Modello Milano? A Roma non è mai piaciuto

Il Modello Milano viene da lontano, anzi da lontanissimo, ed è sintetizzabile nella pervicace esigenza di una propria autonomia, di un saper e poter fare da soli, senza mai rescindere i vincoli di responsabilità solidale.

di Mimmo Merlo | 16 luglio 2018

L’affermazione di Beppe Sala, sindaco di Milano: ‘Il biglietto da visita dell’Italia non può che essere Milano, e che nessuno se ne dimentichi’, non può essere derubricata in sciovinismo locale, comprensibile, ma politicamente ingiustificabile. L’appello del Sindaco alla sua comunità, è rivolto anche al Paese e soprattutto agli eletti del territorio, affinché una volta in Parlamento o in Regione, non privilegino la fidelizzazione alla concezione centralista del ‘veicolo elettorale’, a discapito dell’affrancarsi al proprio territorio, e rappresentarne con determinazione le sue esigenze ed i suoi interessi.

A valle del risultato generale del 4 di marzo, che a Milano si contraddice; il ‘caveat’ di Sala, è più che mai un’esigenza; il centro sinistra che amministra Palazzo Marino, nonostante le scissioni e pressioni al suo esterno, non esce penalizzato, anzi confermerebbe di essere solido. Sono tre i pallini rossi dei collegi uninominali della città e, senza la scissione, avrebbero potuti essere almeno 4: tra la Madonnina, i Navigli e la Cintura ferroviaria; e ciò getta un’immagine politica di diversità, nella distesa di pallini blu della Lombardia.

La comunità milanese da così conferma della sua propensione alla propositività, mostra fiducia nella propria amministrazione, il centro sinistra largo e civico che affianca Sala, e si giustamente si preoccupa, se il dover mantenere il profluvio di promesse elettorali, penalizzasse la città, sacrificare i suoi progetti di sviluppo, e non poter più essere attrazione di positività nel globo.

Il Modello Milano viene da lontano, anzi da lontanissimo, ed è sintetizzabile nella pervicace esigenza di una propria autonomia, di un saper e poter fare da soli, senza mai rescindere i vincoli di responsabilità solidale che la lega alla Regione e al Paese, quell’autonomia che gli consente di selezionare la propria classe dirigente amministrativa senza interferenze, in condivisione con le rappresentanze dei cittadini senza doverne subire preventivamente vincoli impeditivi.

Non è un caso, che nel terzo millennio, dalle fonti inaridite dei partiti locali non emergano leadership, in cui i milanesi si possano riconoscere, e diventa la capacità di individuare e proporre la leadership adeguata, che determina il successo delle maggioranze politiche e non certo il viceversa. Non è casuale, per i milanesi, riconoscersi in espressioni o liste civiche, manifestazione di una diversità rappresentativa di valori e interessi, che i partiti, causa anche interferenze, condizionamenti e adeguamenti conformistici, hanno finito di cogliere.

A Milano, anche durante il novecento post fascista, sindaci e partiti hanno spesso agito privilegiando l’interesse della città, affrancandosi da vincoli di schieramento e dai pregiudizi dei loro partiti nazionali. Dalla Milano da ricostruire: le case popolari per i lavoratori immigrati, le scuole per i loro figli, la rete dei trasporti con le metropolitane, la cultura ed ai servizi, le sue università e le sue industrie, che hanno consentito alla città di poter essere di fatto la capitale economica e sociale del Paese: il suo biglietto da visita nel mondo, prima con l’eccellenza del suo manifatturiero di qualità, a seguire col terziario e il quaternario.

L’esigenza di autonomia per Milano e i risultati che si riescono a raggiungere, suscitano, nella ‘romanità’ dei partiti nazionali, diffidenza, invidia e riserve, sia a sinistra che a destra, e tanto più l’intraprendenza dei sindaci sollecita le proprie coalizioni ad anteporre le esigenze della comunità, anche se divergenti dalle liturgie centrali, ciò diventa un problema.

Lo è oggi per l’onorevole PD Fiano, uno degli ottimati di Renzi, che rimanda al mittente le critiche del Sindaco Sala alla conduzione del partito, così come lo erano negli anni ottanta e novanta, le asprezze con cui le falangi milanesi ‘dalemian-berlingueriane’ contestavano l’eterodossia milanese, dei ‘miglioristi’, che osavano anteporre l’interesse della città all’imposizione di ortodossia. Come ricorda Gianni Cervetti, nel suo libro di memorie ‘il compagno del secolo scorso’ che ripercorrendo quella stagione non può dimenticare quella comunità politica che si è dissolta; una comunità che in altri termini ma con lo stesso spirito, dovrebbe oggi riproporsi, anche perché il risultato di queste elezioni presenta similitudini con quelle del 1924: quando la destra si prese tutto il sud, ed il resto del Paese era affabulato dalle promesse di Mussolini. Oggi come allora il risultato di Milano può ergersi a baluardo di diversità per l’intero Paese, minacciato da tentazioni autarchiche e sovraniste che ci confinerebbero ai margini dell’Europa.

