Paolo VI e il “peccato sociale”

Nel 50esimo anniversario della Populorum Progressi, enciclica che ha segnato uno spartiacque tra il cristianesimo tardo medievale e il cristianesimo proiettato nella società attuale.

di Rosario Amico Roxas | 8 gennaio 2018

Nelle pagine regionali di questo quotidiano, alcuni giorni addietro è apparso un articolo  che ricordava ai lettori il 50esimo anniversario della Populorum Progressi, enciclica che ha segnato uno spartiacque  tra il cristianesimo tardo medievale e il cristianesimo proiettato nella società attuale, condizionata dal capitalismo e dagli egoismi dei potenti, vuoi come individuo che come nazioni.

Non posso dilungarmi nell’analisi dell’enciclica, in quanto non basterebbero le pagine dell’intero quotidiano, desidero solamente fornire talune precisazioni inerenti la persona Montini, prima di diventare Paolo VI. Chi desiderasse approfondire valutare la dimensione di tale enciclica può collegarsi al presente link,   http://www.ildialogo.org/DottrinaSociale/   nel quale l’argomento è trattato approfonditamente.

In questa sede mi limito a testimoniare l’uomo che sta dietro tale enciclica, per comprendere l’origine culturale, sociale e umana che fornì l’occasione per tradurre in una impostazione trascendente i temi scottanti degli anni 1960. Innanzitutto occorre precisare come ci siano due modio di leggere l’enciclica:

  • la prima nella scia del percorso già iniziato con la Rerum Novarum, agganciando e completando le tematiche degli altri documenti più importanti che seguirono la Rerum Novarum e che precedettero la PP;
    • la seconda che si caratterizza per l’innovazione degli argomenti che l’hanno resa di perenne attualità, essendo rivolta non più soltanto alle classi disagiate per riconoscere loro diritti precedentemente disconosciuti, ma perché si rivolge a tutti gli uomini nei loro rapporti interpersonali con tutti i popoli della terra.

Detto ciò ritorniamo alla figura storica e culturale di Papa Montini.

Non potrei non cominciare da quella baracca trasformata in Chiesa dove l’Arcivescovo di Milano, mons. Montini, celebrò la Messa di Natale il 25 dicembre del 1955; quel giorno documentò al mondo che la Chiesa è nata tra i poveri ed è destinata ai poveri, ed è la sola voce che può e deve levarsi forte per sostenere i diritti dei più deboli e dei più fragili, di quelli che non hanno voce per farsi sentire.
Come Arcivescovo mons. Montini visitò l’America Latina e l’Africa, ma non si fermò ad ammirare i superbi reperti archeologici dei conquistadores, ma guardò la realtà dell’indio e del negro, come realtà di uomini sofferenti in mezzo ad altri uomini opulenti ed egoisti; lì dovette maturare la convinzione del nuovo peccato commesso ogni giorno da quanti non vedono nel prossimo bisognoso la presenza di quell’Uomo che porta una Croce non Sua in giro per il mondo, appesantita dall’egoismo di tanti uomini, in una nuova Via Crucis dove si rinnova, stazione dopo stazione, il PECCATO SOCIALE.
Ricordando la pastorale del Natale 1955, in quel gelido tugurio dove il Cristo era presente nei derelitti di una Milano occupatissima a celebrare non il rinnovarsi del mistero della Natività, ma il rito del cenone, e la lettera Enciclica PP, ritroviamo tutto l’itinerario dell’uomo Montini e la dilatazione degli orizzonti operata dall’assunzione della paternità universale.

L’esigenza di toccare con mano la miseria che affligge una grande parte del mondo, condusse Paolo VI, , eletto al Pontificato, a visitare la Chiesa dei poveri in un pellegrinaggio che lo portò, innanzitutto, in Palestina nel 1964, in quella terra travagliata e contesa; era solo il 1964, ancora l’esercito israeliano non aveva scatenato quella che la storia ricorderà come “la guerra dei sei giorni”, quando, con un’azione aggressiva quanto fulminea, occupò i territori che l’ONU aveva assegnato ai palestinesi, dalla striscia di Gaza a Sud, alla Cisgiordania a Nord, alle alture del Golan, insediando i coloni e schierando l’esercito a difesa dei territori occupati. I residenti nella Cisgiordania ripararono in Libano alla periferia di Beirut nei villaggi di Sabra e Shatila, dove, nel settembre del 1982, in quattro giorni di feroci persecuzioni dal 15 al 18 del mese, vennero massacrati dall’esercito mercenario del gen. libanese Haddad in una spedizione di esecuzione di massa ordinata dal ministro della difesa israeliano Hariel Sharon ed eseguita dalle truppe mercenarie libanesi. Terminata quella orrenda strage, il mondo occidentale cercò di minimizzare il numero dei morti e, in un primo momento, parlò di 800 morti, ma l’evidenza dei fatti, emersa per l’intervento di vari organismi internazionali, obbligò la stampa di regime occidentale ad accettare che i morti “superarono i 10.000”.

Quei poveri e oppressi, che Paolo VI volle visitare per portare una speranza di solidarietà, si apprestavano a diventare vittime, mentre l’Occidente, che ha da sempre sostenuto il governi dei più forti, non ha mosso un dito prima per impedire quella strage di donne, vecchi e bambini, quindi per aiutare i superstiti a sopravvivere.

 

Rosario Amico Roxas

 

La parte più significativa della mia vita lavorativa l'ho trascorsa in Tunisia, quale consulente presso il locale ministero per lo sviluppo economico. Dopo 15 anni di Tunisia, avendo anche girato in lungo e in largo per l'Africa settentrionale e sub-saharana, nonchè Vicino Oriente, ho conosciuto profondamente l'Islam e la mentalità araba, elementi che hanno rafforzato taluni convincimenti appresi nei miei studi di filosofia a La Sapienza di Roma, ai tempi di U. Spirito, Lombardi, G. Calogero etc.etc. In Tunisia, a seguito del lavoro svolto al ministero, sono stato incaricato di tenere alcuni corsi di marketing sociale, presso l'Università La Mannouba. Mi sono occupato, anche con pubblicazioni, del Magistero sociale della Chiesa, con analisi dettagliate di varie encicliche. Adesso a 74 anni, faccio il nonno in servizio permanente effettivo, anche se non disdegno di scrivere ciò che penso, con la speranza di essere utile a qualcuno, senza nuoceve a nessuno.

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