Con orgoglio sportivo sotto la bandiera europea

Lo sport non è solo questione di come impiegare piacevolmente il tempo libero. È molto più di questo.

Europa

di Carlo Musso | 6 marzo 2017

Mi è difficile immaginare un cittadino di un qualunque Stato membro dell’Unione europea, Ue che si emozioni stando in piedi davanti alla bandiera blu, o che si commuova ascoltando l’inno europeo. Penso che questo non accade perché mancano le condizioni adeguate.

Facciamoci una semplice domanda: ai nostri giorni, quand’è che le persone si sentono più orgogliose di appartenete alla propria nazione? Principalmente in occasione di eventi sportivi quando, dopo un’epica vittoria o anche una sconfitta frutto di una prestazione memorabile, un profondo senso di appartenenza comune si diffonde tra individui che non si conoscono fra loro, ma, quasi magicamente, si sentono concittadini di un stessa patria.

Lo sport non è solo questione di come impiegare piacevolmente il tempo libero. È molto più di questo. Non è una storia il fatto che nell’antica Grecia, in occasione dei giochi Olimpici, si deponevano le armi e si interrompevano le guerre, per dare modo agli atleti di città nemiche di radunarsi all’ombra del tempio di Zeus e competere lealmente nei sacri giochi. È storia.

L’influenza e l’esempio dello sport
E anche in tempi recenti gli eventi sportivi hanno avuto impatti non trascurabili sulle attività umane. Nel 1948 l’Italia stava ancora riemergendo dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale e ricostruendo il Paese dopo venti anni di fascismo. Il 14 luglio il segretario del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, fu ferito gravemente da un estremista di destra: immediatamente scoppiarono scontri di piazza e l’Italia fu sull’orlo di una nuova guerra civile.

Fortunatamente, negli stessi giorni, al di là della Alpi, Gino Bartali ottenne una serie di epiche vittorie sulle montagne del Tour de France, conquistò la maglia gialla e la portò fino a Parigi. Come per magia, in Italia la gente si radunò attorno alle radio da nord a sud e un senso di orgoglio nazionale riprese forza, sciogliendo le tensioni sociali come neve al sole (1).

Nel 1995 Nelson Mandela puntò gran parte della sua credibilità personale sull’improbabile vittoria degli Springboks nella terza Coppa del Mondo di rugby, ospitata dal Sudafrica, per aiutare la ricostruzione della Nazione Arcobaleno e dare impulso al processo di riconciliazione dopo oltre quarant’anni di apartheid. E la vittoria arrivò, nel modo più affascinante e improbabile, che nemmeno il miglior giallista avrebbe immaginato, con un drop negli ultimi minuti dei tempi supplementari di una finale contro gli eterni rivali All Blacks.

C’erano 63.000 spettatori allo stadio, e 62.000 di loro erano bianchi. Francois Pienaar, il capitano Springbok, ricorda che “Mandela entro all’Ellis Park di fronte a una folla quasi esclusivamente bianca, in gran parte Afrikaner, indossando uno springbok (2) sul cuore, ed essi urlarono: ‘Nelson, Nelson, Nelson!’, perché ciò che aveva promesso lo aveva mantenuto. E al fischio finale il Paese cambiò per sempre” (3). E questi sono solo due esempi di quanto lo sport può influire sulla dimensione politica e culturale della società.

La nazionale europea che non c’è e i Lions del rugby
Per quanto ne so, non c’è una sola competizione sportiva in cui l’Ue schieri una sua squadra sotto la bandiera blu (c’è per la verità la Ryder Cup, un trofeo biennale di golf disputato tra una squadra degli Stati Uniti e una europea, ma non dell’Ue vera e propria (4)).

Non sarebbe possibile una cosa del genere? Anche in presenza di tradizioni solide e profonde in ogni sport a livello nazionale, non potrebbe essere realistico pensare a una squadra dell’Ue in grado di unire le passioni e le speranze di tutti gli europei sotto la stessa bandiera? Potrebbe. L’esempio migliore viene dal rugby. Le quattro nazionali britanniche – Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda – condividono alcune tra le più profonde e antiche rivalità nello sport mondiale.

Scozia vs Inghilterra – il primo match internazionale della storia nel 1871 – ogni anno ripropone il ricordo di secoli di lotte e inimicizia, come testimonia chiaramente l’inno Flower of Scotland, che richiama la battaglia di Bannockburn del 1314, quando Robert Bruce sconfisse “prood Edward’s airmy, an sent him hamewart, tae ‘hink again” (5).