Ma il modello politico di Milano, una città che nutre ambizioni globali, che ambisce a porre il proprio sistema come un riferimento politico: può essere un modello replicabile o piuttosto un’eccezione? La città, che da prova di efficienza sia nell’organizzare grandi eventi civili, culturali e sportivi, che non smarrisce il suo senso di comunità quando promuove e organizza marce a favore di migranti e richiedenti asilo, che favorisce la capacità organizzativa delle espressioni di solidarietà, che concilia innovazione e inclusione sociale, che sa generare e promuovere classe dirigente di medio-alto livello in ogni sua possibile declinazione privata e pubblica’ , con il vulnus di una scarsa rilevanza in molte delle sue periferie. Questo modello è di stimolo in un Paese, incapace di federare le differenze antropologiche e culturali della sua geografia? Per quanto possa apparire paradossale, la forza e il limite delle metropoli globali del ventunesimo secolo: sta nell’essere epicentri della modernità, ma anche di contare assai poco nella politica nazionale.

Milano è un modello di città post industriale, e un laboratorio ed una grande platea espositiva della creatività manifatturiera, dell’artigianato di qualità, di servizi innovativi a incominciare da una formazione di alta qualità , ed è per questo che la sua attrattività è crescente. Senza il coraggio di sfidare politicamente denunciando i ritardi e le inerzie diffuse del Paese, sempre pronte ad essere giustificate, ancor più dopo il plebiscito assistenziale del Sud per il Movimento 5*, ogni sforzo di Milano ad essere moderna e innovativa, corre il rischio di renderla ancor più aliena, da larghe parti del Paese, e si cercherà di impedirle di esercitare un ruolo di traino, e per non essere boicottata, sarà costretta a scappar via in solitudine. E’ fisiologico, che le metropoli del mondo, in competizione per contendersi talenti e investimenti e che si sfidano nelle classifiche per le migliori università, per la qualità e l’efficienza delle infrastrutture, per lo stile di vita più aperto e sostenibile, finiscano per essere circondate da quartieri e agglomerati sempre più svuotati, che scemano di identità, in cui gli effetti della globalizzazione si riduce all’arrivo dei richiedenti asilo dai Paesi dell’Africa e da quelli squassati dalle guerre. Le imprese marginali per innovazione del prodotto o per eccessiva distanza dai mercati di sbocco, ubicate nelle periferie, chiudono o fanno le valige alla ricerca di competitività in terre dove il costo del fatturato e oneri fiscali incidano il meno possibile sul manufatto. I titolari, strizzano l’occhio al protezionismo della Lega, che in ossequio a un colpo al cerchio e uno alla botte, ne ricerca il sostegno salvo poi presentarsi ai presidi esterni delle aziende, dopo che i buoi sono scappati. Come le unità produttive anche le micro attività commerciali lasciano il campo, per insufficienza competitiva nei confronti sia dei centri commerciali e sia del commercio on line, i quartieri si svuotano, degradano in quartieri inospitali, inducendo alla guerra tra i poveri, o alla esasperazione di aspettative da NIMBY.

Le aspirazioni di Milano a poter pretendere crescente autonomia, devono passare dal rafforzamento politico della sua classe dirigente politica, che sarà perseguibile a condizione che il pluridecennale problema di abbandono delle periferie sia affrontato con il coraggio e l’ottimismo della volontà, con idee e visione strategica, includendo e condividendo, ma anche fermezza nella legalità e denuncia di ogni ingiustificata omissione pubblica. Sarà in grado Sala di vincere questa scommessa, sarà in grado la struttura amministrativa e organizzativa del comune di assecondarlo, smentendosi se nel caso e dare dimostrazione di professionalità, efficienza sinergica, sarà il Governo in grado di rendere agevoli i processi, saranno in grado i PM, di distinguere tra fine e mezzo forma e sostanza, sono molti gli interrogativi e gli incastri da attuare, e forse come per EXPO, un ‘commissario’ ad acta, con pieni poteri non sarebbe una scelta errata errata.

