L’inefficienza ci salverà?

Sinteticamente Marco Mayer, in un report su Accademia.eu ha indicato le 8 caratteristiche della società digitale.

di Giuseppe Mele | 2 settembre 2018

Queste sono Ipervelocità di trasmissione dati, Ipermemoria, Connessione continua di individui ed enti, Iperautomazione, Identità digitale, Iperbinarietà, Iperconsenso, Iper(ir)realtà aumentata. A prescindere dalla situazione in cui versa ogni area del globo, queste condizioni, parte di fondo, parte sovrastrutturali, si diffondono in ogni dove. E’ infatti straordinario il livello di sviluppo che in questo quadro possono raggiungere ricerca, tecnica, produzione, divulgazione e utilizzo. Diventa perciò attrattivo per i capitali investire in ogni dove si possa stabilizzare questo quadro di condizioni e svilupparcisi dentro.

 

Al di là di tutte le condizioni umane, il mondo è un fitto tappeto maculato di macchie di leopardo dove anche accanto a latifondi sociali medievali, si sviluppano produzione, consumo, partecipazione digitale. Il che giustifica l’ossessione della velocità, in una corsa infinita o la necessità di digitalizzare anche i campi disabitati.

Ipervelocità e Ipermemoria sono le condizioni di fondo. Non serve che tutti le sappiano costruire, capire, manutenere. E’ essenziale che sia semplice fornire il know how o gli apparati pronti, e che siano sempre presenti in tutti i progetti così da ripagarsi nell’insieme. L’esempio dei city rings, l’utilizzo adeguato di reti create per scopi ottocenteschi hanno superato l’assenza di reti wired tradizionali. In queste due caratteristiche, assolutamente tecniche, sta l’impostazione di fondo, vera dominazione culturale, che uniforma il mondo . Ed ovviamente pochi soggetti, privati, ne hanno il monopolio per ogni dove.

 

A loro, pari stante, eppure appena sovrastrutturale, sta la filosofia intrinseca, tecnicamente necessaria dell’iperbinarietà. Ogni passo, ogni difficoltà, il digitale, cioè l’informatica, cioè la logica applicata alla matematica, la fa passando per una scelta secca dove the winner get it all. Tertium non datur. E Mayer giustamente la chiama prigione dell’intellettuale. Perché nella logica si o no, non c’è spazio per dubbi, bizantismi, distingui. La soluzione, il materiale usato, il prodotto che non è scelto, è presto abbandonato, rifiutato, negato. Superato l’ambito tecnico, la binarietà prosegue verso la totale convergenza delle macchine, degli accessori e degli standard; poi delle modalità di accedere, di documentarsi, di documentare, di  utilizzare e di creare; e la binarietà diventa un fatto ed un’abitudine sociale. L’abitudine di vedere senza una lacrima morire prodotti, artigianati, usi, costumi, grandi marche e tutto il relativo lavoro.

 

Nulla funziona però senza fede o senza piacere o senza terrore del popolo. L’iperconsenso, e l’identità digitale, permessi dallo stato di connessione permanente, sono un atto di adesione volontaria delle masse. La facilità di uso è essenziale e per questo la iperrete globale è favola e fotoromanzo, la partecipazione altrui è essenziale per creare un iperfenomeno imitativo.  Il digitale vince perché piace, perché è una droga, perché offre ogni cosa ed il modo di facilitare l’uso materiale, perché non parla alle comunità nazionali, o alla tradizione, o alla missione. Dialoga con gli istinti che rendono tutti gli uomini uguali. Si sbaglia denunciando la proliferazione delle identità digitali come misure fuorvianti o criminali, cammuffamento o anonimato, creati per deresponsabilizzarsi di fronte alle leggi. Il motivo del consenso digitale è appunto la partecipazione ad un mondo diverso che può, ma anche no, restare agganciato al mondo reale, ma che ad un certo livello massivo di interazione sociale e di consumo se ne distacca. Perché il mondo digitale logicizza gli istinti, li giustifica ed evidenzia le illogicità delle leggi e convenzioni. Ovviamente anche qui pochi soggetti, privati, devono essere in grado di investire colossali somme per attirare in un unico iperdatabase partecipativo, devono fare sì che Pinocchio e Lucignolo vogliano entrare nel magico paese dei balocchi di Mangiafoco (o Karabas Barabas ).

 

Middleware ed endware, l’iperautomazione è assieme il risultato di questo ambient, dove il capitale, binariamente, elimina il lavoro umano con tutte le sue problematicità; ed è la condizione di crescita, di sviluppo di ogni passo intermedio, dalle soluzioni di rete alla diffusione degli impianti di segnale alla loro convergenza con i sistemi di emittenza tv, e di produzione di contenuti. Meyer fa riferimento qui alla proliferazione dell’Internet delle cose, del mondo materiale messo in rete come un account qualsiasi.

Lo IOT e l’ipperealtà sono però ancora agli albori, nell’utilizzo delle masse. Sono gli aspetti, già ben definiti ed utilizzati militarmente in quel mondo della Defence che più interessa Mayer. L’entrare social nel mondo materiale o vivere come da materiale nel mondo virtuale è la nuova frontiera. Che si  abbatterà molto più grande sull’occidente come un nuovo paradiso artificiale soppiantando le droghe finchè un qualche yuppismo dimostrerà che si può vivere materialmente e virtualmente insieme con successo e dignità sociali. In questo la vita quotidiana giapponese potrà fare da apristrada a tutti.

Forse in questo elenco manca un elemento, l’Ipermoney che nonè il bitcoin, anch’esso monopolio di pochi. La digitalizzazione della società non è sostenuta dalla politica e dalle armi, ma dal danaro che in questo contesto riesce a moltiplicarsi esponenzialmente tanto che il danaro finanziario è oggi di pari valore di quello originato dalla produzione. Con meccanismi  degli arricchimenti individuali e di monopoli sempre più estremi.

Dunque una società deintellettualizzata, monopolizzata, con una vision unica di dominazione culturale, tanto veloce virtualmente da indurre allo stop materiale, basata sul consenso istintuale aprioristico, tanto efficiente da scartare gran parte dell’umanità che già non sta al passo dell’ipervelocità già raggiunta, ancora insufficiente per le meraviglie di domani.

 

Una società così può sconfiggere fame e malattie, trovare panem et circenses per i miliardi di esseri inutili. Le si oppongono burocrazie, regole, Stati, tradizioni. L’inefficienza, cuore della natura umana che ci salverà o dannerà a seconda delle viste logiche o illogiche.

Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli '80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell'Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore Agenda news UilCom Capitale. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016. E' in corso di uscita Renzaurazione.

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