Ma come si fa in Cgil baciarsi liberal e rimanere veri comunisti?

Il sindacato nella testa degli operai che votano Lega, M5S, destra ed anche parte del Pd, ovviamente, non può essere l’union solo dei lavoratori dipendenti e solo nelle grandi aziende e nel pubblico impiego.

di Giuseppe Mele | 3 Dic 2018

A gennaio c’è il 18° congresso Cgil. Non ne parla nessuno, tranne i giornali di sinistra, che titolano perché il congresso della Cgil riguarda tutto il popolo di sinistra. Tutto il popolo sinistro, diciamo, da Frantoianni a Casini, vale a dire il 20% , forse il 15% dell’elettorato. Chiaro che parlino solo i giornali di sinistra. Di sinistra poi per modo di dire, poiché si tratta di Repubblica-Stampa, L’Espresso e galassia, più Il Manifesto; in Tv Fazio, Butteri, Rampini, Berlinguer, Mannoni, Formigli, Saviano e la7, più Crozza e Zoro. Il primo blocco è la press politicamente corretta, della sinistra liberal globalizzante, della giustizia faziosa, della finanza e dei diritti civili, la press degli Scalfari, Riotta, Severgnini, Mauro, Calabresi. Quelli che oggi, a excusatio non petita, spergiurano il falso tre volte sul loro sito web come Pietro (Noi non siamo un partito, non cerchiamo consenso, non riceviamo finanziamenti pubblici). E che sono stati invece il partito che in trent’anni ha consigliato, aiutato, incoraggiato, guadato, traghettato, supportato anche materialmente il mondo politico, economico, culturale comunista a farsi liberal in quel processo che oggi Bersani chiama coccodrillescamente l’abbandono del nostro popolo. Il resto è il giurassico comunista sopravvissuto grazie al danaro pubblico per i favori dei poteri forti, elargiti anche agli anglofili di Radio Radicale.

 

Organici

In trent’anni i giornalisti organici hanno polemizzato più volte con Cgil ed il sindacato, ogni volta che mettevano la mordacchia ai lamenti per l’impoverimento dei salari, la precarizzazione dei primi impieghi, l’indebolimento dell’occupazione pubblica garantita. Stranamente però i giornalisti organici ed i partiti divenuti loro cinghia di trasmissione hanno difeso a tutti i costi il primato della Cgil nel mondo sindacale. Tutt’oggi le poche volte che dà veramente la parola ai lavoratori, la si consegna solo alla Cgil, anche nei casi di debolezza della sigla sui posti di lavoro. Raramente hanno potuto parlare i sindacalisti, tutti Cisl, delle Poste, dove l’occupazione è rimasta quella della prima repubblica; o quelli dell’editoria che sono Uil; gli automi, molto forti nella scuola o in Polizia, si sono visti solo quando dovevano difendersi dalle ire dell’opinione pubblica. I media hanno preso due posizioni: ignorare i rappresentanti dei lavoratori oppure dare il microfono alla Cgil e dei suoi burocrati stile ex Pci. Tutto ciò in un paese ricchissimo di pluralismo sindacale che di fronte al tentativo di camicia di forza non ha fatto che aumentare. Tolti i pensionati, i grandi sindacati, forti delle commesse pubbliche all’attività commercialistica agevolata nel mondo del lavoro, ed anche altri non hanno grandi diversità di presenza effettiva.

 

Candidati identici

A gennaio c’è il congresso Cgil ed i giornali di sinistra ne parlano come di un fatto epocale, nello scontro tra i due candidati, il reggiano massimalista Maurizio Landini ed il piacentino riformista Vincenzo Colla. Un dibattito attuale quale quello tra Bucharin e Trotsky, tra due figli identici della storia Fiom metalmeccanica, della storia emiliana e della nomenklatura Cgil, divisi solo dall’appoggio a Colla dei 3 milioni di pensionati Cgil, che surclassano i meno che due milioni di iscritti al sindacato rosso. L’entusiasmo è dovuto alla speranza che il sindacato, dopo l’eclisse di Pd e Leu, riporti a casa il vecchio blocco progressista magari a difesa dei fondi strutturali europei e dei grandi lavori della Tav. E giù di grancassa a celebrare i fasti del passato, fino a raccontare balle stratosferiche, dalla non esistenza della cinghia di trasmissione al presunto liberalismo del Di Vittorio che invece si era opposto al Piano Marshall, del Lama riformista antiterrorista, contestato quanto altri mai, di Trentin che non sarebbe stato niente senza la marea del ’69 che Pci e Cgil osteggiarono, del Sabattini autonomista in linea con i cattivi maestri, del Cofferati delle piazze imbrogliate quando l’art18 venne fatto passare per diritto civile solo in funzione politica. Ai due candidati si chiede l’impossibile: riottenere il ruolo del sindacato come soggetto generale e di battersi contro la disintermediazione e di farlo per coloro che nei fatti hanno svilito a nulla tutti i ruoli di intermediazione, di unificare il mondo del lavoro quando la Cgil ha sempre odiato le piccole partite Iva, di lottare contro rancore,paura e solitudine tra i lavoratori che vogliono invece soldi e diritti garantiti, di osteggiare le rinazionalizzazioni gialloverdi per le quali un sindacato normale dovrebbe brindare. Gli si chiede di cambiare tutto continuando ad educare al mondialismo, al femminismo, alle nuove famiglie, all’elasticità a tutti i costi mancando l’obiettivo perché nessuno può amare insegnamenti contrari agli interessi reali. Come è ovvio, non scherzando più, si lascia stare l’idea di una donna alla testa.