Fatto salvo per le zone del pieno centro – prosegue – il Pd è crollato ovunque. Soprattutto nelle periferie. Il modello Milano è la politica fallimentare delle periferie insicure, dei furti, dell’immigrazione clandestina e dell’abusivismo.

e qualche impresa manifatturiera che fa le valige verso la Slovacchia o l’Albania, mentre i treni e gli aeroporti si riempiono delle menti più brillanti delle ultime generazioni, che decidono di vivere e lavorare altrove.

Milano è il modello di città post industriale, laboratorio e palcoscenico espositivo manifatturiero creativo e di qualità, una ‘città-idrovora’ dove si sviluppano idee e si costruiscono e attraggono talenti, per la sua grande capacità sia di accoglienza,  permeabile al sapere e all’innovazione, con una tendenza molto all’agglomerazione geografica” e che “in questa realtà il futuro è determinato dal passato, il successo propizia ulteriori successi, e gli insuccessi ulteriori insuccessi”.

È un campionato a sé, quello di Milano, cui nessun altra città d’Italia può partecipare. E non è un caso che in nessun Paese in Europa le metropoli siano “modelli” di qualcosa. Pezzi unici, semmai, eccezioni. Anche a livello politico. Come la Londra che vuole rimanere in Europa in mezzo a un mare di brexiters. O la New York che incorona Hillary mentre la Rust Belt elegge Trump. O come Berlin Mitte, in cui Alternative Fur Deutschland prende l’8% alle ultime elezioni federali tedesche, mentre poco più a Sud, tra Lipsia e Dresda sfonda il muro del 35%. Come a Parigi, dove Marine Le Pen finisce per essere la meno votata tra i candidati alle presidenziali francesiO come Milano, per l’appunto, dove lo scorso 4 dicembre, in occasione del referendum costituzionale sulla riforma Renzi-Boschi, il Sì ha prevalso 51% a 48%, mentre il resto del Paese urlava No con tutta la forza che aveva. E dove – in centro – la coalizione a guida Pd riesce a sopravanzare tutte le altre, arrivando addirittura al 41%, quasi il doppio rispetto alla media nazionale.

Per quanto possa essere paradossale, è assieme la forza e il limite delle metropoli del ventunesimo secolo: essere epicentri della modernità e contare meno di zero dal punto di vista politico. Forse perché il loro destino è quello di giocare partite da città Stato, come tante piccole Singapore con specificità uniche e regole proprie. Forse perché sono l’unico posto in cui le élite politiche, economiche, culturali possono governare un mondo cui sentono di appartenere. Forse – e qui sta il limite – perché drenano talmente tante risorse col finire per rappresentare tutto ciò contro cui vota il resto del Paese. 

Ecco: forse la sfida è far sì che Milano ne dreni sempre meno. Non tanto chiedendo alla provincia di fare Milano, ma chiedendo a Milano di occuparsi un po’ di più e un po’ meglio di ciò che le sta attorno. Di non ergersi a Capitale di qualunque cosa. Di non competere col resto dell’Italia, ma col mondo, nell’attrazione di cervelli. Di giocare una partita ancora più autonoma dal resto del Paese, lasciando che il resto del Paese coltivi le proprie specificità – Torino coi libri, Bologna col cibo, eccetera – e provando a valorizzarle, da vera e propria porta del sistema Italia, quale effettivamente è.

In ultimo, ancor più paradossale, nel caso peculiare di Milano, è additare a modello per la rinascita del centro sinistra una realtà metropolitana in cui Pd e soci perdono. Bene, meglio che altrove, ma perdono: più precisamente 37% a 36% alla Camera dei Deputati, con vittorie in centro e sonore sconfitte in periferia. Percentuali, queste, che – se spacchettate – non si discostano da quelle di cinque anni fa: oggi il Pd prende il 27%, allora prese il 28%. Oggi +Europa prende l’8%, allora Scelta Civica prese l’11%. Quasi come se tutto attorno non fosse successo nulla. Meglio: quasi come se là dentro, nell’acquario che si crede oceano, nessuno si sia accorto di quel che è successo là fuori.

Arriva a Milano la 15esima edizione di Fa’ la cosa giusta, la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili.

Alessandro Alfieri: «C’è un clima da tutti contro il Pd. È in parte comprensibile perché reggiamo responsabilità di governo, ma non hanno aiutato provvedimenti sulle banche e Alitalia, e sullo Ius soli avrei scelto un momento diverso perché è una battaglia di civiltà strumentalizzata». Parole pesanti che parlano di una strategia sbagliata in un momento già difficile.

baldanzosa e superficiale autosufficienza dei gruppi locali, aggrappati a una vuota retorica del Modello Milano

Nondimeno, le analisi elettorali hanno rapidamente incrociato risultati e caratteristiche dell’elettorato: le forze vincenti, hanno notoriamente stravinto nelle “periferie”, reali e metaforiche, nella disoccupazione e nel malessere.

