Negozi chiusi nei festivi. Qualcuno ha messo il silenziatore?

Quando la politica è solo macchina di propaganda del consenso e non scienza per il benessere diffuso.

di Vincenzo Donvito | 3 Dic 2018

Ricordiamo bene quando diverse settimane (mesi…) fa si parlava spesso delle intenzioni, da parte dei dirigenti più autorevoli del governo italiano in carica, di rivedere la norma del governo Monti di alcuni anni fa che aveva liberalizzato l’orario degli esercizi commerciali. Attuale ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro in testa, era tutto un disquisire sul male – per ogni risma di soggetto civico, umano, economico, etc. – che questa norma aveva rappresentato e rappresenta per il nostro Paese. Con tanto di “poveri” lavoratori costretti ad esser tali anche di domenica e il giorno di Natale. E altrettanti piccoli commercianti che, per non chiudere di fronte alla concorrenza delle cattive multinazionali del commercio, erano costretti a non andare a messa la domenica nonché a non curarsi dei propri pargoli. Il tutto con ampio spalleggiamento da parte dei prelati cattolici che, non sazi dei giganteschi sforzi che sta facendo il loro papa
Francesco per ripopolare chiese avide di tornare ad essere luoghi di culto oltre che musei, avevano ben pensato di spalleggiare gli amanti del caffè con la Bialetti di casa piuttosto che l’espresso al bar (anche se i bar minacciati di chiusura festiva erano veramente scarsi: sembra che le chiusure forzate dovrebbero riguardare solo gli esercizi che non sono bar e ristoranti, di cui nessuno – vice-ministro in primis – sembra aver voglia di farne a meno… evidentemente i lavoratori del settore appartengono ad un dio che loro considerano minore).
Bene, col sopraggiungere delle orgie di consumo di fine novembre (Black Friday, Cyber Monday e manca solo il thanksgiving day), feste di fine anno alle porte, tredicesime lì lì per essere erogate, e poi i saldi, sembra che il furore familista dei nostri governanti si sia attenuato. Sarà che non sarebbero tanto popolari nel perorare il rigore monastico degli orari dei negozi quando tutti – volenti e nolenti – sono prossimi a soddisfare le pulsioni della dipendenza dal consumo? Non troviamo altra spiegazione. Altrimenti, che fine avrebbe fatto l’urgenza decantata, per esempio, per il giorno di Natale in cui alcuni negozi – solo loro – gestiti da chi del Natale religioso se ne fa un baffo e restano aperti, e i “poveri” lavoratori costretti a star dietro un bancone invece che al desco famigliare con libagioni? Forse non era tanto un’urgenza ma solo demagogia?
Noi abbiamo capito una cosa: per questi amanti del rigorismo, la politica è solo macchina di propaganda del consenso, da attivare alla bisogna ogni volta che si presenta un’occasione e, quando si vede che “non è aria”… pronti a tirarsi indietro. Il provvedimento in sé, quello che dovrebbe limitare il diritto e la libertà di commercio e di consumo, serve solo alla bisogna, da tirar fuori quando sembra che il clima sia propenso… e quando tutti vogliono spendere (nel bene o nel male, è relativo), beh, è meglio star zitti e far regredire le decantate urgenze a ordinaria amministrazione, intricandole nelle terrificanti pastoie delle commissioni parlamentari e dei numeri legali che mancano per far progredire gli specifici lavori.
Sono due mondi a confronto, e scontro. Uno è quello della politica come strumento di potere (gli alfieri del divieto delle aperture), l’altro è quello della politica come scienza per il benessere diffuso (i sostenitori delle libertà individuali, anche in economia e commercio).
Facciamone tesoro e, quando saranno passate le feste e quelli che ai nostri alfieri del divieto sembrano intoppi, facciamolo presente. Anche perché, a nostro avviso, i problemi del commercio e del consumo non sono quelli legati agli orari di vendita e acquisto, per lavoratori e per consumatori, ma quelli di una modalità transanazionale che non può continuare ad essere senza regole (per fiscalità e diritti, per esempio). E il fatto che i nostrani sovranisti, per quanto siano a go-go sulla questione degli orari dei negozi, ritengano questo un aspetto importante dell’economia e della diffusione della ricchezza, la dice lunga sulla bontà del sovranismo (contrapposto ad europeismo ed internazionalismo) per le nostre tasche e il nostro benessere.

Vincenzo Donvito, presidente Aduc

Vincenzo Donvito, giornalista classe 1953, è fondatore ed animatore di Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori), della quale è Presidente.

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