 

Come fanno gli operai

Uno storico giornalista del Manifesto si è chiesto in un volume Ma come fanno gli operai, sottinteso a votare Lega e 5stelle. La classe operaia e impiegatizia è colpita dalla crisi? non è solidale?non vota sinistra,non si riconosce nei sindacati? si può ancora parlare di classe operaia? Malgrado i preconcetti l’autore trova risposte ovvie. Nel processo globalizzante sono venute meno molte fabbriche e si è diluita la relativa massa operaia; ma è invece aumentata la massa dei poveri, tra i lavoratori ed i piccolissimi imprenditori. Anche questa è classe pur fuori dal marxismo. Chi ha accompagnato lo scioglimento dell’industria nella finanza, della produzione e distribuzione nel digitale, della sovranità e politica nella globalizzazione, per forza di cose ha minato il Welfare State. A farlo è la parte politica vicina alla Cgil, basta citare Epifani, Damiano, Cofferati, Fedeli e Terranova. Solo oggi lo ammette il possibile futuro segretario Cgil, Landini, l’uomo della sconfitta ottusa in Fiat\Fca: la sinistra ha fatto politiche di destra. Potevano Cgil e sindacati comportarsi diversamente? Secondo la logica del contenuti e degli eventi, la Cgil avrebbe dovuto rivoltarsi contro il Pci\Pds\Ds e non far comprimere i salari a tempo indefinito nè perdersi nei bizantismi degli accordi della rappresentatività e non mettersi a predicare il rafforzamento del training quale unica panacea. Poiché vasta parte dei lavoratori pubblici e privati da decenni ha votato Lega, a cominciare dagli stessi metalmeccanici, oppure i M5S, il 30% degli iscritti Cgil e prima ancora la destra di Berlusconi, avrebbe dovuto rivolgersi a questi partiti che osteggiavano l’austerity, difendevano le pensioni, le aziende pubbliche anche se corrotte e una migliore redistribuzione del reddito.

 

Lo fanno però

Il sindacato nella testa degli operai che votano Lega, M5S, destra ed anche parte del Pd, ovviamente, non può essere l’union solo dei lavoratori dipendenti e solo nelle grandi aziende e nel pubblico impiego. Com’era agli inizi, dovrebbe essere territoriale, tutelando i bassi redditi di lavoratori precari e dipendenti, di artigiani e partite Iva con unico punto di riferimento, il basso reddito. Il suo interlocutore sarebbe solo fino ad un certo punto l’azienda ed il datore di lavoro, il committente, il fornitore, l’appaltatore. Ancora come agli inizi, l’avversario contro cui scontrarsi sarebbe lo Stato e la politica. Come ieri ci si batteva contro la politica della neutralità di Giolitti, così oggi ci si batterebbe contro l’indifferenza della globalizzazione. I sindacati dovrebbero quindi non battersi per una legalità che condanna i poveri; ma ottenerne una nuova che limita la libertà del commercio estero e degli scambi in presenza di mancanza di difesa fiscale e finanziaria, per imporre difesa sociale e occupazionale. Gli unici interlocutori di questa politica sindacale sono antiliberal della globalizzazione, contrari alla sinistra (o ex tale italiana).

Ma come fanno i sindacati ?

