Paolo VI fatto Santo da papa Francesco. Un intellettuale al servizio dell’Umanità

Un Papa che affrontò il “mondo” come mai prima nessun pontefice, in virtù del Concilio vaticano II.

di Guglielmo Adilardi | 12 marzo 2018

Beatificato il 19 ottobre 2014 papa Giovanni Montini sarà presto Santo assieme all’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero assassinato nel 1980 mentre celebrava messa, beatificato il 23 maggio 2015 da papa Francesco. Fu proprio Paolo VI a scegliere Romero come arcivescovo nel 1977, dopo averlo nominato ausiliare nel 1970 e vescovo di Santiago de Maria nel 1974. Un destino accomunò due uomini tanto diversi, ma ambedue vissuti in epoche contornate dal sangue. Romero ucciso da un sicario degli squadroni della morte connessi alla dittatura militare del suo paese; Montini segnato dalla uccisione del suo amico Aldo Moro dalle “brigate rosse”, forse eterodirette dai Servizi deviati italiani. Ambedue “Uomini soli” a combattere la loro battaglia d’amore per il genere umano in preda alla pazzia.

Paolo VI ebbe anche il compito difficile di chiudere un Concilio Vaticano II che fu veramente rivoluzionario per la Chiesa cattolica e di cui ancora oggi ne sentiamo i “fremiti” conservatori. Montini cercò più che contenere la tempesta che il Concilio aveva scatenato, irregimentarla, farla comprendere alle “muffe” del Vaticano. Compito arduo che gli causò nemici e incomprensioni lunghi una vita.

Il discrimine a questa incomprensione, la quale aggravò la sua solitudine, fu l’Enciclica Humanae Vitae ove per la prima volta la Chiesa cattolica entrava nell’amore coniugale a tutto campo come mai prima avesse mai fatto. Ricordiamo che siamo nel 1968 epoca della “libertà sessuale”, della rivolta giovanile, e dei metodi contraccettivi che la scienza aveva fin lì posto in essere, per cui, per la prima volta, “tranquillamente” si poteva scindere “l’amore sentimento” dall’amore fisico, senza alcuna sgradita conseguenza. Una parola s’imponeva. E quella parola moderatamente “possibilista” sul controllo delle nascite poteva essere letta fra il bianco e il nero delle righe dell’Enciclica. Nonostante le proteste che produsse costrinse la Chiesa cattolica, quindi i successivi Pontefici a ritornarci sopra in misura sempre più aperturista. Lo stesso Wojtyla, il quale all’uscita dell’Enciclica scrisse a Paolo VI di ritrattare la troppa apertura, nonostante avesse apportato alla stesura della stessa un grande contributo, in seguito, da papa, fu ulteriormente aperturista, sia con il ciclo di catechesi sulla teologia del corpo, tra il 1979 e il 1984, sia con l’enciclica Veritatis splendor del 1993. Ma erano passati oltre trenta anni. Un Papa quindi dalla visione “lunga”, temprato da due guerre mondiali, da studi seri (si interessò molto del Risorgimento italiano): un profondo intellettuale. Da ciò una visione politica che per l’Italia vorrà dire far coincidere la Democrazia cristiana con lo Stato attraverso l’amicizia con Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Giulio Andreotti…

Un Papa che affrontò il “mondo” come mai prima nessun pontefice, in virtù del Concilio vaticano II.

Un piccolo esempio mi è caro nel ricordare una testimonianza della sua apertura ai gentili.

