Marcora, di nominare all’istante una commissione che entro 24 ore stabilisse “se qui dentro c’è un traditore o un calunniatore” e, tra gli applausi, ammonì: “Quello dei due che sarà dichiarato colpevole, dovrà uscire da quest’Aula”. La Commissione concluse che le accuse erano prive di fondamento. Centurione non rimise più piede a Montecitorio.

Di per sé circoscritto, l’episodio documenta il clima rovente che ormai dominava la Camera. A rendere incandescente la vita politica era lo squilibrio originario tra i poteri apicali dello Stato. In forza dello Statuto, capo delle Forze Armate era il re. I titolari della Guerra e della Marina erano suoi ministri. Il Capo di Stato Maggiore, nominato dal Consiglio dei ministri, aveva facoltà di proposta ma non di decisione. Sempre per Statuto il re aveva il potere di “dichiarare” – cioè di “deliberare” e “proclamare” – la guerra, anche senza approvazione preventiva del Parlamento.

Morto improvvisamente il Capo di Stato Maggiore Alberto Pollio, il suo successore, Luigi Cadorna, fu scelto con metodo inusitato proprio mentre iniziava la Conflagrazione europea (luglio 1914). Il governo talora scordò il re, quasi sempre ignorò Cadorna. Gli chiese di organizzare lo strumento militare con gli scarsi mezzi disponibili e, senza consultarlo, dal settembre 1914 iniziò la lunga marcia verso il cambio di alleanze, dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa. Tale “processo” fu accelerato dopo l’insediamento del secondo Ministero Salandra, con Sidney Sonnino agli Esteri, incline a considerare le Forze Armate una variabile improvvisabile della volubile politica estera. Dalla primavera 1915 Cadorna organizzò la “mobilitazione occulta”, ma nel quadro infrastrutturale e logistico esistente, del tutto inadeguato a una guerra offensiva contro un nemico da decenni deciso alla guerra preventiva per riprendersi il Lombardo-Veneto.

Come i ministri e i parlamentari, anche Cadorna rimase all’oscuro dei contenuti del “Memorandum” (redatto in francese), presentato a Gran Bretagna, Francia e Russia da Salandra e Sonnino tramite l’ambasciatore a Londra, Guglielmo Imperiali, e sottoscritto il 26 aprile 1915, con l’obbligo per l’Italia di entrare in guerra entro 30 giorni dalla firma “contro tutti i nemici” della Triplice Intesa. Sotto il profilo politico-diplomatico l’“alleanza” non fu tra “pari”. A sua volta il governo italiano attuò l’accordo secondo i propri interessi, che non erano precipuamente militari ma anzitutto di politica interna (annientare Giolitti) ed estera: affermare l’egemonia militare ed economica dell’Italia sull’Adriatico, molto oltre gli obiettivi enunciati dalla propaganda degli “interventisti democratici”. Il governo Salandra-Sonnino voleva non solo le aree italofone o il confine “naturale” (Trento e Trieste”, il crinale alpino dal Brennero al Quarnaro) ma un “impero”.

Dopo la crisi del 13-17 maggio 1915 (dimissioni di Salandra; mancata formazione di un diverso Ministero presieduto da Giolitti o da uno statista autorevole; invio del governo alle Camere per l’assunzione dei pieni poteri a difesa dello Stato ), l’ingresso in guerra ingessò l’assetto disarmonico dei Poteri, un triangolo scaleno: il Re; l’Esecutivo (comprendente il governo e, in subordine, il Capo di Stato Maggiore, che dal 24 maggio 1915 assunse titolo e rango di Comandante Supremo), con pieni poteri (ma solo nominali) sulla complessa macchina militare; e il Legislativo, tenuto all’oscuro sia dei contenuti dell’accordo di Londra, sia dei piani del Comando Supremo, ovviamente coperti da segreto militare. Nel corso del conflitto si susseguirono sei diversi ministri della Guerra (Domenico Grandi, Alfredo Zupelli, Paolo Morrone, Gaetano Giardino, Vittorio Alfieri e nuovamente Zupelli).

