Chi paga i sogni dei benefattori elettorali

L’accumulo di promesse nella preparazione del voto di primavera è davvero pirotecnico e fantasioso. Difficile persino fare il totale del costo delle varie proposte.

di Beppe Facchetti | 4 dicembre 2017

Campagna elettorale, quanto ci costi? L’accumulo di promesse nella preparazione del voto di primavera è davvero pirotecnico e fantasioso. Difficile persino fare il totale del costo delle varie proposte.

E pensare che in concreto è oggi in discussione una manovra di soli 5 miliardi, perchè gli altri 15 sono bloccati dalla clausola di salvaguardia su Iva e accise (che si ripeterà). Spiccioli per questioni anche grosse: lotta alla povertà, contratti pubblici, incentivi 4.0, restituzione alle Province, superticket sanitario, bonus bebè eccetera. Questo eccetera si vedrà presto al voto di fiducia, tentando disperatamente almeno di piantare qualche chiodo simbolico (pochi milioni) su temi caldi, come il risarcimento per i risparmiatori truffati.

Ma se queste sono proposte del Governo, e quantomeno subito operative, ben altro è il fuoco concorrenziale che alimenta i programmi elettorali, e riguarda tutti e tre i poli in competizione.

Renzi vuol dare 80 euro alle famiglie a basso reddito con figli, e il costo batte tra 5 e 10 miliardi raggiungendo una platea che può arrivare a 10 milioni di persone.

Ma ben più fantasioso è Berlusconi, che promette dentiere ma previdentemente anche cure dentistiche ai giovani, e soprattutto mette sul piatto la pensione minima a 1000 euro. Riguardasse davvero tutti costerebbe anche 20 miliardi. Restringendo la platea a 800 mila dei 6 milioni di persone interessate, e cioè agli ultrasettantenni al minimo senza altri redditi, scenderebbe a 4 miliardi. Resterebbe poi da spiegare a chi percepisce 1000 euro, avendo versato per una vita i relativi contributi, perché mai non bisognerebbe aumentare in proporzione anche quella pensione.

Viene poi il bollo da abolire per la prima auto, abbattendo della metà l’introito attuale di 6 miliardi, al netto della furbizia italiana di intestare a mogli e figli la seconda, azzerando del tutto la riscossione, che è indirizzata a strade e scuole provinciali, cioè alle buche da riempire e ai tetti da riparare.

L’alleato Salvini vuole invece cancellare la legge Fornero, che nacque per creare un risparmio di 88 miliardi in dieci anni, ma già 11 se ne sono andati per rimediare allo svarione degli esodati. Quanto inciderebbe la legge numero 1 della nuova legislatura a guida centrodestra nessuno comunque lo spiega. Ci si ferma alla parola “abrogazione”. Un totem.

Come in tutti gli spettacoli pirotecnici che si rispettano, vengono infine i gran botti. Salvini parla di flat tax unica al 15%, ma previsioni più moderate, al 25%, già comporterebbero una caduta di gettito di circa 45 miliardi. Se si aggiungesse per coerenza l’abolizione dell’IRAP (già ridotta da Renzi), sarebbero altri 22. Anche qui senza tener conto che la flat tax darebbe uno sgravio per il 10% più ricco dei contribuenti, senza benefici per i redditi medi, e rischi di evasione per non superare la soglia oltre la quale si paga la sanità. (Baldini e Giannini, laVoce,info)

E poi, il gran colpo, la proposta storica dei 5Stelle, il reddito di cittadinanza. 780 euro a tutti i maggiorenni, anche extracomunitari, disoccupati. Se si ferma a 9 milioni di persone, dovrebbe costare circa 15 miliardi. Nella versione universale (perché a me no?) può moltiplicarsi fino a 50. Secondo lo studio di Stefano Toso (Il Mulino), per dare il 20% del reddito medio, cioè la metà di quanto previsto dai 5Stelle, occorrerebbe una tassa generale sul reddito del 50%. Una flat tax anche questa.

Ma la paghetta di stato sarebbe davvero e soprattutto l’incentivo all’ozio di cui parla John Rawls, il più grande filosofo politico del secolo scorso, che sosteneva che chi fa il surf tutto il giorno al largo di Malibu deve trovare un sistema per mantenere se stesso, e non ha diritto a sussidi pubblici.

Per carità: ottima cosa distribuire le centinaia di miliardi di sogni che abbiamo qui elencato solo in parte. Chi non voterebbe simili benefattori? Ma chi paga poi questi lussi?

Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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