Mi riferisco in particolare al Rotary Club, per il quale il 4 febbraio 1929 la Sacra Congregazione Concistoriale aveva dichiarato che i vescovi non possono consentire ai loro chierici e sacerdoti di aderire a tale associazione. Si era espressa ancora più restrittivamente alcun tempo prima ufficiosamente la Propaganda Fide attraverso le parole di padre Cornelio Damen, professore di teologia morale, nell’attribuire al Rotary Club <<…un carattere di indifferentismo religioso che si fonda sopra un mero utilitarismo, inoltre sia per concordanza di principi che per rapporti di fatto questa associazione nel corso della sua storia ha dimostrato parecchi sintomi di influenza e di parentela con la Massoneria…>>. Dopo queste precisazioni non ci furono altre note da parte della Chiesa cattolica fino al 20 dicembre 1950 quando il Sant’Uffizio ricordò che il can. 684 del Codice canonico del 1917: <<I fedeli sono degni di lode se danno il nome alle associazioni erette o almeno raccomandate dalla Chiesa; si astengano dalle associazioni segrete, condannate, sediziose o che si studiano di sottrarsi alla legittima vigilanza della Chiesa…>>, ciò si applicava anche alle associazioni rotariane ed assimilate. Il documento fu pubblicato ne “L’Osservatore Romano” l’ 11 gennaio 1951 allertando i dirigenti del Rotary mondiale ignari del cattivo sentimento che nutriva per loro la Chiesa di Roma. Iniziarono allora a chiarire la loro posizione presso ogni rappresentante della Chiesa cattolica che poteva rimuovere tale errata considerazione. Il 27 gennaio 1951 “L’Osservatore Romano” fu costretto ad un’attenuazione del primo articolo chiarendo che la proibizione di iscrizione riguardava soltanto ed esclusivamente i chierici e sacerdoti e che comunque la Chiesa preferiva che i cattolici restassero all’interno della Chiesa se i vescovi del luogo giudicavano il Rotary Club associazione “sospetta”, quindi ricadente nel canone 684, mentre se da prove certe il vescovo del luogo giudicava il Rotary sorto nella sua diocesi “non sospetto” la proibizione ad iscriversi non valeva per i laici. Qualcosa di meglio e di più lo fece Giovanni XXIII con l’udienza che concesse il 20 aprile 1959 al presidente del Rotary Internazionale e ai Rotariani del 188° Distretto riuniti in Convegno a Roma il 20 marzo 1963, chiudendo in tal modo ogni ulteriore pregiudizio

Non possiamo trascurare la completa apertura al Rotary e implicitamente alla Massoneria compiuta da Paolo VI documentata dall’incontro del 20 marzo 1965 fra lui e i membri del Rotary Club ai quali fra l’altro disse: <<…Non possiamo ignorare lo sviluppo che i Rotary Clubs hanno preso nel mondo. Da quando l’avv. Paul Harris fondava a Cicago, nel 1905, il Rotary, sono trascorsi sessant’anni; questo tempo è bastato a che questa istituzione si diffondesse dappertutto e riuscisse ad interessare ceti di persone non facili a lasciarsi avvicinare in forma continuata e metodica, quali gli uomini d’affari, i liberi professionisti, gli esponenti della scienza e del pensiero. E’ segno che la formula associativa era buona: amicizia e cultura; è buono il metodo, il periodico incontro conviviale, coronato da un discorso rigorosamente informativo su qualche questione di attualità. Buoni pertanto anche gli scopi: infondere nelle diverse professioni dei soci un’esigenza di serietà e di onestà, e favorire il progresso della cultura e delle relazioni amichevoli fra gli uomini e fra le nazioni. Tutto questo è bello e vi fa onore. La vostra attività contribuisce alla formazione e alla coesione delle classi dirigenti della società; e mentre distingue e qualifica ad un livello superiore al comune i soci del Rotary, non li separa, non li oppone alle altre classi sociali, si bene li stimola ad assumere con più avveduta coscienza le funzioni loro proprie e li esorta a mettersi con più generosa dedizione al servizio del bene comune…>>. Sono assai chiaramente le stesse tematiche che persegue la Massoneria, la quale dovrebbe seguire l’esempio del Rotary per far cessare l’opinione negativa che riceve da una parte della della Chiesa cattolica.

Invero padre Cornelio Damen non aveva poi visto tanto male sulla presenza di Massoni nel Rotary Club. Tanto è vero che da sempre vige la leggenda metropolitana che la Massoneria di Palazzo Giustiniani sia più attiva e numerosa nel Lions Clubs, mentre Piazza del Gesù si attesterebbe preminentemente nel Rotary Club. Il Rotary nasce a Chicago nel 1905 e tra i fondatori troviamo Harry L.Huggles (Loggia Exemplar N.966), Robert C. Flechter (Loggia Lagrange N.770) e Charles A. Newton (Loggia Golden Rule N. 726). Non era invece massone il fondatore ed ispiratore del Rotary, Paul H. Harris. Cose note anche a Paolo VI.

In ultimo dobbiamo ricordare che papa Montini fu un attento utilizzatore della stampa in parte per vocazione giovanile attraverso la collaborazione alla Fionda, diffuso nei circoli della Fuci e più tardi con la rivista Studium, convinto che la diffusione del Vangelo passasse anche attraverso i media. Fondatore, inoltre, cinquant’anni or sono, del quotidiano Avvenire, fu uno dei pochi Pontefici che seguiva direttamente il quindicinale de La Civiltà Cattolica.

 

 

Guglielmo Adilardi

 

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