Inoltre, ogni volta che il Galles affronta l’Inghilterra, i giocatori gallesi sono pienamente consapevoli che non sono coinvolti in una semplice partita di rugby, ma in qualcosa di molto più grosso, come chiarì il capitano del Galles, Phil Bennet, nel suo discorso pre-partita prima di affrontare l’Inghilterra nel 1977: “Look what these bastards have done to Wales. They’ve taken our coal, our water, our steel. They buy our homes and live in them for a fortnight every year. What have they given us? Absolutely nothing. We’ve been exploited, raped, controlled and punished by the English – and that’s who you are playing this afternoon”(6).

E che dire dell’Irlanda? Anche durante i giorni più oscuri della guerra civile e la lunga lotta fratricida tra i nazionalisti repubblicani e gli unionisti britannici, ogni anno i giovani irlandesi si riunivano “from the mighty Glens of Antrim, from the rugged hills of Galway, from the walls of Limerick and Dublin Bay, from the four proud provinces of Ireland [… to] answer Ireland’s call” (7) per affrontare l’Inghilterra nel Cinque Nazioni.

Anche quelle tra Galles, Irlanda e Scozia sono piuttosto battaglie che non semplici partite di rugby, dato che in palio c’è il riconoscimento della supremazia tra le tre nazioni celtiche. E tuttavia, nonostante queste feroci e radicate rivalità, dal 1888 in avanti, periodicamente, giocatori inglesi, gallesi, scozzesi e irlandesi sono sempre stati desiderosi e fieri di indossare la medesima maglia dei British & Irish Lions e andare oltremare per tenere alto il nome del rugby britannico contro le nazioni dell’emisfero Sud (8).

Chiunque in Gran Bretagna, anche fra i più giovani, sente un brivido lungo la schiena se chiedete dei Lions di John Dawes, che per la prima – e finora unica – volta nel 1971 sconfissero gli All Blacks in una serie a casa loro, o degli undefeated di Willie John McBride, che vinsero la serie contro gli Springboks in Sudafrica nel 1974.

Cominciamo da Olimpiadi e atletica leggera
E ora torniamo all’Europa. Perché questa idea non rimanga una semplice speculazione, bisogna fare qualche proposta concreta. Chiediamoci da quale sport potrebbe essere meglio cominciare, con l’obiettivo di schierare una squadra dell’Unione europea capace di raccogliere la passione di milioni di tifosi europei in vista di un traguardo comune.

Il calcio non è proponibile. Proviamo ad immaginare una Coppa del Mondo senza Germania, Italia, Francia, e Spagna, che mettono insieme 10 vittorie, la metà del totale… Questo toglierebbe ogni interesse alla competizione. Considerazioni simili valgono per altri sport di squadra, ove molti Paesi europei rivestono ruoli di grande rilievo.

Secondo me, una buona scelta potrebbe essere l’atletica leggera. L’atletica è un insieme di molte discipline diverse, ove le nazioni europee hanno diverse eccellenze e la competizione da parte degli altri continenti è forte e largamente distribuita: ad esempio, l’Africa prevale nelle corse di media e lunga distanza, mentre le squadre caraibiche dominano sulle distanze brevi, e i Paesi asiatici sono forti nei concorsi di lancio e getto. Perciò, schierare una singola squadra europea di atletica alle Olimpiadi o ai Campionati mondiali non impoverirebbe troppo le competizioni.

Allo stesso tempo, l’atletica è uno sport molto popolare, praticato in tutti i Paesi europei da migliaia di ragazze e ragazzi fin dalle scuole primarie e secondarie, e quindi l’interesse per questa disciplina è assai diffuso nella società. In questo modo, i Campionati europei potrebbero diventare ancora più interessanti, perché costituirebbero una sorta di selezione per la squadra dell’Unione europea.

