Occhi per vedere e anima per sentire (le opere d’arte)

Costanza Riva: Benozzo Gozzoli. La cavalcata dei Magi di Benozzo Gozzoli . Storia, ermetismo e antiche simbologie. Pontecorboli Ed. Firenze, 2017. Pag. 273.

di Guglielmo Adilardi | 11 febbraio 2018

Lo storico dell’Arte compie uno studio scientifico sull’artista, sullo stile, sulla prospettiva, sul colore, sui maestri, sulla novità e originalità, ecc. Ci chiediamo allora: Vedere è un’arte ?

Francesco Milizia un poligrafo del XVIII secolo scrisse un trattato: Dell’arte di vedere nelle Belle Arti. Dava indicazioni per riscontrare pregi, indizi, per poter valutare un’opera d’arte. Più vicino a noi Guido Marangoni (1872 – 1941), conservatore del Castello Sforzesco e socio onorario dell’Accademia di Breda e Venezia, scrisse anche lui un libro: Saper vedere; quindi il modo di guardare l’Arte si arricchiva della coscienza di saper vedere, dunque vi è un metodo per studiare ed apprendere a leggere l’opera d’Arte.

Di solito l’uomo comune davanti a un capolavoro resta ammirato, muto, o tutt’al più riesce a dire “bello”, “meraviglioso”, “straordinario”. Cosa lo abbia colpito è presto detto: l’artista è riuscito nell’intento di trasmettere lo spirito, l’anima, il sentimento con cui ha prodotto il capolavoro. E’ una sensazione che accomuna tutti. Nel profondo ci smuove qualcosa anche se non riusciamo a capire o a dire il perché. Quel che è certo il soggetto che guarda è in sintonia o meglio in empatia con l’opera che sta di fronte, un messaggio che giunge dal lontano passato offerto dall’Artista. Dostoevskij in un racconto narrava di un giovinetto che alla lettura di Storia antica, ad un tratto, si impossessasse di lui un tremore che l’Autore descriveva così: << Sentì le catene della Storia a cui era avvinto fremere in lui….>>.

Al di là di questa sensazione empatica un quadro, un affresco si possono leggere come un racconto, un romanzo, un brano di prosa, quando se ne comprendano e se ne condividano e se ne apprezzino le qualità della struttura, la composizione, la forma, lo stile, l’armonia, l’invenzione, l’accostamento dei colori. E qui entra in campo il proprio personale istinto, e più ancora la propria sensibilità coltivata della quale Costanza Riva ci offre un esempio esemplare nel suo saggio.

Ci vogliono occhi per vedere e anima per sentire, oltre alla cultura posseduta da ognuno di noi.

Cos’è l’anima per sentire in questo caso? Semplice: è la facoltà indefinibile che nasce con l’uomo e con l’uomo si rivela negli anni con le stesse caratteristiche di quel sentimento, di quel trasporto, che finisce per rivelarsi amore. Amore è ciò che Costanza Riva ha trasfuso in queste trecento pagine. Amore per l’opera d’Arte, amore per lo studio approfondito.

 

Lo storico Hipoljte Taine disse: Per capire un’opera d’arte, un artista, un gruppo di artisti, bisogna raffigurarsi con precisione lo stato generale dello spirito e dei costumi del tempo al quale appartengono.

Costanza Riva, va oltre, ci insegna un altro modo di guardare altrettanto legittimo quanto quello degli Storici dell’Arte.

Ma c’è un rischio bene espresso da questo aneddoto: Leo Longanesi raccontò che alla fine di un pranzo nella casa del pittore Benjamin Haydon, il poeta John Keats levando il bicchiere brindando con queste parole: << Sia maledetta la memoria di Newton !>> I presenti restarono sorpresi e alcuni chiesero spiegazioni prima di alzare i calici: << Perché ha fatto svanire la poesia dell’arcobaleno scoprendo la rifrazione della luce nel prisma>>. Allora tutti maledissero Newton.

Come il colore esalta la natura. Fa vario e bello l’ambiente dell’Uomo, costituisce uno degli elementi di stupore e di felicità per l’occhio umano, nella descrizione di Costanza il colore insegnerà altro, parlerà il linguaggio segreto degli alchimisti e quello della poesia. Lo stesso Hegel spiegava che il termine “poesia della pittura” significava cogliere un oggetto con fantasia e riproporlo all’osservatore in modo per entrambi di penetrare nel segreto delle cose, scoprendo in esse gli aspetti e i significati più profondi, riconoscendone, dove possibile, le leggi dell’armonia, e presentando questi vari aspetti dell’opera trasfigurati attraverso il filtro della fantasia, dell’immaginazione sensoriale, in un alone indefinibile che appartiene alla sfera delle emozioni, del sentimento, della poesia, appunto, ma anche del mistero, dell’arcano, del magico.

Ecco perché viene utile citare il libro di Umberto Eco “ I limiti dell’interpretazione”, nel quale egli osservava come un letterato nella sua tesi va affermando alcune cose che possono venire interprete dal lettore, andando al di là di ciò che lo scrittore voleva dire. E fatto notare ciò anche lo scrittore deve confermare che non era sua intenzione dare quel significato, ma ad una sua lettura più attenta ammetterebbe che si potrebbe interpretare analogamente al senso dato dal lettore il suo brano o il libro. Cioè l’artista dice alcune cose subliminali, inconsciamente, che il lettore attento coglie.

