L’orizzonte è rosso sangue

Oppure contiene una striscia argentea di speranza.

di Alberto Pasolini Zanelli | 4 dicembre 2017

Sicura è la direzione Est, dove una volta la minaccia era la Cina di Mao e oggi è la Corea del Nord di Kim Jong-un. Era gigantesca e oggi, almeno sulla carta geografica, è molto ridotta. Si assomigliano di più i due dittatori, quello di un tempo e quello di oggi, ma Mao non fu mai così minaccioso. E, forse, così immediato.

L’America deve per prima cosa indovinarlo e fino ad oggi non ci è riuscita, oppure non se l’è sentita. La divisione fra falchi e colombe diventa sempre più netta e dunque sempre meno consolante. Gli ottimisti si sentono almeno un pochino rassicurati da alcuni passi dell’ultimo proclama che viene da Pyongyang e che è nel suo complesso minaccioso. Il motivo di fiducia sta in qualche passaggio che sembra indicare un invito, certamente brusco, ad aprire, o riaprire, un negoziato, sulle orme di quello di parecchi anni fa che cucì una rinuncia nordcoreana a un proseguimento immediato della costruzione dell’arma nucleare in cambio dell’assenso americano e di molti altri Paesi, a soccorrere l’economia di un piccolo Paese i cui abitanti stavano soffrendo letteralmente la fame.

In qualche modo funzionò, ma decadde progressivamente con il miglioramento delle condizioni del Paese contraente. E adesso è cambiato il rapporto di forze: l’America è sempre un gigante, la Corea del Nord sempre un pigmeo, però un pigmeo che è riuscito a darsi l’arma assoluta. È disposto a contrattala un’altra volta ad un prezzo molto maggiore, oppure le sue minacce derivano dalla convinzione della propria forza e dell’agibilità di una minaccia alla Superpotenza, se non addirittura un ultimatum. Il fatto che Kim abbia spedito stavolta un missile ad uso nucleare ormai in grado di colpire tutto il resto del mondo è un fatto e non una speranza. Lo ritengono gli addetti ai lavori a Washington.

Non tanto il presidente Trump, che emette dichiarazioni non univoche quanto i suoi più diretti collaboratori. Il ministro della Difesa Mattis ripete che la capacità missilistica nordcoreana si esprime oggi a una “minaccia globale, non solo all’America ma in tutto il mondo”. In questa situazione non è sufficiente ripescare la strategia che funzionò bene contro l’Unione Sovietica: la mutua distruzione assicurata. Erano due grandi potenze, finirono con intendersi non solo fra Gorbaciov e Reagan ma, a ripensarci, fin dai primissimi anni, quando al Cremlino sedeva Stalin.

Kim Jong-un è peggio? Non importerebbe, se non fosse che nessuna delle sue dichiarazioni rassicura contro l’ipotesi di una seconda guerra di Corea dopo quella degli anni Cinquanta e può essere invece interpretata come una sfida senza condizioni, contro la quale si renderebbe necessaria una “guerra preventiva” come condizione di un fallimento della diplomazia: “Noi non potremmo tollerare che la Corea del Nord diventasse una minaccia diretta per gli Stati Uniti”. Ne conviene anche il ministro della Difesa McMaster (“Il presidente è già pronto ad agire secondo la lezione della Storia. Quando dice di prendere in esame l’ipotesi di una guerra, va preso sul serio. Il rischio mondiale è cresciuta in pochi giorni dal 15 ad oltre il 50 per cento). Nuove sanzioni sono all’esame, ma finora non hanno avuto il successo desiderato pure essendo state inasprite nove volte dal 2006. Un decimo monito non farà una grande differenza. La soluzione preferita dagli Stati Uniti – la completa denuclearizzazione degli Stati Uniti non è plausibile. La nostra strategia di sanzioni economiche non può avere successo contro un regime aggressivo e isolato, che il passato ha accettato la morte per fame di uno su dieci dei suoi sudditi pur di continuare il programma di riarmo. Un attacco preventivo avrebbe conseguenze immaginabili. Resta l’opzione di un attacco cibernetico accompagnato ad un perfezionamento del sistema missilistica; ma difficilmente basteranno a convincere Kim a rinunciare alle sue armi nucleari: probabilmente egli preferirebbe o passare a una guerra preventiva, non necessariamente atomica, ma capace di obbligare Trump a passare lui ad azioni militari preventive, del tipo messo in funzione, sia pure controvoglia, con Paesi come l’Iran, che i missili e le atomiche ancora non ha, mentre il sistema militare coreano è già in grado di spedire un missile a tredicimila miglia, mettendo così in pericolo l’intera superficie degli Stati Uniti. Quello che finora Pyongyang probabilmente non ha è un dispositivo per evitare la distruzione completa del Paese in conseguenza di rappresaglie americane.

 

Alberto Pasolini Zanelli   (letter fromWashington)

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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