Ora, proviamo a immaginare milioni di europei riuniti attorno a milioni di schermi, in piedi di fronte alla bandiera blu che sventola nel cielo, mentre ascoltano l’Inno alla gioia e guardano un’atleta europea con la medaglia d’oro al collo, con gli occhi umidi e un senso di orgoglio per il fatto di essere tutti europei…

E che dire di un quartetto di sprinter provenienti da quattro diverse nazioni europee, che corrono veloci come la squadra guidata da Usain Bolt e che magari alla fine perdono per una manciata di centimetri sul filo di lana, ma sono felicemente consapevoli di aver portato l’Europa sul tetto del mondo…

Sogni da sognare insieme
Sono sicuro – assolutamente sicuro – che cose del genere possono toccare il cuore degli europei molto più in profondità che non il condividere la stessa moneta o anche votare per lo stesso Parlamento. Se vogliamo costruire un’Unione europea della gente e per la gente, dobbiamo avere dei sogni da sognare insieme, dei traguardi comuni per cui sperare, delle emozioni da condividere e ricordare.

Qualcosa di simile è già stato sperimentato con successo nel passato, quando dai tardi anni ’60 fino alla fine del secolo scorso Giochi senza Frontiere ha contribuito in modo rilevante a sviluppare e rafforzare una conoscenza e una comprensione reciproca fra i cittadini europei (9). Ma era una competizione interna. Ora dobbiamo uscire fuori e competere con altri Paesi e altre squadre come una Nazione e una squadra.

In definitiva, non so se la mia proposta specifica sia la migliore e quella più percorribile (l’atletica è solo una delle possibili opzioni, altre potrebbero essere il nuoto, i tuffi, la ginnastica artistica e ritmica, l’equitazione, e così via).

Quello che so e che, se vogliamo che la nostra gente – specialmente le giovani generazioni – si entusiasmi dell’Europa, lo sport deve assolutamente entrare nel quadro generale come uno dei pilastri su cui costruire una vera e sentita identità europea.

(1) Si veda European Heroes. Myth, identity, sport, Ed. P. Lanfranchi, R. Holt, J.A. Mangan (Routledge, 2013), p. 136.
(2) Lo springbok è un’antilope sudafricana, simbolo della nazionale di rugby.
(3) Su questa storia si legga il libro Playing the enemy: Nelson Mandela and the game that made a Nation, J. Carlin (Penguin Press, 2008) e si veda il bellissimo film “Invictus” di Clint Eastwood (2009).
(4) La Ryder Cup, istituita nel 1927, originariamente era disputata tra Gran Bretagna e Stati Uniti. Nel 1979 si decise di includere golfisti dell’Europa continentale, in particolare di Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Spagna e Svezia. Per maggiori informazioni si veda www.rydercup.com. (5) “L’armata del superbo Edoardo, e lo mandò a casa, a ripensarci su”. Per una migliore comprensione delle implicazioni della rivalità tra le due nazioni dentro e fuori dal campo, anche in tempi recenti, si veda l’intrigante libro The grudge, di T. English (Random House UK, 2010).
(6) “Guardate cosa hanno fatto questi bastardi al Galles. Hanno preso il nostro carbone, la nostra acqua, il nostro acciaio. Comprano le nostre case e ci vivono due settimane all’anno. Cosa ci hanno dato? Assolutamente nulla. Siamo stati usati, violentati, controllati e puniti dagli inglesi – ed è contro di loro che giocate oggi pomeriggio”.
(7) “Dalle forti valli di Antrim, dalle aspre colline di Galway, dalle muraglie di Limerick e della Baia di Dublino, dalle quattro fiere province d’Irlanda [… per] rispondere alla chiamata dell’Irlanda”. Ireland’s call è l’inno composto nel 1995 da Phil Coulter per l’Irish Rugby Football Union ed è eseguito quando una nazionale irlandese rappresenta In qualsiasi sport sia la Repubblica d’Irlanda che l’Irlanda del Nord.
(8) Per una lettura completa si veda Behind the Lions: Playing Rugby for the British & Irish Lions, di S. Jones, T. English, N. Cain e D. Barnes (Kindle Edition).
(9) Giochi senza Frontiere è stato uno show televisivo su base europea, nato da un’idea del Presidente francese Charles de Gaulle, trasmesso dal 1965 al 1982 e dal 1988 al 1999.

Carlo Musso  (affarinternazionali.it)

Carlo Musso è membro del Comitato Esecutivo dell’Istituto Affari Internazionali.

Carlo Musso è membro del Comitato Esecutivo dell’Istituto Affari Internazionali.

Un commento

  1. eurosportivo

    La doppia bandiera sotto il colletto posteriore si può adottare sulle maglie che rappresentano uno stato membro UE.

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