E’ la stessa operazione che attua Costanza Riva con la valenza della propria cultura ermetica, appresa da antiche scuole iniziatiche, nella lettura dell’affresco del Gozzoli.

Come la pittura contiene la composizione, il disegno, il colore che sono l’essenza di essa tal quale l’essenza dell’uomo è costituito dal corpo, l’anima, e la ragione. E l’uomo essendo la ragione di tutte le cose è posto al centro dell’Universo nella Storia del Rinascimento e al centro della Cappella deve trovarsi lo spettatore per apprezzare la circolarità del racconto di Gozzoli, come insegna Costanza Riva, la quale ha suddiviso il suo testo didatticamente in tre parti:

 

  1. a) L’ambiente storico, filosofico, umanista dell’epoca; b) Il significato strutturale della Cappella del Palazzo di Michelozzo, in sintonia con l’epoca ermetica; c) L’analisi puntuale e centimetrica degli affreschi e loro simbologie arcane.

La prima parte serve a Costanza Riva per introdurci nella dimensione spazio temporale dell’epoca, ma soprattutto per la riscoperta delle fonti della cultura Occidentale rinnestate dalla moltitudine di libri andati persi e riportati dai bizantini in Firenze all’epoca del Concilio delle due Chiese, quella Cattolica e la Orientale. Con l’arrivo sia del patriarca di Costantinopoli, Giuseppe II, sia dell’imperatore di Bisanzio, vennero a Firenze diversi cultori della tradizione greca come Gemisto Pletone, Basilio Bessarione, Isidoro di Kiev, Marco Efesio, Balsamon, Giorgio Scolario, Giovanni Argiropulo ed altri. Ma già in Italia e in Firenze lo studio del greco e della sapienza antica era coltivato; citiamo come esempio Francesco Filelfo, Leonardo Bruni, che fu precettore di Silvio Piccolomini futuro papa Pio II, Poggio Bracciolini e altri. L’osservazione di questa nuova acculturazione farà da base alla originalissima scoperta esoterica di Costanza Riva nell’ affresco di Gozzoli (1459) che è “l’istantanea” in ricordo del Concilio fiorentino del 1438 -39 con papa Eugenio IV che giunse a Firenze per tentare l’unione con la Chiesa d’ Oriente e per vagheggiare insieme al Paleologo, Costantino XI, penultimo imperatore di Bisanzio, una Crociata contro i Turchi assedianti Costantinopoli. Successivamente passerà da Firenze nel 1458, papa Pio II per invitare ancora una volta i Principi italiani alla Crociata.

Resteranno delusi ambedue i pontefici; Eugenio IV poiché la morte del patriarca di Costantinopoli, Giuseppe II (1439), sepolto in Santa Maria Nuova, sarà una causa di fallimento del Concilio; Pio II poiché non trovò la volontà né i finanziamenti dei Principi italiani per allestire la Crociata contro Maometto II. Così Pio II si rammaricava nella primavera del 1459 nel vano sforzo di riunire gli Sforza e i Malatesta di Rimini alleati dei Medici, fra sé e sé: << O fossero qui ora, Goffredo, Baldovino, Eustachio, il grande Ugo, Boemondo, Tancredi e gli altri forti che un dì , penetrando fra le schiere turche, riconquistarono con le armi Gerusalemme. Essi certo non ci lascerebbero parlare tanto, ma, levandosi in piedi, come fecero davanti al nostro predecessore Urbano II , griderebbero a gran voce “ Dio lo vuole” . Voi state ad aspettare in silenzio che il discorso finisca, e non date segno di esser toccati dalle nostre esortazioni >>.

 

Si preannunciavano tempi borgiani. Durante il Concilio di Firenze nel 1438 /39 i padri Conciliari restati a Basilea avevano scomunicato Eugenio IV e nominato papa un Savoia col nome di Felice V, al servizio del quale per un periodo vi fu Enea Silvio Piccolomini, futuro Pio II. Ancora allo stato laicale in Scozia alla corte di Giacomo I, inviato dal cardinale Capranica, ebbe due figli illegittimi. Poco dopo nel 1453 cadde Costantinopoli in mano di Maometto II.

Costanza Riva fa rivivere attraverso l’illustrazione della Cappella dei Magi il mondo sapienziale greco, dalla Caverna di Platone alla speculazione del Ficino sulle orme della tradizione neoplatonica in cui si riassume tutta la tradizione speculativa orientale e greca, in una più ampia prospettiva, quella di una pia philosophia o “filosofia religiosa”, che è il segno della presenza del Verbo nella storia, e in cui rientrano Zoroastro e Mosè, il favoloso Ermete Trismegisto e Platone, i pitagorici e i neoplatonici. Costanza Riva trova infine nella descrizione dell’affresco il proprio coronamento nel Cristianesimo. L’Autrice congiunge il lapis filosofale degli alchimisti: il Cristo alla dottrina platonica della bellezza. La bellezza diviene manifestazione di Dio nel mondo, l’amore e il nesso dell’universo, e il rapporto uno-molteplice si scandisce secondo i temi della bellezza, dell’amore, della dilettazione, di qui una gamma vastissima di motivi svolti da Costanza Riva, seguace e docente di antiche scuole sapienziali.

Guglielmo Adilardi

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