Navigli aperti. L’incognita di un dibattito senza opposizione

Milano con l’acqua nasce diversi secoli orsono e già “disegnata” da Leonardo, e li vi sembra “ritornare” trasformata tra ‘600 e ‘800.

di Luciano Pilotti | 18 settembre 2017

Il dibattito milanese-lombardo sull’apertura dei Navigli non sembra avere opposizione e dunque bene, macaveat emptor direbbero i latini! Infatti la discussione non dovrebbe essere tanto tra chi è favorevole e chi no ma tra le diverse motivazioni dei favorevoli che non sono banali per fare che questo “sogno” dei più diventi una realtà realizzabile e sostenibile per tutti.

In primo luogo, fine o mezzo ? Propenderei risolutamente per il “mezzo” e dunque per fare cosa ? Rendere Milano più vivibile (residenti), attrattiva (turisti, visitatori) e competitiva (imprese,  enti di ricerca, istituzioni internazionali). Nel complesso perché possa diventare una città resiliente che resiste agli shock come l’immigrazione o l’innovazione (post-Expo docet). Inoltre una citta’ ridondante, ossia con riserve di risorse per la gestione del cambiamento (focalizzazione del mutamento dell’identità’ economica e industriale)  e del climate change ( inquinamento, Smart city, sicurezza, ecc.). Il “veicolo costruttivo” di una tale prospettiva è anche l’acqua, materiale materico, quasi immateriale insieme per una “città’ liquida”, per dirla con Bauman, capace di cogliere i mutamenti e incorporarli trasformandosi.

In secondo luogo, guardando al passato, al presente o al futuro ? Milano con l’acqua nasce diversi secoli orsono e già “disegnata” da Leonardo, e li vi sembra “ritornare” trasformata tra ‘600 e ‘800 quando da realtà agricola avvia il grande mutamento verso una città industriale consolidando nella prima metà del ‘900 la leadership nella produzione di massa in settori tradizionali e non tradizionali. Una crescita che sembrava volere cancellare la memoria precedente e la copertura dei Navigli sarà anche questo nel turbine della produzione industriale di massa e dello sviluppo che disegnava un centro (immobile) ben distinto dalle periferie secondo le logiche “ferree” della località centrale o della rendita immobiliare. Ciò che fino a ‘700 e (in parte) ‘800 si era tentato di ricongiungere con l’acqua  e le canalizzazioni della città il ‘900 si impegnerà’ ad invertire sull’altare dell’efficienza e dello sviluppo urbano della cintura dei quartieri “dormitorio” e di un’edilizia massiva molto ben oltre le mura medievali cancellando le tracce della città’ agricola. Ci si avviava verso una nuova città industriale prima e commerciale poi che si incardinava sulla centralità dei beni materiali, dei processi e delle infrastrutture per la mobilità (pesante) e la residenza che tutto ciò comportava per alimentare l’escursione della produttività fisica (di beni e uomini) con la centralità delle strutture a basso rigiro, indifferenti alle funzioni.

Quindi, in terzo luogo, la riapertura dei Navigli deve allora potere riconnettere passato, presente e futuro senza rimozioni dove l’acqua rappresenta un connettore leggero (“un attrattore strano” per i fisici) dentro una società ed una economia profondamente cambiate anche dalla crisi biblica che (forse) stiamo mettendoci solo ora alle spalle dopo quasi 10 anni. Innanzitutto per il rapido “scivolamento” verso l’immateriale, il digitale, la conoscenza quali nuovi ” materiali” sempre più “liquidi” direbbe ancora Bauman che cambiano il nostro modo di produrre e di consumare così come di decidere con Web, Internet e , ora,  l’ Industry 4.0. verso una nuova produttività di tipo cognitivo. L’acqua è dunque elemento anche simbolico per accompagnarci da una società delle quantità ad una delle qualità, anche in senso estetico e certo etico, o della responsabilità.

In quarto luogo, allora, l’acqua per un ridisegno urbano della città nuova, di quella città flessibile, osmotica, aperta e inclusiva contro rigidità, burocrazie, congestione inquinante e gli steccati professionali della città fordista. Innanzitutto per includere, riconnettendo centro e periferie, riportando nelle periferie frammenti di centro  e viceversa per un (bio)corpo urbano che ” respira” e si adatta partendo  ambiziosamente dal basso senza presunzioni di una progettazione dall’alto. Dunque coinvolgendo cittadini e comunità in quel nuovo disegno post-urbano  – e post-industriale ma non anche post-manifatturiero ! – che la società della conoscenza impone facendo prevalere le funzioni sulle strutture.

L’acqua dunque rappresenta un veicolo o un materiale di “rammendo” della città come macchina biologica complessa che impone una visione (lunga) e un metodo di disegno (partecipativo e inclusivo) per ridurre le fratture che il ‘900 ha prodotto –  seamless – per avviarci verso quella Smart city che tutti vorremmo, più vicina ai suoi fruitori diretti e indiretti. Per questo sembra del tutto utile (oltre che necessario) un approccio sperimentale e modulare, verificando nel cammino le prestazioni dell’intervento e gli esiti (oltre ai costi) che deve essere anche il meno destabilizzante possibile dato che richiederà  anni se non un decennio e da cui un’ imperativa compliance con i cittadini  e utenti che “subiranno” i disagi (oltre ai costi) dell’intervento stesso.

Un co/design urbano che sappia includere nella partecipazione che sintetizziamo con la formula dell’acronimo DACIA: dialogo, accesso, conoscenza, innovazione, accoglienza.

L’apertura dei Navigli implicherà l’integrazione complessa – autonoma, indipendente e partecipata – di questo processo. Così potrà e dovrà essere se si vuole arrivare ad un esito positivo  entro un ragionevole numero di anni oppure non sarà !

 

Luciano Pilotti   (http://www.mu-me.it)

Un commento

  1. La Milano di Leonardo potrebbe essere uno slogan come la Roma di Augusto sotto il Fascismo. E’ comunque una presa in giro un secondo referendum dopo quello del 2011.
    Paradossale cercare la mobilità leggera con lavori a impatto non meno pesante che l’alta velocità.
    Comunque se i navigli si vogliono fare, cerchiamo almeno di tenere la testa sulle spalle. Per avere l’acqua fino al centro storico sarebbe più che sufficiente il capolinea a San Marco. Se proprio si vuole andare oltre, non tocchiamo l’arteria di Via Sforza/Via De Amicis, ma invece risuscitiamo il Naviglio Morto di Via Pontaccio fino al fossato del Castello, con assai meno impatto.

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