La Cgil che ha la cinghia di trasmissione nell’animo non poteva fare diversamente. Semmai la meraviglia è sulla rappresentanza sui posti di lavoro che non è stata influenzata dai cambiamenti politici. La domanda legittima sarebbe Ma come fanno i sindacati? Questi sono ancora gli eredi socialisti, comunisti, democristiani, del patto di Roma del 1944 che fece nascere la Cgil unitaria, che doveva essere a guida del Buozzi socialista, ucciso chirurgicamente per la gioia del futuro segretario Di Vittorio comunista che provocò le scissioni di Cisl e di Uil del ’50. Come fanno i sindacalisti a resistere senza i partiti ispiratori? Come mai i nuovi partiti non esprimono nuovi sindacati? La risposta non è solo nel compromesso attuato dai partiti eredi con i vecchi sindacati, un compromesso al ribasso per questi ultimi; sta anche nella politica delle grandi aziende e dell’amministrazione pubblica da cui dipende praticamente tutta la vita operativa sindacale interna. In quel 5% di imprese che fanno il 95% dei fatturati, le relazioni industriali si sono trasformate pian piano in mera concessione, ed in vitale puntello per la sopravvivenza dei sindacati tradizionali, maxime per la Cgil. Fintanto che i sindacati del passato sono impegnati a sopravvivere, a mantenere le proprietà immobiliari e mobiliari, a continuare ad essere un braccio di secondo livello dell’Inps e dell’Agenzia delle Entrate, in una parola a sopravvivere, non possono impegnarsi nell’unica cosa indispensabile, la difesa degli interessi dei poveri dentro il digitale, la globalizzazione, la finanziarizzazione.

 

mondo

Il mondo ex, post e comunista, russo e cinese, hanno storicamente un sindacato inesistente, puro strumento di polizia all’interno delle fabbriche. Simili sono i sindacati dell’allargamento europeo. Ed è da questa tradizione che proviene la Cgil del dopoguerra. C’è poi il sindacato anglosassone dominante nelle organizzazioni internazionali, dall’Ilo all’Ituc. Dopo la cura Thatcher e la fine del Welfare britannico, è un sindacato collaborativo che fa la voce grossa solo se l’Uk non ottiene abbastanza profitti da tutto il mondo. Negli Usa, per loro storia antiUnions, la storia sindacale è vicenda di mafia, in declino da quando le nuove minoranze proletarie non sono di origine europea. Paradossalmente gli Usa di Trump, considerando il sindacato nocivo, cercano di imporlo ai partner dell’interscambio da Messico ad Asia e Cina, per far calare i loro profitti. In Scandinavia l’enorme Welfare sostituisce in gran parte l’azione sindacale che si riduce a consulenza sul lavoro. In Germania l’enorme peso sindacale di governo bilaterale delle aziende voluto dai vincitori per inceppare l’economia tedesca è stato aggirato proprio dai socialdemocratici, portando alla paradossale crisi dei lavoratori durante l’espansione economica. In Francia la fine della guerra fredda non ha smantellato l’economia pubblica che garantisce lo stato sociale. I tentativi di Macron di seguire l’esempio italiano dei ’90 sta facendo saltare il paese dalla rabbia. In Italia si poteva fare come in Francia, che è rimasta unica epigone oggi della vecchia Europa sociale. In Italia l’economia pubblica, garante dell’unità del paese, del suo know how e dell’indipendenza finanziaria venne smantellata dopo Mani pulite avviando l’americanizzazione dell’economia. I sindacati non si opposero, temendo di fare la fine dei partiti; in particolare, la Cgil fu felice che si salvasse dal disastro solo il Pci, non capendo che questo avrebbe rovesciato la sua politica distruttiva filosovietica del salario variabile indipendente.

 

Il vuoto

Il vuoto di pensiero in cui operano i sindacati – basta pensare alla citazione della socialdemocrazia, scomparsa dall’orizzonte politico dai tempi di Delors – ha motivi precisi. Il Patto di Roma del ’44 non faceva che prendere in eredità il sindacalismo, incluso il Cnel, introdotto dal fascismo cui avevano collaborato anche i leader della precedente Cgl, senza tornare alla res nullius del primo anteguerra. La storia del welfare e di diritti sindacali europei è una vicenda di destra, quali le leggi dei contratti di lavoro collettivi e dei limiti d’orario della giornata lavorativa, introdotte dai regimi postnapoleonici, bismarkiani e corporativi, ribadite poi dagli americani in funzione antisovietica. Il sindacato può essere cinghia di un progetto corporativo di tipo pubblico; se lo è di un progetto liberista, i condanna all’estinzione. A gennaio si voterà per la sopravvivenza ad oltranza anche contro il popolo che si vuole rappresentare.

 

Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli '80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell'Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore Agenda news UilCom Capitale. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016. E' in corso di uscita Renzaurazione.

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