Milano, in questi anni, ha certamente ritrovato la bussola che a lungo pareva smarrita e ha prodotto un forte rinnovamento sociale, economico e politico; ha la mano fortunata, e se a Milano lanci un dado dieci volte esce sempre sei.

Oltre alla legittima ammirazione che il resto del Paese ha per questi successi, tuttavia, potrebbero presto svilupparsi, e forse già sta avvenendo, sentimenti di invidia e perfino rancore; Milano è funzionalmente la porta di flussi internazionali: occorre che presti attenzione a non sembrare uno scontroso usciere; Milano è il centro di un sistema a rete macroregionale, deve evitare l’ingordigia di concentrare troppo su di se a discapito di un sistema policentrico e degli interessi circostanti.

Insomma, teniamo a bada il Milanese imbruttito che è in noi.

Perchè, attenzione: se i confini del “modello Milano” sono le mura spagnole, e la sua base sociale è ricca e colta, più che una “città stato” Milano rischia di diventare una città sotto assedio, a cui potrebbero presto mancare, se non l’approvvigionamento di viveri e generi di prima necessità, certamente la stima e il consenso che il popolo insofferente a volte dedica ai vincitori ma sempre toglie ai privilegiati.

Non sente la sponda di Roma, arrivano con il contagocce i soldi del Patto di Milano. Non è soddisfatto. Eccede troppo nel coccolare la sua sponda sinistra, ma è roba che conta poco. E’ probabile che nel suo entourage stretto qualcuno gli abbia fatto balenare di essere la riserva giusta, il federatore possibile nell’eclissi di Renzi. Ma Sala non è un politico. E nel caso, dice un antico osservatore della sinistra milanese, è un cattivo politico. Poi c’è l’altro federatore, Giuliano Pisapia, una creatura riluttante della sinistra-sinistra e del suo quotidiano (romano) di riferimento. Dietro, c’è l’eterno equivoco sul fatto che la stagione Pisapia sia stata determinata dal rassemblement arancione. Un altro manager che mastica bene la politica di Milano ricorda invece con un certo sarcasmo che “era stato un colpo di fortuna. Pisapia sfruttò il momento di peggior bassa marea di un centrodestra che vinceva da vent’anni. Tutto qui. E Sala non ha vinto per i voti di Pisapia. Altrimenti avrebbe stravinto Stefano Parisi. Sala ha vinto perché lo ha imposto Renzi”. Ora Renzi zoppica, c’è un piccolo mondo che crede di poter tornare a essere determinante. Fine.

Insomma, per la community milanese è Renzi che sta sbagliando, e per questo sarà abbandonato? No, concordano gli interlocutori. E’ che vogliono un Renzi-Macron, maggioritario ed europeista. E siccome non lo vedono, al momento, meglio fidarsi di un governo che c’è. O forse davvero sperano in “Calendà”. O forse Milano, che è pur sempre Milano, lancia come sempre segnali alternati. Da una parte c’è la sua anima incendiaria, massimalista che alligna nei giornali, nelle case editrici, nell’accademia. E crea “il clima”. Dall’altro c’è la città pragmatica, che forse ha capito prima degli altri che la Prima Repubblica è tornata. Quieta non movere.

Fatto salvo per le zone del pieno centro – prosegue – il Pd è crollato ovunque. Soprattutto nelle periferie. Il modello Milano è la politica fallimentare delle periferie insicure, dei furti, dell’immigrazione clandestina e dell’abusivismo.

«Sala è intervenuto più volte per commentare il risultato del Pd. Non nascondo di averci percepito una sorta di ossessione di fondo, un che di personale, ancor di più, una personalizzazione su Matteo Renzi». Dopo aver accusato Sala di essere ingrato verso Renzi « per quanto fatto per Milano», Fiano passa alle questioni personali, come «la richiesta fattami da Renzi di agevolare la candidatura alle primarie per la carica di sindaco di Sala, richiesta cui ho aderito ritirando la mia candidatura». Altro nodo l’intrusione, da fuori, nelle beghe congressuali: «Se uno pensa, come lo penso anch’io, che non ci sia altra strada che risolvere i problemi da dentro, allora perché non si iscrive? Se stai fuori dal Partito risulta più difficile capire perché si prodighi in consigli e giudizi».

Mimmo Merlo    (lavocemetropolitana.it)

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