Nonno Silvio, il nipotino Salvini e il Pd svaporato

Prendere atto dei mutamenti e adeguarsi al cambiamento è la forma di sopravvivenza più antica dell’uomo. La politica deve ancora impararla.

di Roberto Caputo | 21 Maggio 2018

C’è un tempo e uno spazio per ogni cosa. Prenderne coscienza è il difficile, soprattutto quando hai avuto la possibilità di fare la storia del Paese e, oggi, sei costretto alla finestra guardare giocare la palla ad altri. E’ quello che sta succedendo a Berlusconi, nonno Silvio, che inizialmente aveva fatto un passo indietro dando spazio al suo alleato Salvini, sembra che, dopo la riabilitazione, si senta un leone fuori dalla gabbia. Peccato che non siano più gli anni ’90 con gli azzurri che facevano il pieno ed erano primo partito d’Italia al Governo nel ’94. Del leone, perché il carattere gli va riconosciuto, oggi resta il ricordo e le ceneri sotto le quali per lui il fuoco non smetterà mai di ardere. Se mai ha fatto in passato un patto con Don Verzé per l’elisir della lunga vita, forse era proprio per questo momento: poter tornare in campo, oltre a tutte le vicende giudiziarie. Peccato, che nel frattempo siano passati trent’anni e che il quadro politico, l’Italia e la stessa politica siano cambiati irrimediabilmente. Berlusconi è nato dalle ceneri che Mani pulite ha lasciato dietro di sé azzerando totalmente una classe politica. Ha dimostrato come fosse bello far sognare gli italiani anche se di fatto, quando ha potuto, di riforme ne ha fatte ben poche a voler vedere. Oggi non è più quel momento: tocca a Salvini. Il nipotino Matteo è cresciuto bene: spalle larghe e sguardo fiero. La cultura dell’acqua del Po’ e del prato di Pontida amalgamati con una buona dose di scuola politica lo hanno reso un leader carismatico che, in questa fase, si sta dimostrando più che lucido e deciso. Ha portato un movimento nato sul territorio del varesotto a un partito nazionale, dal 4 per cento al 17 per cento. Oggi tocca a lui. A dover fare i conti con il passato, però, non è solo nonno Silvio. Del Pd resta un corpo ferito. Un partito totalmente svaporato che non sa più né di carne né di pesce, che vive la dicotomia di un leader che ha tentato di essere riformista, Matteo Renzi, e una parte del gruppo dirigente che sogna ancora la rinascita dei DS e guarda con nostalgia all’Ulivo. L’assemblea che si è tenuta sabato è stata come sempre tutta volta all’interno, l’introspezione edonistica pura. Fuori un Paese intero guarda. C’è un tempo e uno spazio per ogni cosa. Prendere atto dei mutamenti e adeguarsi al cambiamento è la forma di sopravvivenza più antica dell’uomo. La politica deve ancora impararla.

Caputo Roberto

Roberto Caputo è un politico milanese, per più legislature è stato consigliere comunale a Milano e Assessore alla Cultura e allo Sport nella giunta del sindaco Paolo Pillitteri nelle fila del Partito socialista italiano. Ha ricoperto poi la carica di Presidente del Consiglio Provinciale di Milano durante la presidenza di Ombretta Colli e quindi Vicepresidente dello stesso con la giunta di Guido Podestà sino all'avvento della Città Metropolitana. Ha alle spalle anche una intensa attività pubblicistica incominciata prima con le raccolte di poesie, poi con i racconti sulla "Mala" a Milano, infine con una serie di romanzi noir metropolitano che ha scritto a quattro mani con la giornalista Nadia Giorgio.

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