Lo ius soli da un punto di vista laico

La natura di molte religioni, compresa quella cristiana, non è quella di garantire una società pluralista.

di Fabrizio Amadori | 6 Nov 2017

Galli della Loggia ha scritto qualche settimana fa su “Il Corriere della sera” di avere delle perplessità sullo ius soli poiché riguarderebbe anche  giovani di religione islamica e, in quanto tali, meno affidabili dal punto di vista della comunità che li accoglie. Al di là del fatto che impostata così la questione rischia di precipitare in una spirale senza fine, perché molti liberali potrebbero dichiarare che la questione non è la religione di appartenenza, ma il Paese – si pensi ad esempio alla differenza che c’è tra la società saudita e quella siriana -: al di là di questo, dicevo, non dovrebbe sfuggire a nessuno il fatto che la natura di molte religioni, compresa quella cristiana, non è quella di garantire una società pluralista. E’ la laicità che è riuscita ad imporsi nei Paesi europei, non la religiosità. Noi spesso consideriamo cattolici dei comportamenti che il più delle volte sono laici. E’ una simile confusione, o ipocrisia, che permette a molti europei – compreso Galli della Loggia? – di guardare con superiorità ad una religione come quella musulmana che spesso non ha fatto i conti con la cultura laica: quando li ha fatti, ripeto, ha dato spesso dei buoni risultati. Lo Stato, in particolare quello italiano che è concordatario – non bisogna dimenticarlo -, potrebbe addirittura trovare giovamento dallo sviluppo di tutte le confessioni religiose, chiamato come sarebbe ad una maggiore distanza da ognuna di esse. In tale maniera potrebbe aiutare moltissimi giovani musulmani a trovare in se stessi un equilibrio tra la propria formazione famigliare – quella di cui parla Galli della Loggia – e le istanze di una società davvero laica, e questo perché sgombrerebbe il campo del confronto da ogni avvilente e provocatoria considerazione di ordine religioso.

 

Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). E' stato il primo a parlare di "narratologia deduttiva". Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

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