Il divario esplose quando il governo deliberò l’occupazione di Valona e proclamò la tutela dell’Italia sull’Albania, aprendo così un fronte di guerra sotto il proprio diretto comando, al di fuori delle competenze del Comandante Supremo. Contrario alla dispersione delle forze indispensabili per vincere sul fronte decisivo, Cadorna, che già aveva richiamato divisioni dalla Libia, ne fu profondamente contrariato. Giunse ripetutamente a rassegnare le dimissioni, ritirandole solo per intervento di Vittorio Emanuele III, regista discreto, paziente e lungimirante non solo della “guerra” ma dei rapporti tra Comando Supremo, governo e legislativo, da “re soldato”, che per vivere da vicino la guerra nazionale aveva conferito i suoi poteri al Luogotenente. Ancora più netto fu il dissenso tra Esecutivo, Comando Supremo e Parlamento sulla dichiarazione di guerra alla Germania, rinviata di mese in mese e risultata improcrastinabile dopo la spedizione punitiva austro-ungarica del maggio-giugno 1916 e la conquista italiana di Gorizia (10 agosto 1916).

L’intero 1917 trascorse sotto il segno della crescente divaricazione tra governo e Comandante Supremo, in specie sulla drammatica condizione della vita militare, che era un problema di disciplina ma soprattutto di mezzi indispensabili per migliorare le condizioni dei combattenti, dei feriti e delle famiglie dei caduti: una tragedia immane, che il governo Salandra-Sonnino non aveva assolutamente previsto.

Dopo Caporetto, la battaglia di arresto sul Piave e la riorganizzazione del fronte, il Parlamento apprese il contenuto del Memorandum di Londra, perché pubblicato da Lenin. Continuò ad approvare le misure più urgenti a sostegno dello sforzo bellico, ma pretese l’istituzione della Commissione d’inchiesta sugli avvenimenti dall’Isonzo al Piave, che si tradusse nel “processo” e nella condanna morale di Cadorna, Capello, Cavaciocchi… e nel discredito dell’Esercito proprio mentre esso, guidato dal Re e da Armando Diaz, era impegnato a vincere.

Nell’imminenza del ripiegamento dall’Isonzo al Piave e nei due mesi seguenti il Parlamento (”bandiera del popolo civile” e “focolare della Patria”, secondo Vittorio Emanuele Orlando, 23 ottobre e 14 novembre 1917), dette alcune prove di alta dignità: a cominciare dalle dichiarazioni degli ex presidenti del Consiglio alla Camera il 14 novembre (spiccatamente Giolitti). Particolarmente lungimirante fu la proposta di Giuseppe Sanarelli di istituire all’interno della Camera Commissioni parlamentari per intensificare il lavoro dei deputati. Se il Comando Supremo esercitava “una innegabile dittatura entro i limiti dell’azione militare”, tanto da costituire “uno Stato nello Stato, un governo sopra il governo” contrapponendo persino una “capitale militare” (Udine prima, Padova poi) a quella politica, Sanarelli spiegò:“noi vogliamo semplicemente sapere come stanno e come vanno le cose, perché (…) non vogliamo più rimanere semplici lavoratori dei voti di sfiducia accordati a priori o dei semplici voti di fiducia dati a posteriori”. La proposta non fu accolta. Dinnanzi allo spettacolo miserando della Camera, Ferdinando Martini avvertì: “Se ci cacceranno a pedate dall’Aula lo avrem meritato”. Lo scrisse anche Benito Mussolini: “Chiudere la Camera e mandare i deputati a spasso…”. Era la “rivolta dei santi maledetti”, dei patrioti contro istituzioni fatiscenti: latet anguis in herba…

Molto più che a salvaguardare il Paese, la Camera puntò a riformare la legge elettorale, sostituendo i collegi uninominali con la “maledetta proporzionale” (definizione datane da Giolitti). Di crisi in crisi essa aprì la strada all’avvento del governo di unione costituzionale del 31 ottobre 1922, sorto per riportare nei binari istituzionali un collasso extraparlamentare, dal quale poi nacque il regime, che ebbe l’apparenza della forza ma lasciò tra parentesi e rinviò a tempo indeterminato il riequilibrio tra i poteri dello Stato d’Italia sino alla sua crisi nell’estate 1943. (*)

Aldo A. Mola

(*) Dell’ Esercito nella Grande Guerra parlano il Vicecomandante delle Truppe Alpine, gen. Massimo Panizzi, il procuratore generale militare presso la Corte di Cassazione, prof. Pierpaolo Rivello, e il nostro editorialista Aldo A. Mola al Martedì letterario del Casinò di San Remo, alle h. 16.30 del 18 aprile, con il coordinamento da Marzia Taruffi, direttrice dell’Ufficio Cultura.

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